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Una città, un Graduca ed un cannone

 

di Enzo Droandi  

 

Nella più che trimillenaria vicenda storica are­tina ci sono dei fatti che attestano quasi episodica­mente, ma in modo prorompente, una accentuata disposi­zione delle componenti sociali, strutturali ed ambien­tali a fenomeni di potenzialità di tipo e misura indu­striali che, con in sottofondo una agricoltura tenden­zialmente attiva ed esportatrice (grano, guado, vini) ed una pastoria altrettanto esportatrice (pelli e lane ma anche formaggi), caratterizzano certi tempi.

Esempio classico che si trae da Tito Livio è il contributo più o meno spontaneo che la Città offri all'armata romana per l'ultimo attacco a Cartagine: mi­gliaia di scudi, elmi, lance e giavellotti, attrezzeria metallica per quaranta navi da guerra, centoventimila moggi di grano e gran copia di viveri, e cioè i pro­dotti di una struttura industriale ed, allo stesso tempo, coltivatrice.

Per altri tempi basta ricordare le straordinarie opere bronzee delle quali possediamo solo frammentari residui (Chimera, Minerva, etc.), la grande edilizia tardo etrusca attestata da opere d'arte ornamentali relitte, la produzione in vasta serie delle fabbriche di vasellame corallino che nel I secolo si diffuse in tutto il mondo romano ed oltre, la potenza costruttiva delle imprese impegnate nel grande disegno politico ed urbanistico del Signore e Vescovo Guido Tarlati (che creò enormi mura, compi la massiccia elegante torre campanaria di Pieve e creò il sistema viario fatto a stella che tuttora sussiste), la specializzazione delle medioevali fabbriche d'armi corazze e cervelliere che operavano fra la chiesa di San Piero ed il palazzo della cervelleria (che producevano oggetti perfetti, di costo unitario iperbolico, assunti talvolta, per la loro preziosità, come pegni di banchieri ed usurai per prestiti di denaro), la capacità delle forze e dei mezzi industriali impegnati nella plurisecolare lotta contro le paludi di Chiana e, per il nostro secolo, il  respiro mondiale delle attività orafe, nate sulla scia di una lunga tradizione, respiro che si deve al verifi­carsi contestuale della sparizione delle violente ed esasperate politiche dell'anti-urbanesimo, del conse­guente crollo della civiltà contadina, della industria­lizzazione e specializzazione delle attività manifattu­riere, della scomparsa delle distanze continentali in un mercato planetario.

Gli storici, specie quelli delle vicende economi­che, ed anche i narratori di storia ricordano questi esempi; ma nessuno ha mai citato come prova di capacità produttiva e di perizia di artefici un cannone, una bocca di fuoco potente e robusta che compare nella no­stra storia nel 1530, durante la famosa terribile in­surrezione iniziata nel 1529 contro Firenze repubbli­cana, attuata per la libertà cittadina, e conclusasi il 10 ottobre 1530 quando, per volontà di Carlo V impera­tore e di Clemente VII pontefice, Arezzo dové ritornare sotto Firenze, stavolta medicea.

Comandava gli insorti aretini il Conte Francesco di Bivignano, detto Conte Rosso, uomo d'arme dello scorrazzante condottiero imperiale principe d'Orange; il quale Conte era sotto la guida dell'apposita magi­stratura civica dei Sei della guerra.

I repubblicani fiorentini avevano ancora in mano la Fortezza, quale era dopo i lavori iniziati del 1505; e da qui molestavano la Città con l'artiglieria leg­gera. Si racconta che il 12 novembre 1530, che fu un venerdì, dopo mezzogiorno, aprirono il fuoco sull'abitato, producendo danni notevoli e coinvolgendo

«  …..l’omeni, donne, fanciulli, asini et cavalli, et carri et chiese campanili et campane et ruppero perfino il nostro uriolo….  ».

A parte le vicende civili e belliche che videro coinvolti l'Abate di Farfa, Don Diego de Mendoza capo delle truppe spagnole, che morì all'assalto di Monter­chi e che fu sepolto nella chiesa di San Bernardo, ed a parte il Conte Rosso che morirà per ordine del papa Clemente perché, pur essendo imperiale e mediceo, appoggiò troppo

i suoi compatrioti aretini, occorre ricordare che, ancora in aprile del 1530, la situazione era irrisolta.

