Sei Qui: Home > Gallerie Persone > Quinzio Sisi

Quinzio Sisi

Ricorrendo l'anniversario della scomparsa di Quinzio Sisi - giornalista militante per oltre cinquant'anni - abbiamo voluto ricordare la sua bella figura, non con uno scritto d'occasione, ma pubblicando la prefazione ad una «biografia» che un suo allievo va preparando.

Questa commossa rievocazione dell'amico Sisi è l'omaggio del nostro giornale alla sua memoria.

 

Fui combattuto fra l'idea di andare a vegliare le spoglie di Quinzio Sisi e quella di evitare di vederle, perché volevo - e credevo fosse la più bella - conservare l'immagine viva di quel gran vecchio.

Andai, perciò, solo al trasporto funebre, ad accompagnare quelle spoglie su, al cimitero, dalla chiesa di Sant'Agostino al cimitero.

E lo feci, come ho detto, di proposito. Ma, giunti lassù, sotto la fortezza, sentii che era mio dove­ re attendere qualche istante, per avvicinarmi alla bara.

E la bara era aperta.

Così, mi trovai davanti a Lui morto, davanti a Lui, inaspettatamente solo.

Solo - ma c'era ancora qualcuno intorno che piangeva - solo davanti a Quinzio Sisi sereno, libero dal dolore fisico che lo perseguitava, solo davanti alla tranquilla immagine dell'uomo al quale mi legava un affetto, un interesse di ricerca, all'uomo che mi era stato vicino quando avevo chiesto la sua parola.

Quella è l'immagine fisica di Lui, che conserverò, che ha annullato per sempre le altre che conoscevo, e che - nella memoria - prima - avevo riposto con tanta cura.

Da anni, avevo cercato di fissare materialmente il volto di quell’uomo ed, in un'epoca nella quale tanto si spreca la parola «importante», mi vergogno quasi a dire che sentivo «importante» mettere su carta sensibile certe espressioni.

Si piegò, un po' riluttante, al primo tentativo di  «posa» davanti a quattro lampade e ad una macchina fotografica - tentativo la riuscito solo in parte, ma rifiutò recisamente l'aggiunta di un «flash» caricato a tempo ignoto.

Poi acconsentì ad una seconda prova con lampade, eseguita mentre discutevamo animatamente, prova che - per i mezzi che permise - voglio definire buona e che dette quei risultati dei quali si deve trovar traccia, frugando fra le sue carte.

Per una immagine a colori non ci fu nulla da fare, perché, mi disse non avrebbe avuto piacere di vederla. Ma la discussione sui colori dette origine ad una serie di «serate» durante le quali, con il proiettore, gli mostravo tutte le diapositive che avevo, diapositive di casa, di Arezzo, di luoghi la d'Italia e di fuori.

Ed ogni acquisto, ogni viaggio, ogni gita, rendeva obbligatoria una minuziosa relazione «a colori», con lunghe spiegazioni, ed un serrato carosello di domande e risposte.

Parlava di Arezzo, delle sue  strade, della gente, delle piazze che aveva visto tanto e tanto

tempo prima, delle trasformazioni in corso, con una serie di immagini vive ed attuali.

Non si dimentichi - a questo proposito - che fu Quinzio Sisi che – nel suo giornale - aprì quel dibattito che ha dato ad Arezzo l'ormai di compiuto passaggio. sotterraneo della ferrovia.

Umile, quando il dibattito fu avviato per la buona strada, non volle male a chi gli tolse di mano il campanello di moderatore della discussione, ma, anzi, disse che l'importante era aver aperto una discussione feconda, anche se gli allori non avrebbero sfiorato l'iniziatore.

Non cercò di riprendere il campanello, ma, solo, iniziò altre feconde discussioni.

Perché quell'uomo fisicamente tormentato esercitava - su chi lo avvicinava - un cosi forte fascino? Perché davanti a lui, ognuno si sentiva giudicato? Perché, il suo giudizio era accettato come guida?

Non so rispondere a queste domande. 

Posso solo cercar di fissare dei ricordi di qualche fatto, di qualche ora passata con lui, perché altri unisca questi ricordi ai suoi e dia una risposta.

Posso solo dire che era un uomo di una integrità morale invidiabile, un uomo onesto, umile, fiero di professare le proprie idee, tollerante con l'avversario  quanto fiero difensore della libertà dell’avversario.

Lascio anche a chi sia meglio documentato di me di delineare il suo pensiero politico, che, in sostanza, altro non era che la logica conseguenza della sua fede religiosa.

Ma; non posso non ricordare, qui, che - nel 1944 - non volle denunciare il nome di chi, nel gennaio 1925, gli aveva incendiato quella tipografia di via Ricasoli che era anche sua, e dalla quale seguitava ad uscire, in carta stampata, la sua protesta settimanale contro la dittatura.

Non posso, aggiungo, non ricordare con quale affetto parlava dell'uomo che era stato per anni il suo «angelo custode»: un com­missario di polizia, un umanissimo persecutore e censore de «La Vita del Popolo» e di Quinzio Sisi.

Ricordo che raccontava come avendo compreso l'interno dramma di quel buon commissario, che seppur ligio al dovere, aveva un gran cuore, censurava da sè i propri scritti; ma lasciava in ogni parola il senso della protesta.

Ed il commissario censurava, tagliava, urlava - dispiaciuto di censurare, tagliare, urlare - mentre il Sisi  riscriveva, ripeteva, confermava - dispiaciuto di offendere il commissario - ma fermo nelle proprie idee.

Quando, appunto, parlava del commissario sorrideva, in pace e nel ricordo, si distendeva in una di quelle immagini che più volte ho cercato e che ho ritrovato solo nella sua spoglia mortale.

Realizzazione siti web ActiveSite.it Cookies
Visitatori: 65