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Una tomba al mio paese

di Enzo Droandi

C'è una semplice tomba, nel cimite­ro del mio paese, in mezzo a tutte quelle che conservano le spoglie dei morti dell'ultima guerra. Il cimi­tero del mio paese, fino a dieci anni or sono, era quasi vuoto e tutte le lacrime cadevano lì, su quel viale, fra le tombe di Albertino e del pove­ro Babbo, attorno alla stele roman­tica della Nonna e di mio Nonno, giovane medico di campagna dal mento commentato da una grande barba, attorno alle lapidi dei nostri Bisnonni, che sono prossime a quella dell'Arciprete Miniati. Ora, fra queste tombe, ne son fiorite altre cinquanta. Tutti morti, tutti fucilati.

Chi morì a Sercognano, alla Grotta, chi al Ponte d'Orenaccio. Su nes­sun libro di storia, ancora, sono scritti questi nomi; fra Sercognano e Ponte d'Orenaccio caddero tutti i nostri uomini. Altri morirono nel cannoneggiamento della Sarna, altri sulle mine. In una lapide è scritto "Cadevano a squadre, a squadre, semivestiti, maceri, cruenti".

 monumento ai caduti nella strage dell'Orenaccio

 Il cimitero del mio paese è pieno. Tutti morti. In una fossa sono in sei, con Burino che fu fucilato mentre seppelliva i morti di Sercognano. Vicino a questa fossa c'è un giova­ne, morto con il petto rotto dagli urti dei calci di fucile. Più in là c'è Carli­no, e tutta la nostra gente. E c'è, di­cevo, una semplice tomba, nel cimi­tero del mio paese, in mezzo a tutte quelle che conservano le spoglie dei morti dell'ultima guerra.

Non sapevo che il Nebioli fosse morto. E, quando vidi apparire, fra la stele romantica dei Nonni e la la­pide del povero Babbo quella pietra del Nebioli, ebbi una stretta al cuo­re.

Mi avvicinai. È sepolto, lì, accanto alla sua compagna, alla moglie mor­ta, si può dire, insieme a lui, pochi mesi orsono.

Non ho mai scambiato, quando era in vita, parola col vecchio Nebioli; ma la sua figura è una di quelle che rimarranno fra le più care, fra i più bei ricordi della mia infanzia. Abitava al Casin di Chiorre e faceva il contadino.

I suoi campi, carichi di ulivi, a mez­za costa, sulla montagna, i più alti fra tutti, sono come un'oasi nel bo­sco che copre il monte.

Casin di Chiorre è una casetta bianca, lunga e bassa, regolare, con piccole finestre che guardano il Valdarno.

Quando, prima del vecchio Nebioli, la abitava Chiorre, si dice in paese, scese il lupo, in un giorno di neve, e mangiò la coda dell'asina.

Questo è l'unico ricordo che si ha di quella casa. Ma è come una casa da fate, lassù, alta sulla montagna che sale dolcemente, bianca fra l'argento delle file degli ulivi.

Era troppo lontana perché vi potes­simo arrivare, noi ragazzi, nelle scorrerìe per la campagna. Perciò è rimasta sempre, come nella mia fanciullezza, un ricordo di fate.

E quel ricordo, oggi, si è abbellito. Un grande vecchio abitava quella casa. Uno di quegli uomini saggi che lavorano e lavorano la loro ter­ra. Un uomo dalla testa bianca.

Vidi il Nebioli, per la prima volta e per l'ultima, non al mio paese, ma in città. E lo conosco solo per quel­lo che vidi in quell'attimo. Altro non so, di lui. Scendevo per la larga Via Guido Monaco, una mattina di di­cembre del quarantatre. Scendevo con calma, pensando a qualcosa. D'un tratto sentii un passo cadenza­to che veniva dalla direzione oppo­sta. Alzai la testa.

C'era un bel vecchio, bianco di ca­pelli, vestito di nero, con la camicia senza colletto, in mezzo a quattro soldati stranieri due avanti e due dietro. fucili abbassati: marciavacon loro.

Teneva il loro passo e non strasci­cava, aveva la testa alta, alta a quel tiepido sole di dicembre che inar­gentava i suoi capelli e commenta­va il suo volto forte di contadino to­scano.

Marciava in mezzo ai quattro solda­ti, due avanti e due dietro, testa al­ta, con le mani legate.

La vita, in Via Guido Monaco, si fermò. Tutti si fermarono col fiato sospeso. Ricordo che, su di una panchina, era seduto un milite. Si alzò in piedi, come per omaggio, e rimase fermo.

Per tutta via Guido Monaco si sen­tiva solo il rumore cadenzato di quella marcia. Tutti fermi. Ed il drappello giunse all'angolo di Via Garibaldi.

Il vecchio teneva il passo, fronte eretta, mani abbandonate, legger­mente, in grembo, legate da catena. Uno dei due soldati di testa dette un ordine secco ed il drappello pre­se via Garibaldi. Il vecchio eseguì la curva con sicurezza militare, con mossa decorosa, a fronte alta.

Il drappello scomparve, giù per Via Garibaldi.

Era come se quei soldati non ci fossero stati, come se fosse stato il vecchio Nebioli solo, al centro della strada, come se il rumore del passo dei soldati fosse stato solo suo. Nessuno parlò. Il milite si sedé sulla panchina. E la vita riprese, per Via Guido Monaco.

Seppi, al mio paese, che quello era il vecchio Nebioli; catturato dai te­deschi.

Fui orgoglioso che un contadino del mio paese avesse dato una lezione alla gente di città. Una lezione su come si pagano le conseguenze di un proprio atto.

Il Nebioli: un contadino dalla testa bianca, in mezzo ad un drappello, fra fucili abbassati, un contadino to­scano vestito di nero, senza colletto alla camicia, a testa alta. Seppi, poi, che il Nebioli non era morto. Era stato rilasciato. Ho sempre ricordato con affetto quella figura di Via Guido Monaco, quel vecchio che scomparve, giù per Via Garibaldi. Di lui so solo quello che vidi e che era un contadino che lavorava, che lavorava quei campi che sono a mezza costa, sulla montagna.    

C'è quella semplice tomba, fresca, nel cimitero del mio paese, in mezzo a tutte quelle che conservano le spoglie dei morti dell'ultima guerra.  

Ed io onoro la tomba del Nebioli, mi fermo a quella tomba, come a quella di Albertino, del povero Babbo, come alla stele romantica dei Nonni, come alla pietra dei Bisnonni, come alle tombe di Achille fucilato, di Carlino, del Granchia e di Burino, a quella del vecchio Brucino fucilato, come a quella del giovane Brucino, ucciso in Sarna da un ordigno.      

Onoro la tomba del vecchio contadino toscano, sepolto con la sua compagna, in mezzo alla sua gente.

Mi fermo. Chino la fronte. Ed è come se il vecchio Nebioli camminasse ancora, a testa alta, fra quattro soldati stranieri, due avanti e due dietro.    

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