Arezzo aveva dimostrato la propria capacità civile

e militare, ma, ancora, i repubblicani fiorentini erano dentro la fortezza.

(E non si dimentichi che Firenze, tanto quella repubblicana quanto quella medicea, sapeva bene che le fortezze son da fare non tanto per difendersi dai ne­mici esterni, quanto per tener soggiogate le città so­spette ed, in specie, quelle di frontiera).

Ecco il colpo: tentennando il Conte Rosso capo militare, il nove aprile gli aretini decisero di dare ad Alberto Barbolani di Montauto il comando per la presa della Fortezza e lo crearono "capitano generale", grado che enuncia tutta la spagnolità di quel momento.

Questi strinse l'assedio, fece mine terribili (forse seguendo gli insegnamenti che Leonardo da Vinci aveva dato agli aretini nel 1502) e sparò con l'artiglieria. Con quella poca che aveva.

Ma, ancora, non si era al punto giusto.

Ad un tratto esplose il secondo colpo: non parendo e non essendo le armi disponibili bastanti a ridurre la Fortezza alla resa, gli aretini, con a capo e sei signori della guerra, determinarono che si fondesse,

apposta, ipso facto , «    ..un pezzo d’artigliaria vocato uno cannone, che tirava di palle libbre sessanta….» e cioè una bocca da fuoco per allor a di grandezza smisurata ..

La decisione fu presa, forse, a fine aprile, e la realizzazione fu prontissima: il cannone  « immediate colato, et misso in sul carro…» fu piantato  « dirieto alle case del nostro vescovado….». «Trassono alchune botte a le mura di la cittadella …»  ed  il presidio fiorentino cominciò a predisporsi alla resa.

Il 21 maggio, poi, « …un sabato mattina, circha a hora di disinare, avendo tratte dua botte, quelli de la fortezza ferono sonare el tamburo...»;  al momento della resa gli aretini, per i patti intercorsi, ebbero anche tutte le artiglierie fiorentine e le munizioni relative, riuscendo così a disporre di un bel parco di bocche da fuoco, sul quale primeggiava il cannone fuso da loro stessi.

Non conosciamo né dimensioni né forme estetiche di quel cannone « ... di smisurata grandezza… » Che, si può ritenere, doveva essere di bronzo, e, forse, tirare palle di macigno e di ferro. Certo è, comunque, che la fusione di quello straordinario strumento di guerra,

alla quale non doverono essere estranei i notissimi  maestri campanai di Arezzo, e quelli di altre arti, attesta la presenza in città di strutture produttive e di una capacità materiale notevole, oltre che, è ovvio,

di artieri conoscitori delle tecniche di fusione e dei problemi costruttivi di un'arma del genere e dei particolari balistici relativi e, nel complesso, un am­biente industrialmente valente e ricettivo di un vasto patrimonio tecnologico compresso dalla politica fioren­tina.

Questa certezza suggerisce un'altra osservazione: se si ordinò un così grosso pezzo d'artiglieria, lo si fece perché le strutture locali non erano nuove a pro­durre armi da fuoco. E, forse, anche quelle più leggere presenti in mano tanto agli insorti, quanto agli assediati erano,

almeno in parte, di origine locale, prodotti di ordinaria amministrazione di un andazzo econo­mico a carattere e con risultati meramente alimentari.

Conclusa la vicenda insurrezionale, tornata Arezzo sotto Firenze medicea, sottoscritti i capitolati apparentemente liberali, morto il Conte Rosso ucciso per volontà di Clemente VII che volle far scontare a questo alleato il disegno di una Arezzo nuovamente in­dipendente, la storia del cannone ebbe altri svolgimenti.

Quella bocca da fuoco capace di far tremare una fortezza faceva paura, specie se in mano agli aretini, a gente sempre pronta ad insorgere.

Occorre al riguardo non dimenticare che i patti del 7 agosto 1531, almeno in apparenza, costituirono un successo politico per la nobiltà aretina del tempo, ri­spetto ai rapporti preesistenti che imponevano la pote­stà di Firenze repubblicana sulla base delle capitola­zioni leonine del lontano 1384.

