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QUEL TERRIBILE GENNAIO DEL 1944 NELL'ARETINO

di Enzo Droandi

Arezzo - Via Mazzini - casa Bonfigli Bombardata 1944

Quel gennaio 1944 fu un mese terribile nel quale, in apparenza, accaddero poche cose, di specifico nell'ambiente della Resistenza.

Ci fu la notte brava di Licio che mise in fuga gli ospiti della casa del fascio di Lucignano, ci fu il disarmo di cinque militi a Castiglion Fiorentino, si ebbe il sabotaggio di linee telegrafiche in Valdichiana, e poco più. I fascisti per una spiata presero il tenente Pelliccia della disciolta banda di Vallucciole, mentre il tenente Girondini riusciva a fuggire, in piena piazza San Francesco. E basta. Salvi, ovviamente, i bombardamenti americani e inglesi che riguardavano tutti e bloccavano anche le mosse dei «ribelli», disperdendo, se non altro, le loro famiglie.

Il mese cominciò con la tempesta di vento e di neve di capodanno, che sradicò cipressi secolari, abbatté muraglie, scoperchiò tetti e provocò incendi di boschi e di pagliai, in alcuni dei quali c'erano le armi dei primi “ribelli». Più di tutti in quella notte soffrirono gli «inglesi» (si chiamavano tutti «inglesi») fuggiti da Laterina e gli slavi usciti in colonna dalle nebbie del campo di Renicci; ma all'alba di capodanno si vide di che pasta era fatta la gente contadina uscita a portare cibo agli assiderati anche se la neve conservava le orme, Non pochi «evasi» furono ricoverati in fienili e perfino nelle case. La scelta umanitaria, sottolinea il Cherubini (1975) divenne «una rischiosa scelta politica» che maturò tanto nei proprietari quanto nei contadini quando uscì il famoso «manifesto del 4 gennaio» che, fatto per dividere, unì borghesi di campagna, coltivatori e mezzadri.

Ricominciò, proprio il 3 gennaio anche per un doloroso fatto di sangue, la caccia agli «inglesi»; e nei «mattinali per il Duce» la GNR di Arezzo poté iscrivere la cattura di quattro contadini, «due ex ufficiali e 6 ex militari di truppa i quali vivevano sotto la protezione del parroco di Faltona».

Ma la questione degli «evasi» si aggravò anche sotto un altro punto di vista: si ebbe la conferma di quanto il generale Donnini, allora tenente s.p.e., aveva constatato a Vallucciole: «gli ex prigionieri ( ... ) salvo una minoranza (. .. ) non si dimostrarono disposti a combattere».

Per la gente delle campagne emersero altri problemi, in quel gennaio terribile: non c'erano da sfamare solo gli «evasi», i «ribelli», gli sbandati, i fuggiaschi, e tanti viandanti, gente tutta nella quale tutti rivedevano figli e babbi lontani, sparsi per il mondo e chi sa dove. C'erano da avvittare migliaia di sfollati.

Fatto è che la Toscana orientale e cioè la provincia di Arezzo, era senza capoluogo e senza comunicazioni stradali e ferroviarie; la città di Arezzo era divenuta un gruppo di edifici, in parte danneggiati o distrutti dai due bombardamenti del 2 dicembre, La gente, le famiglie, le autorità fasciste e tedesche, i produttori, gli operai, tutti erano fuggiti nelle campagne, nelle montagne, nelle colline, lontano da Arezzo.

Il tessuto della città era sfìlacciato, il Distretto Militare a Poppi con i Tribunali, la Prefettura alla Godiola, la Banca in casa Brizzolari a Sanfilippo e in casa dell'eccellenza Severi, gli Spedali sminuzzati e la «Kommandantura» in periferia; in città, si diceva emblematicamente, rimase Emanuele vescovo con il suo fedele maggiordomo Candido.

La gente entrava in città dopo l'alba, faceva qualcosa negli uffici e nelle botteghe aperte fino alle ore 10, poi spariva perché si sapeva che i «Marauders =predoni» e le «Fortezze Volanti» arrivavano dopo le ore 11.

