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UN ROGANTINO TRICOLORE

SENZA ARROGANZA MA CON CORAGGIO

di Enzo Droandi

Chi scrive queste note imparò a conoscere il nome di Rogantino quando aveva poco più di dieci anni, in casa di Ugo Viviani, leggendo uno dei diecimila manoscritti e libri della meravi­gliosa raccolta ora dispersa fra collezionisti, amatori e rivenduglioli. E riuscì subito a capirlo, quell'uomo straordinario.

Rogantino: un rogantino toscano, anzi italiano, il più italiano dei rogantini, un uomo schietto, che non conosceva la romana, anzi romanesca, leziosità della vocale "u" inserita, nel nome, fra la "erre" e la "g", al posto della "o".

Rogantino: "quello che esplose contro la forza pubblica".

Rogantino: un governatore-prefetto, l'ultimo di Arezzo granducale, appena preso l'ufficio, dette ordine alle truppe di smontare i due can­noni che stavano sul Sacrato del Duomo, per "timore che cadano in mano a quelli che sembran diretti da quel Coleschi detto Rogantino ...".

Di mestiere faceva il più pacifico dei mestieri, il più bello, il più antico dopo quelli di cacciatore e coltivatore di terra, perché era fornaio, con bottega poco sopra al Canto de' Bacci.

Si muoveva fra i soldatacci del reggimento austriaco che era nella Toscana orientale, fra le giubbe bianche, con naturalezza, con la stessa facilità con la quali si dava da fare a lavorar balle di farina buona; e, per di più, si divertiva a far beffe a quei soldatacci, tutti compresi, dalla punta del fodero della baionetta alla cima del chepì, nel loro dovere di guardie dei buoni sud­diti del Granduca, i quali sudditi, poi, non eran proprio buoni, ma brava gente, magari un po' burloni, tutti un po' fatti a modo loro, col carat­tere ricalcato sui ciottoli grossi che ruzzolano in Amo, belli tondi e levigati dall'acqua che corre, ma un po' pesanti a sentirseli cascare sul capo o su di un piede.

Chi scrive queste note conosce le imprese di Rogantino fin da quando era ragazzo, e, prima per celia e poi facendo le cose un po' a modo, non ha mancato di prender qualche appunto sulle gesta dello strano fornaio, su qualche riga buttata là da un diarista, sulla notizia trovata su un giornale vecchio cent'anni, appunto che, messo in ordine con altri, conviene di riferire.

Era un uomo non troppo alto, quasi una mezza cartuccia, all'apparenza, ma era deciso nelle sue cose, preciso nel volere, pronto all'at­taccar briga, dedito a protestare contro tutti, contro il governo, contro il Granduca, contro i mugnai che gli portavan la farina, contro i compratori di pani.

Alla limitatezza del fisico non suppliva, però, come la maschera romana, con l'arroganza, ma con il coraggio. E si distingueva, anche, dal rogantino romanesco, per il fatto che mentre questi tentava di aumentar la propria levatura mettendosi in testa un cappello altissimo, il più alto possibile, quello adoperava il cervello, come fece vedere in più occasioni.

Abbiamo già accennato all'ultimo prefetto granducale di Arezzo che, per i poteri che aveva, era, più che un Prefetto nel senso moder­no, un Governatore. Era questi l'avvocato Gregorio Fineschi, un gran bravo uomo, per la verità, salvo quel viziaccio d'essere austriacante o, almeno, troppo ligio al Granduca, il che, in fondo, deve essere considerato da ogni onest'uomo, un pregio più che un difetto, se riscontrato in un soggetto che al Granduca era legato da giuramento di fedeltà volontariamente prestato e da un bello stipendio.

Questo Governatore Fineschi, che era delle parti di Siena, arrivò ad Arezzo in tempi di buio, nel 1849, quando la pentola dei liberali, che lui Prefetto chiamava la pentola della "Fazione", del "Movimento", bolliva forte. Arrivò ad Arezzo, ascoltò il Vicario Regio che lo preveniva sull'Avvocato Romanelli elemento pericoloso e di "Loggia", su don Leoni degno del bando, sul veleno delle idee dei patrioti Viviani, e così via, giungendo alla conclusione, saggia conclusione intelligentemente formulata, che ad Arezzo il pericolo non era costituito tanto dal moderatismo del Romanelli, dagli scrupoli di Don Leoni o dalla propaganda dei Viviani, quanto, forse solo e soltanto, dalle coraggiose smargiassate e dal cervello matto di Francesco Coleschi, detto Rogantino.

Scrisse il Fineschi nel suo meraviglioso "diario": "Sebbene piccolo della persona, incute ... a tutti ... con la sua energia ... ".

All'arrivo del Governatore nuovo, del restauratore dell'ordine, tutti attendevano grandi mosse, arresti in gruppo, schieramenti di polizia. E cosa ti fece invece il Fineschi? Ordinò l'arresto di Rogantino. E basta.

