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 RINALDO DI ROVERAIA

 di Enzo Droandi

Rinaldo di Roveraia era un montanaro, figlio di montanari, abituato a sgobbare sulle preselle di poca terra rette da muretti a secco creati nei secoli, in quelle scoscese fiancate del monte che precipitano sul torrente fresco e rumoroso.

Non si è mai capito se Rinaldo andasse a lavorare con la doppietta in spalla o se andasse a caccia con la zappa in mano; fatto è che, sovente, mentre lavorava su qualche filarino di viti, sentiva la starna. Allora lasciava la zappa; e la starna lanciava il suo ultimo canto. La lepre era, però, la sua specialità. Una volta prese anche un fagiano, animale che, di regola, non trova pastura sui picchi dell'alpe.

Era un montanaro, era un montanaro elegante, distinto, ed aveva una certa somiglianza con Gary Cooper, dicevano le ragazze che vivevano nel paese che è a valle.

Una volta lo incaricarono di andare tutte le sere con il mulo in un paesino dell'alpe, ad incontrare una maestrina vedova per riportarla in paese; la terza sera, quando fu al bivio di Roveraia, invece di imboccare la via del piano, lasciò che il mulo prendesse la dritta di casa. La maestrina arrossì, drizzò gli occhi e restò in silenzio.

Mencarino e Cecco la salutarono e misero in tavola la zuppa di ceci.

Non vestiva ricercato; anzi!

Portava sempre pantaloni e cacciatora di frustagno o di pelle di diavolo. E il cappello, portava, e non il berretto o la berretta come gli altri.

Sembrava un aristocratico ed era elegante anche se, talvolta, aveva la barba non rasata da quarantotto ore.

Nella valle dell'Agna allora vivevano centinaia di persone, fuori dal mondo. Vivevano nei paesetti nati sulle rovine dei castelli: Anciolina, Faeto, Pratovalle, Casamona, che vuol dire "Casa di Simone", Sercognano, oppure nelle casette di sasso sparse qui e là. Queste casette o villette o ville, che nella parte alta della valle avevano, di regola, i tetti di lastroni di pietra bigia cavati in Pratomagno, avevano ed hanno nomi tanto belli come Casa ai Merli, Casa a Scricche, Casa al Frate, Bozzolone, che è un molino abitato, la Grotta (che è una villa come "Baccano"), Vallucello, Casa di Melo, Casa della Costa, Corsucci, Casa al Coltro, La Vigna, Le Mozze, Cà di Vestro, Case d'Agna, i Cavaglioni, nomi tanto belli anche quando hanno un tono dispregiativo o diminutivo, come Le Casacce, Casa al Vento, La Pietraia, Il Casino, Casin di Chiorre, dove una notte il lupo mangiò la coda dell'asina.

Centinaia di persone vivevano allora in questa valle, immerse nella pace delle selve dei castagni, fuori dal mondo, tutte dedite a lavorar campini difficili come quelli della Palmoline, della Fonte, di Campaltino, quello un pò alto sopra Roveraia, o fazzoletti di terra in Sarna e perfino in Gubbiana, che è una gibbosità a quota alta.

Queste centinaia di persone erano attente ai magri raccolti, alle patate tardiole, alla farina di castagne da stronare, al vinello asprigno e basso d'alcool, al signore di quelle parti che era il mulo, allo stoppino del lume ad olio, alla legna per l'inverno. E gli amori, anche quelli casti, nascevano sempre nella stessa cerchia, fuori dal mondo, cioè.

 

Rinaldo, invece, era l'unico fra quella gente che del mondo sapeva molto, molto più di don Dante che pur aveva studiato, che aveva fatto il seminario e che sapeva insegnare a leggere ai ragazzi.

Rinaldo sapeva molto del mondo perché aveva una radiogalena, e perché, ogni anno, andava, nella stagione giusta, fino a Villefranche, vicino a Nizza.

La galena la teneva vicino al letto e l'antenna sull'aia assomigliava ad un filo per stendere i panni lavati. La sera si metteva la cuffia agli orecchi ed ascoltava il mondo, vuoi chi parlava in italiano, vuoi chi parlava in francese. Ascoltava parole, musica, e riusciva a captare anche la radio Vaticana, Monteceneri ed Algeri e Londra.

Una sera, verso le dieci, captò Belgrado, e, da quella volta, come un innamorato, ascoltò spessissimo il triste messaggio di "Lilì Marlene". Forse pensava a Pietrino, suo fratello, che se ne era andato assieme al più bel mulo di casa, anche lui coscritto, a guerreggiare sulle montagne del Tomori e sulla Voiussa " ... che del sangue degli alpini si è fatta rossa ... ".

Tutta l'altra gente non sapeva chi era "Lilì Marlene".

A Nizza, a Villefranche, andava al primo sole d'estate. D'inverno lavorava duro sulle piccole terrazze del poderuzzo, cacciava la starna o la lepre per il pranzo della domenica, faceva legna, curava il bosco e puliva la selva. Poi partiva.

Preparava la valigia, ci metteva panni da lavoro, biancheria, ed un bel vestito bleu, a doppio petto, e le scarpe nere, e poi salutava Cecco e Mencarino che sembravano nati oltre cent'anni prima, e partiva.