Anche Antonio Curina, capo del «Comitato di Concentrazione Antifascista» (CPCA), osservava questo orario; veni­va da palazzo del Pero in bicicletta. Era, in un certo senso, tranquillo perché una bomba inglese distruggendo la federazione fascista aveva travolto le carte che accusavano lui ed i suoi compagni. Non riusciva, però, a riannodare tutte le trame della resistenza, con i politici (chi sfollato e chi fuggiasco) e con gli armati (altrettanto spersi o nascosti nelle famiglie). Del resto tutto era fermo. Senza il polmone urbano alle campagne non arrivavano né concimi, né carburanti e neppure il sale o la conserva industriale di pomodoro.

La società urbana si dissolse nella realtà rurale e si alimentò su quella, contando quasi esclusivamente sul grano e sulla compressione dei consumi.

In gennaio il blocco fu totale ed Arezzo, per la prima volta, vi­de i flussi interprovinciali di derrate previsti dal piano nazionale di approvvigionamento fermarsi totalmente per effetto delle interruzioni ferro-stradali. Per fortuna, come dovunque in Italia, «la situazione degli approvvigionamenti in verdura, frutta e vino» era buona (Collotti).

Il «mercato nero» vero, quello alimentato da ben altre fonti che non quelle dei piccoli proprietari e dei contadini, quello speculativo, si ridusse ai minimi termini, mentre subentrò quello, sempre «nero», ma diverso, rifornito in specie dai contadini che, in Toscana, raccoglievano il 37% del grano. Questo nuovo mercato, osserva il Cherubini, alimentato da micro-partite composte da decine di chili, raramente da un quintale, scavò il proprio letto «tra i prezzi praticati dagli ammassi ed i prezzi praticati dal mercato (legale!) dei grossisti», fra i quali c'era un divario macroscopico; alimentando così i bisogni alimentari essenziali degli sfollati, questo mercato di partite minime compensava, in modo però esiguo, la società rurale delle perdite originate dai prezzi degli ammassi.

Fu in gennaio, con il raccolto dell'olio, che i tedeschi, che costituivano la realtà strutturale degli ammassi, si accorsero che qualcosa non andava. Nota Antonio Lombardo che «dalla diminuzione delle vendite agli ammassi ( ... ) traspare il progressivo allontanamento dai vincoli fascisti e tedeschi e l'appoggio politico ed umano fornito ai partigiani».

In marzo la situazione sarebbe stata più evoluta; un manifestino diffuso a Cortona poté dire «non consegnate i vostri prodotti agli ammassi. Vendete li (senza approfittarne) agli italiani vostri fratelli. ( ... ) Niente per i tedeschi» dove «senza approfittarne» significava adesione della resistenza al mercato libero non speculativo.

A Siena, Firenze, Perugia, ovunque la gente viveva la guerra e lo spirito della resistenza nel proprio ambiente abituale, fra la gente consueta ed in casa pro­ pria; nell'Aretino commercianti, studenti, operai, sacerdoti, industriali, militari si trovarono, volenti o nolenti, immersi nella società rurale, «a contatto con la nuova realtà dettata dall'attività partigiana».

Questo comportava una ulteriore aggravante per il potere della RSI.

Per esempio: l'industriale Boschi di Giovi, il colonnello Marchese, un Tigli ed altri furono catturati in pieno gennaio. Sottoposti a violenze, furono poi dimenticati in carcere; dopo quattro mesi i magistrati Filippo Romani e Brunetto Bucciarelli-Ducci (il futuro presidente della Camera dei Deputati) ordinarono la loro liberazione senza che nessuno se ne accorgesse. Del resto anche le carceri erano sbandate: il tenente Pelliccia ed il Bulletti, babbo di partigiani, evasero «giocando d'astuzia».

Proprio in gennaio ci fu una raffica di bombardamenti molto pesanti, diurni e notturni, su «Arezzo-Marshalling Yards», gli scali merci, e sui ponti ferroviari vicini; ma anche la città deserta fu sconvolta, fino nel centro storico e perfino nel cimitero, arato dalle bombe di sabato 22 gennaio, quando «gli aerei disturbati dalla contraerea» sganciarono «parte delle bombe a casaccio», scrisse il quindicenne Almo Fanciullini nel suo diario.

Fu il crollo generale anche nelle comunicazioni fra persone e nelle famiglie; la gente si muoveva il meno possibile.