Ma il Fineschi, acuto quanto si vuole, non previde bene la reazione dell'interessato, il quale, lungi dall'essere il prepotente che si intimorisce al primo can che gli abbaia, "si barricò nella propria casa, e si mise sulle difese ... ".

I Cacciatori, i Gendarmi, il Vicario Regio, il Delegato, il Governatore, tutti, rimasero sconcertati. Che fare? "Assalire le barricate", ordinò il Governatore-Prefetto.

E la truppa ci si provò, ma da dietro le barricate, il Rogantino cacciò fuori uno schioppo e vergò un paio di colpi che bloccarono l'assalto, con la conseguenza, amaramente registrata dal Fineschi nel suo "diario", che " i Cacciatori non si vollero altrimenti cimentare"; il che equivale a dire in parole povere che i prodi Cacciatori, vista la faccia e lo schioppo di Rogantino, se la dettero a gambe a plotone affiancato, con tamburo e bandiera granducale in testa; e, forse, in coda.

Restò, è vero, il Sergente dei Veliti ("che qui faceva da querelante") a cercar di persuadere il fornaio, un po' a parole e un po' col fucile, ad arrendersi.

Ma il povero Sergente dei Veliti "fu minacciato della vita e credette bene di evadere"; laddove "evadere" significava fuggire, scomparire, andarsene lontano, alla chetichella, ma alla svelta.

Tutta Arezzo si rivoltò a risate contro il Governatore, i Veliti, i Cacciatori, i Delegati, i manutengoli, mentre il Coleschi se la spassava pel Borgo Maestro, girellando in modo scanzonato e provocatorio.

Girellava pel Borgo, Rogantino, perché non era come la maschera romana, perché non era un attaccabrighe che ne tocca sempre, un attaccabrighe affaticato a contare ad altrui debito le botte prese in testa; girellava perché era un uomo intero, magari basso di statura e con le gambe arcuate come tutti i rugantini di Roma, ma sempre intero.

Perché il Rogantino nostro non era uno che protestava minacciando, ma uno che minacciava, protestava, urlava e poi picchiava chi gli si parava davanti, quando sapeva d'aver la ragione e la forza in mano. Rogantino, insomma, e non Rugantino.

Vennero poco dopo i brutti giorni della fine di Roma repubblicana, i giorni della paura: paura dei Granducali che vedevan Garibaldi con la torma dei "garibaldianì" sempre più vicino, dei liberali che sentivano gli Austriaci sotto casa, dei pigionanti che temevano la carestia, dei bottegai che spaventavano il sacco, dei chiacchieroni che non sapevano quale era la parte buona.

Solo Rogantino, con le sue gambe torte, camminava diritto come un fuso: diritto tanto da esser reputato capo di un fantomatico drappello di disertori pronto a tutto, che, come sappiamo, preoccupava il Fineschi, il quale fece smontate due cannoni ... perché non li prendesse Rogantino!

Di quel che il Coleschi fece dopo che Garibaldi si fu allontanato dal Colle di Santa Maria non è facile dire. Forse il suo nome si potrebbe reperire in elenchi di arrestati, di cacciati da Arezzo, o giù di lì.

Ma, più di questo, quel che interessa è sapere che dopo dieci anni non aveva perso la propria vena e che ancora girellava, con un corbello pieno di idee ficcato in testa.

E, fra queste idee, c'era quella di ritirar fuori una certa bandiera di seta, un tricolore, fatto a rettangolo, un bel tricolore a strisce orizzontali che aveva sventolato per le vie di Arezzo nel 1848, e che il fornaio non aveva distrutto, ma solo ripiegato.

Aveva preso il drappo, lo aveva messo per bene su una carta pulita, tutto nelle sue pieghe, l'aveva legato bene, poi l'aveva dato a Sebastiano, il suo ragazzo, quello che nel '60 troveremo nei Bersaglieri piemontesi e che con le truppe piemontesi era destinato a tornare ad Arezzo.

"Va da Don Labano", disse Rogantino "che è de' nostri - E digli che se lo tenga caro".

Ritirar fuori quel tricolore era l'idea fissa del fornaio, che, intanto, passava il tempo facendo il pane e molte passeggiate.

Finalmente venne l'ora adatta, l'ora buona, ma Rogantino voleva essere ben sicuro: insorgere va bene, va bene ad ogni ora, il tutto a suon di botte, con lo schioppo o di punta o di calcio, o anche solo con uno sgabello in mano da mulinare al Canto de' Bacci. Ma per tirar fuori il tricolore di seta, quello buono, occorre­va l'ora giusta, quella sicura. Era l'aprile del '59. La situazione era poco chiara e Rogantino capiva poco del viavai del Fossombronì-Falciaì e di tutti i conciliaboli di avvocati liberali.