A Ville franche curava i giardini delle ville dei signori, degli ambasciatori, dei consoli, dei puttanieri, degli armatori, delle dive, dei lenoni, dei giocatori di chemin de fer, dei pittori e degli imbratta-tele, delle vedove ricche e degli scrittori; lavorava dall'alba al tramonto, vangava, zappettava, piantava, concimava, inseminava, tosava, sfoltiva, annaffiava, coglieva, ed, al calar del sole, restava sui giardini per annaffiare ancora, al primo buio. Lavorava, sempre vestendo i panni da lavoro, e guadagnava franchi.

Alla fine della stagione, verso settembre credo, smetteva, ma non tornava subito a Roveraia. Faceva i conti del guadagno ottenuto, metteva da parte un pò di soldi per Cecco e Mencarino e per l'inverno; poi apriva la valigia, vestiva l'abito bleu a doppio petto, e faceva, per un pò di giorni, il villeggiante. Non andava, in quei giorni, all'osteria, ma al restaurante frequentava la spiaggia, passeggiava sul boulevard des Anglais, prendeva l'aperitivo al Negresco, si dissetava, al pomeriggio, o con la bière d'Alsace o col migliore dei pastis, è faceva amicizie; non era rustico e parlava francese con le ragazze inglesi.

Faceva il signore, perché signore era, di tratto, di portamento, di educazione. Il doppio petto lo vestiva bene, come la cacciatora, perché era un signore.

Poi, finito il denaro da spendere, riprendeva la via di casa e tornava a lavorare nel bosco, alla carbonaia, lungo i costoni scoscesi della Motta, raccoglieva ghiande per fare una specie di caffè e per dare da mangiare a due magroncini, a due maialini che rallevava, per poi salare nell'ottobre successivo.

Una volta, con lui, fui ospite per una colazione mattutina, quasi albare, offertaci da Carlo Fini, il guardia, davanti al fuoco di casa (qui la cucina si chiama casa), sotto l'arco medioevale di Pratovalle.

 

 

Colazione: ricotta fresca, raviggiolo, polenta di castagne calda e dura, non quella squacquarellosa che si fa in città, prosciutto scuro e senza grasso ed acqua di sorgente, fresca e brillante.

Carlo disse: "Rinaldo, lo volete un pò di vino?". Rinaldo di Roveraia rispose: "Datemelo, ma molto, se è buono".

Poi si misero a parlare: "Chissà se mangerà il signorino Attilio". Attilio era prigioniero in Polonia, e, poi, ad Amburgo. "Chissà dove sarà Pietrino col suo mulo ... "; e Pietrino era anche lui in Germania, senza il mulo, che era stato mangiato dai soldatacci.

Poi venne la stagione dei prigionieri fuggiti, poi quella dei ribelli, e, poi, quella partigiana. In tutte tre le stagioni Rinaldo entrò fino al collo. Buono, aiutava chi aveva fame, rischiava per nascondere, nell'insegnare viottoli dischiesti; ma non torse un capello a nessuno.

Una volta mi fece vedere un mauser e mi disse: "Finita la guerra lo porterò da Italo dello Stagnino e lui me lo modificherà in schioppo da caccia in avancarica; poi lo denuncerò. Per ora lo nascondo".

Dove lo nascose? Non lo so.

Forse quel fucile è sempre là, in un nascondiglio, ad aspettare Rinaldo.

Forse é dentro un castagno perché nella nostra valle ogni castagno era allora una cassaforte.

Ma Rinaldo non può andare a parlare con Italo dello Stagnino, che è sempre vivo e vegeto, per accordarsi sul prezzo del lavoro.

Rinaldo non c'è più.

Nella stagione di fuoco Roveraia, assalita dal secondo battaglione del terzo reggimento dei fanti del Brandenburgo, saltò in aria, ma Rinaldo, Cecco e Mencarino si salvarono.

Quando i ragazzi poterono tornare a giocare intorno alle case ed ai paesi, restò il fatto delle mine nascoste. E fu la stagione delle mine. Rinaldo imparò a rendere inattivi gli ordigni.

Esaminava bene i viottoli, i prati, le piagge, specie attorno alle case dove c'erano ragazzi.

Un giorno, nel tardo agosto, ne vide uno di là da Baccano, sulla via di Campogialli. Si avvicinò e si apprestò a disinnescarlo; era di quelli con la scatola di legno, quadrata, larga due spanne, di quelli fatti per ammazzare, ma anche per risparmiare metalli.

In paese udimmo un boato che salì fino a Vinca, a Roveraia, e su, lungo l'Agna, fino al varco di Monte Lori, per precipitare poi sulla Fonte Cavallari e su Pontenano.

I resti di Rinaldo e della sua cacciatora furon messi in una cassettina di legno ed interrati nel cimiterino di Pratovalle, perché a Roveraia il cimitero non c'è. Furono interrati non distante da quelli di don Dante, morto, con dignità, ammazzato.

Attilio tornò da Amburgo, Pietrino ritornò dalla prigionia secco e senza mulo, Donato Verzucoli si rimise a macinar castagne, Bista ricominciò a lavorare piangendo il suo ragazzo saltato su di un'altra mina, Nandino Verzucoli riprese a vender sigarette e generi alimentari, Carlo Fini, il guardia, curò il figlio ferito in uno scontro e, poi, ritornò nei suoi boschi a fare il guardiacaccia.

Rinaldo non c'era più.

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