Con meno Ufficiali fiorentini, con gli otto Priori cittadini aventi potestà giudiziaria civile e penale di appello di primo grado e cosi via, la sistemazione politica del 1531 appare come il risultato di un momento di equilibrio fra potere oligarchico e prin­cipesco e di un certo atteggiamento nei confronti di una città soggetta, ma non silenziosa, e, per di più, partecipe attiva alla vittoria dei Medici.

Sarà il tempo successivo, quello della sopravve­nuta monarchia assoluta medicea, a svuotare lentamente i contenuti delle intese del 1531, anche se le prime avvisaglie si fecero sentire presto, nel 1533, quando la più odiosa e la più drammatica delle contribuzioni finanziarie, che hanno tartassato per secoli Arezzo ed i comuni aretini, quella del sale, riscoppiò nella sua interezza determinando una lunga lite conclusasi con un concordato.

Del cannone d'Arezzo non si ebbe il coraggio di riparlare per qualche tempo, per un decennio.

Non ne parlò Alessandro duca quando, il 13 agosto 1536 (prossimo alla morte violenta che lo colse, la Be­fana del 1537, per Lorenzino e per il brutale sicario chiamato Scoroncocolo, su quel « …letto che avrebbe dovuto esser d’amore e fu di morte…» nel quale lui, che assommava «… i meriti del principi ed i vizi del privato… », attendeva una ignara onestissima «… non meno pudica che bella…» signora fiorentina) giunse in città per Porta Santo Spirito;

assisté, il duca, alla giostra di Buratto, ordinò di mandare a Firenze, Empoli, Pisa e Borgo San Lorenzo Buratto ed artieri del torneo, parlò un po' di politica e di economia locale, ma non del cannone.

Non ne parlo Cosimo primo nei primi due anni di principato, mentre preparava e poi consolidava il potere non badando a violare storia, diritto e popoli soggetti.

E Cosimo primo non ne parlò neppure durante la visita ad Arezzo del settembre 1539, quando cominciò la manovra avvolgente relativa al ripristino delle fortificazioni della fortezza «… et venendo a la discussione di volere rifare la roccha si dolsero … che ci pariva esser notati de infedeltà ... »

Poi, nel 1540, anno caratterizzato ad Arezzo da carestia, tasse in aumento, mura da finanziare e ri­fare, e dal solito panorama di malcostume, di ruberie di cancellieri, di doganieri e di notai, scoppiò la questione.

Il sei di luglio 1540 giunse ad Arezzo la notizia che il duca Cosimo sarebbe ritornato.

La magistratura, e cioè i nobili legati al potere mediceo, pensarono subito a festeggiamenti, ad onori, a lunghe liste di usuali regali, alla giostra contro il Buratto, e crearono una deputazione di festieri con

Paolo Montellucci  «…provveditore con piena libertà di spendere…»

Il secondo duca di Firenze, Cosimo, primo di que­sto nome, con la duchessa Anna, arrivò nella tarda se­rata del diciotto a Porta San Clemente, e fu subito al­loggiato nell'attuale Palazzo del Comune.

Le cose si misero subito male.

Il duca non era venuto in visita di cortesia, non intendeva assistere a feste, ad un palio o ad una giostra a Buratto;

voleva avere il magnifico parco d'artiglieria dei sudditi aretini, quello della insur­rezione di dieci anni prima.

I Priori ed i Consiglieri, subito riuniti, capi­rono che non c'era da discutere di giostra, e decisero, nonostante tre coraggiosi voti contrari, di«… compiacere … » il sovrano.

Fecero schierare, che, tutte le bocche scariche, si badi bene: scari­che, tutte le bocche da fuoco attorno alla gran Fabbrica del Duomo ancora incompiuta.

Cosimo, su ventotto bellissimi pezzi d'artiglieria, ne scelse ben diciassette, i più belli, i più grossi, ma, si badi ancora, « ... dal cannone in fora… » .

Fece finta di non considerare quel cannone che era una spina nella politica medicea.