Sì, è vero che c'era ad Arezzo l'Accademia Petrarca che aveva sfidato il Governo eleggendo Socio accademico tutto, in corpo e deputazione, il Gabinetto piemontese; ma ora si disquisiva se non fosse troppo impegnativo mandare latori a Torino e si stava ripiegando nel consegnar le patenti accademiche all'Ambasciatore del Regno Sardo in Firenze.

Sì, è vero che il Collacchioni di Sansepolcro stava reclutando volontari, che il Viviani dava daffare, che i proprietari di campagna cominciavano a sperare sul Regno, che i mazziniani si agitavano, e così via. Ma il Rogantino non voleva discorsi: voleva alzare il tricolore, e, possibilmente, menar le mani.

Finalmente arrivò il 27 aprile 1859.

I liberali seguitavano a discutere sul da farsi, mentre il Governatore Fineschi seguitava a disquisire, con detti argomenti, sulla differenza fra la propaganda "piemontese" e quella della "Società Nazionale".

Il Romanelli, ancora, bofonchiava e tempestava di lettere e telegrammi l'amico Salvagnoli per avere il "via"; ma era titubante.

E poi, un po' tutti, volevan far le cose "perbenino", alla buona, urbanamente.

Oddio! Volevano il Re Vittorio, e qualcuno voleva l'unità con la Repubblica, ma senza scos­se, magari portata da un vetturale fiorentino sotto forma di ordine del Granduca.

Perché i Toscani son, come già si è detto, come i ciotoli che ruzzolano leggeri sull'Amo, belli tondi, addolciti dall'acqua che scorre; e son duri, robusti, diavoli quando rotolano fuor d'ac­qua, quand'escono dal letto; ma prima d'uscir dal letto dell'Arno, "fiume dal letto incavato", ci mettono, ci ripensano, ci studiano e ristudiano.

Rogantino, invece, non voleva tante storie, tante mene, tante lettere, tanti vetturali fiorentini. E poi lui col suo buonsenso da popolano l'aveva capito che pel Granduca era finita, l'aveva capito prima di tanti dotti; l'aveva capito dalla faccia del gendarme che pian tonava al Canto de' Bacci la bottega del fornaio con l'aria di aspettare la ragazza o di attender l'ora di cena.

Rogantino la mattina del 27 aprile aprì gli sporti di bottega, lassù sopra il Canto de' Bacci e mentre apriva si disse: "Stasera non vado a letto in Toscana, nel Granducato".

Aperta bottega, si mese a vendere pane, ma intanto non poteva star buono e girellava, occhieggiava, faceva la ronda per il borgo.

Alle dieci si decise. Si decise a correre isolato, a lasciare indietro Circoli, Società Nazionali, cospiratori, partiti unionisti e moderati e logge.

Si decise. Frugò da qualche parte, prese tre o quattro bandiere tricolori piccine piccine, tornò in bottega e le piantò in bella mostra sulle balle della farina: e chi ha da dir qualcosa si faccia sotto, ché in bottega c'è Rogantino.

Passarono i gendarmi, passarono i Cacciatori, ma nessuno disse niente. Tutti facevano da tonti, facevano finta di non aver capito quel pazzerellone di Rogantino.

Poi, però, quei pezzetti di stoffa tricolore cominciarono a far gente.

Allora il fornaio si decise a correre isolato fino in fondo, a farla lui, da sé, magari coi suoi ragazzi, la rivoluzione, ad Arezzo.

Prese uno dei figlioli, forse Lancillotto, forse Eugenio, e lo mandò da don Labano Veltroni:

"Digli che ti dia quell'involto ... " .

Il ragazzo tornò dopo pochi minuti e Rogantino sfece il pacco, prese un randello, attaccò a quello il bel drappo di seta di dodici anni avanti e lo issò.

Chi applaudì, chi urlò, chi fuggì a zampe levate, mentre Rogantino si piantava a gambe larghe sull'uscio di bottega, libero finalmente, libero nella sua bottega che era Italia, libero di avere lui e non la folla dei titubanti dichiarato a tutti ed in faccia ai gendarmi che Arezzo era Italia.

I diaristi non dicono se Rogantino era armato o meno. Ma è facile intuire queste cose, è facile indovinare i suoi ragazzi, Sebastiano, che poi correrà in Piemonte ad arruolarsi, Lancillotto, che se ne andrà con il Nicotera, Eugenio, che vestirà l'uniforme di Guardia Nazionale, pronti con le armi in mano.

Questo bel Rogantino toscano, questo Rogantino tricolore, questo uomo fiero, entrò nella storia alle ore dieci del 27 aprile 1859, e ne uscì, col suo drappo di bella seta, al tocco dello stesso giorno, per andare a casa a desinare, mentre il Governatore Fineschi chiudeva la valigia.

 

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