La città non aveva più né forma né senso.

Anche le strutture della resistenza ad Arezzo assunsero forme anomale; il CPCA, strutturato sul Partito d'Azione, privo della spinta del Partito Comunista che «si limitò a svolgere un'attività subordinata», ricorda il Verni, era condizionato dalla dispersione dei suoi membri politici. Così sul presidente Curina agì spesso l'influenza «badogliana» talvolta anche inconsciamente portata dagli Ufficiali del Regio Esercito, i quali, poi, si riconosceranno nel generale Rossetti, allora capitano s.p.e.

Per un periodo mancò anche Rossetti, incarcerato.

In realtà la lotta armata, in gennaio, rimase in mano a pochi giovanissimi riuniti attorno a Licio, a Raul e al famoso brigadiere Zuddas dei Carabinieri, nascosti dai contadini e da sacerdoti. Ma anche i militari erano sparsi sul territorio. Il generale Sacconi, allora tenente, ricordò che i contatti con il CPCA erano scarsi e che cessarono quasi proprio quando si buttò «alla macchia», in marzo.

Ma quei giorni di marzo e di aprile e gli entusiasmi di quella primavera che vide decine di giovani in armi, erano lontani; e più lontana ancora era la presenza operaia e studentesca di maggio e quella entusiasmante che fu chiamata «leva contadina». In gennaio queste erano prospettive insensate.

Solo in aprile, alla vigilia delle grandi stragi d'Appennino condotte da von Zangen, il CPCA, sotto la spinta del CTLN, assunse la denominazione di CPLN, rimanendo però «badogliano» come era.

In gennaio la Valtiberina si preparava in autonomia, mentre il Valdarno, salvo il contatto di Curina con il tenente Alberto Droandi, passava sotto l'influenza delle «Garibaldi» di Potente e delle «autonome» del «Monte Amiata», di osservanza monarchica questo «raggruppamento», ma con bandiere rosse (il tenente Succhielli spiegherà poi che non si poteva andare nelle case dei contadini con la bandiera dei padroni).

Fu proprio nel gennaio freddo e triste del' 44 che mancò una «efficace azione di coordinamento politico della lotta armata che si andava sviluppando» (Biagianti, 1990), mancando la quale, quando in primavera si costituì la Brigata «Pio Borri», «garibaldina» ma estranea alle «Garibaldi», non tutte le bande aderirono,

e le più delle affluite conservarono «la loro struttura ( ... ) ed una parziale autonomia per cui l'unitarietà del comando (restò) solo un proposito», aveva già scritto il Biagianti nel 1975.

Finora nessun documento ha smentito l'affermazione di Biagianti; e l'origine di questo fenomeno è da individuare proprio nel gennaio terribile.

Per la verità il CPCA, nelle persone che erano rimaste attive, e specie ed acutamente in quel gennaio, soffri anche un trauma sconvolgente: si scopri che il «capitano Morris», ingegnere canadese, che conosceva tutto e tutti della resistenza aretina e che stava penetrando in quella fiorentina, altro non era che un agente del «Militaerkommandantur 1003» e, cioè, il poliziotto bulgaro Boris Naideiroff, che fu soppresso a Scandicci, vicino a Firenze, da uomini del Partito d'Azione la notte dell' 11 gennaio 1944 (Curina e Francovich).

Il presidente Curina, che aveva attribuito la cessazione dei bombardamenti di Arezzo dopo il 2 dicembre 1943 ai poteri del Morris-Naideiroff presso l' «Intelligence Service», e che li vide riprendere violentissimi, fu psicologicamente condizionato da quella esecuzione; e perfino nel dopoguerra, ignorando che i programmi del «bomber Command» erano formulati entro canoni rigidamente strategici, seguitò a domandare a se stesso se l'uccisione di Naideiroff era stata un «madornale errore”. E giunse ad elencare nel suo libro «Fuochi sull'Appennino» i pesanti bombardamenti subiti da Arezzo nella seconda metà di gennaio, dopo la morte di Naideiroff, dimenticando però quello del giorno 7, attuato quando ancora il «capitano Morris» era in vita.