Prese i diciassette cannoncini scelti, li fece portare e piazzare nel nuovo cassero di Santalberto, ma non ebbe il coraggio di domandare il cannone fatto in casa dagli aretini; quello che sparava palle da ses­santa libbre, quello fuso dagli insorti del 1530, quello che con poche palle aveva costretto i fiorentini

della repubblica ad arrendersi, « tanto era il guasto che facevanole palle lanciate da quell’enorme cannone …».

Il duca sopportò, poi, feste, commedie, un te­deum, una partita di caccia, e, perfino, come finale, « … canti figurati, et cornetti, flautim et tromboni et organi…», ma gli rimase sullo stomaco il cannone

da sessanta libbre di quei dannati di aretini.

Cosimo e la duchessa ripartirono, apparentemente contenti.

Ma l'undici agosto, da Firenze, il duca lanciò un messaggio perentorio: il grande cannone d'Arezzo doveva essere spezzato e mandato a Firenze, con promessa di rifusione in due più modesti pezzi d'artiglieria da dar e alla Città.

Come dire:  il grande cannone che avete fatto con le vostre mani è troppo pericoloso.

Intanto, come prova di buona volontà, Cosimo inviò in dono propiziatorio «… otto Moschettoni coi loro carri che arrivarono di fatto portati dai muli…», e cioè otto grossi schioppettoni da postazione che, in realtà, erano armi portatili.

La nobiltà aretina (Cristelli: «... i Medici consentiranno agli amici … di impinguarsi, ma non tollereranno mai che le città nemiche siano ricche…» ed armate) capitolò.

Il grande cannone d'Arezzo fu spezzato, montato su quattordici muli e fatto partire.

Nulla ritornò da Firenze.

Diciassette cannoncini nel cassero di Santalberto puntati sulla Città ed il grande incubo da sessanta libbre spezzato: altro che una battaglia perduta!

Altro che battaglia vinta da Cosimo: fu l'ulteriore umiliazione delle possibilità industriali e delle capacità creative e difensive di una Città.

La parte centrale del XVI secolo fu, per Arezzo, caratterizzata dalla fredda ed impietosa distruzione di interi quartieri della Città, dell'abbattimento dei più nobili palazzi storici che parlavano di libertà, delle torri, dei campanili, delle chiese, dalla creazione della nuova Fortezza (Machiavelli: «…quel principe che ha più paura de’ popoli che de’ forestieri debbe fare le fortezze…» ) e dalla soppressione della

splendida cittadella della Chiesa aretina posta a Pionta, sorta sulla tomba del Divo Donato.

Dopo cinquanta anni dall'impresa di Colombo, nella Europa caratterizzata dalle grandi monarchie nazionali ancora contraddette da papa ed imperatore, certo era improponibile l'idea di una Arezzo nuovamente autonoma governata da una nobiltà locale.

Ma certo è anche che, se il grande cannone d’Arezzo fosse rimasto intero «… di dietro alle case del vescovado… »,  Gregorio Sinigardi

non avrebbe  avuto motivo di scrivere nel proprio prezioso diario

queste terribili parole: «… il di 21 ottobre 1561 si incominciò a buttare a terra et rovinare il duomo (vecchio) con gran disturbo della Città a vedere disfare si bello e Santo Duomo, dove erano molte cose belle, sante et notabili. Così volle chi era padrone. Che Dio gliene perdoni e chi fu inventore di tale cosa …» .

Questo è il senso della storia del cannone da libbre sessanta.

 

 

P.BARGELLINI, 'La splendida storia di Firenze', Vallecchi, 1967, vol. II, pagg.248/250.

A.BINI, 'La ribellione di Arezzo nel 1529', A.M.A.P., vol.I (N.S.), 1920, pag 165,168/175.

J.CATALANI, 'Il libro dei Ricordi' (A.1530) (Nella Biblioteca della città di Arezzo). In RR.II.SS. (a cura di A.Bini ), pag. 230.

F .CRISTELLI, 'Storia civile e religiosa di Arezzo in età medicea (1500/1937)', Badiali, 1982, pagg. 13, 14, 19, 43.

A.TAFI, 'Immagine di Arezzo', B.P.E., 1978, pagg. 21, 146.

A.TAFI, 'I Vescovi di Arezzo', Calosci, 1986, pag.130.

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