Quanto ai tedeschi, questi, per la verità, si vedevano poco. Pesavano però sull'economia, sull'alimentazione, anche attraverso gli ammassi e sui controlli politici. La cosiddetta «commissione» che avrebbe dovuto contribuire con operai aretini all'avvio in Germania di altri 4 milioni di lavoratori dei paesi occupati, un obiettivo fissato personalmente da Hitler il 4 gennaio (Collotti), restò un po' di tempo in pieno centro cittadino, in via Guido Monaco, ma, poi, avendo poco o nulla da fare ed incombendo i bombarda­ menti, se ne andò a Montevarchi. I ferrovieri tedeschi che occupavano la sconvolta stazione ferroviaria arrivavano al mattino dal basso Casentino. Nell' Alto casentino e nelle foreste di Camaldoli i genieri preparavano da tempo la «Gotica» (Dalpiaz), mentre, sempre in gennaio, nell'Alpe di Sant'Egidio, sopra Cortona, erano presenti fanti per compiere esercitazioni e per «tagliare gli abeti (…..) per una linea telefonica» (Pietro Pancrazi).

Gli ufficiali del «Platzkommandantur» dipendente dal «Militaerkommandantur 1003» di Firenze, competente anche per economia e finanze, erano molto impegnati a presenzia­ re, compunti, a cerimonie, ad assemblee dei fasci, e, purtroppo, a funerali; ma in gennaio, di fronte al manifestarsi «dell'impotenza delle autorità fasciste, i tedeschi (ampliarono) l'intervento diretto scavalcando perfino i prefetti» (Loretta Petti). Il giorno 7 il «Platzkommandantur avocò a sé perfino la concessione delle autorizzazioni ad effettuare telefonate dirette fuori di Arezzo.

Così trascorse il gennaio 1944 nelle vallate e nelle montagne dell'aretino e nella città devastata e deserta come nessun'altra nell'Italia centrale.

Nelle famiglie, è ovvio, non c'era solo la preoccupazione per tutti gli uomini sparpagliati nel mondo in guerra, ma anche per i rischi che correvano i giovani interessati ai «bandi di Graziani» per l'arruolamento obbligatorio nelle forze della RSI, la renitenza ai quali comportava la pena di morte. Uno, reiterato, ebbe scadenza il 15 gennaio; chi andò (salvi casi di entusiasmo fascista) visse ore di profondo disagio preparando la diserzione e chi non andò rischiò la vita propria e quella dei familiari.

Anche in questo senso si può dire che in quel gelido gennaio germogliò il seme della rivolta, delle ascese di marzo alle montagne, delle schiere operaie e studentesche di maggio, della «1e-1Ja contadina», con tutti i pregi che il movimento aveva e con tutti i difetti che il gennaio gli conferì.

 

 

 

* Enzo Droandi, partigiano delle Bande esterne «Raggruppamento Amiata», scrittore.

BIBLIOGRAFIA

Ivo Biagianti, Antifascismo e Resistenza nell'Aretino, I, Autunno/ Inverno 1943. In: “Quaderni Aretini”, 1977, n. 2/3.

Ivo Biagianti, Antifascismo, Resistenza e stragi nell'Aretino. In: Guerra di sterminio e Resistenza», La Provincia di Arezzo, E.S.I., 1990, pago 179.

Giovanni Cherubini, La situazione economica e sociale delle campagne toscane (….) nella Guerra di Liberazione: In: “Mondo contadino c Resistenza”, Foiano della Chiana, 15 marzo 1975, pagg. 39, 40,43,44.

Antonio Curina, Fuochi sui monti dell'Appennino Toscano, Badiali, 1957, pagg. 84-91.

Giovanni Dalpiaz, Percezione ed interpretazione del sociale in una comunità religiosa. In: «La Resistenza dei Cattolici sulla Linea Gotica», Coop. La Pira, Sansepolcro, 1983, pago 225.

Almo Fanciullini, Diario di guerra -1943-1944, quaderno II (inedito).

Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, 1975, pagg.159-160.

Pietro Pancrazi, La piccola Patria, Le Monnier, 1946, pago 16 (Don Giovanni Basanieri).

Loretta Petti, L'amministrazione militare tedesca in Italia. In: «La Toscana nella seconda guerra mondiale>, Istituto Storico della Resistenza in Toscana, 1985 (Convegno).

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