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QUANDO IL VESUVIO PORTAVA IL CAPPELLO

di Enzo Droandi

Quanto è bella la nostra Napoli! E' splendida, è meravigliosa, ha il sole di mezzogiorno anche quando vive l'alba. Ed io la ricordo bene, la ricordo quando aveva ancora nel suo cielo il pennacchio del Vesuvio che, per me, era una specie di cappello.

Ero ancora bambinello quando fui condotto a salutare il prefetto di Napoli, quel prefetto che, con tanta buona volontà, tentò di dare un volto imperiale a quella metropoli che, da buon toscano, anche lui amava tanto.

Ma quei maestosi parallelepipedi di marmo che fece erigere, la prefettura, le poste, la questura rimasero isolati nel loro tentativo di dominare l'animato deserto che è lo spirito libero ed invincibile di quella civile aggregazione di disordine che si distende fra il mare ed i Camaldoli e che, allora, viveva all'ombra del pennacchio di fumo del Vesuvio, che, per me, era e resta e sarà sempre un cappello.

 Vesuvio in eruzione - 1936

Quei parallelepipedi, quelle colonne infilzate sulla terra, quei cubi, anche se ancor oggi non riescono ad imporsi, restano a testimoniare, almeno, la volontà di un prefetto, di un uomo che credeva in quello che faceva anche quando questo era l'opposto di quello che avrebbe voluto, e che lo faceva bene.

Fu quando, ancora, il Vesuvio portava il cappello. Fu quando andai laggiù per la prima volta per trascorrere l'estate a Castellamare. Lo zio Alfredo, recando in mano una lettera della Mamma, mi condusse a salutare il prefetto di Napoli.

Passammo per corridoi di marmo, per vani infiniti, per saloni monumentali, nuovissimi. Poi ci fecero sedere su scomodi incombenti seggioloni.

D'un tratto una voce ci impose: "Alzatevi! Sua eccellenza il prefetto! ... ". Anzi: il Prefetto, perché la voce potente marcò la parola come se questa avesse avuto all'inizio una lettera maiuscola.

Ed io, bambinello, che pur avevo dato prova di intraprendenza viaggiando da solo fino a Roma e, poi, fino a Mergellina, in terza classe, seguendo solo le istruzioni della Mamma, mi ritrovai imbarazzato e confuso davanti a quell'antico amico del povero Babbo, di quel vecchio amico che, da avvocato di provincia, era arrivato ad essere l'autorità maggiore della terza città del regno.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Quando mi domandò notizie di casa balbettai; non sapevo cosa rispondere alle sue premure.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Eppure era lui, l'avvocato di Montagnano; era lui, era il fratello della signora Apollonia che era stata la mia balia, era lo zio di Enio Bacconi, mio fratello di latte.

"Sua eccellenza il Prefetto! ".

Dispose che mi donassero un libro sul Vesuvio, ordinò che mi conducessero a vedere un sottomarino e che mi facessero entrare anche dentro, e, poi, fece dare allo zio Alfredo un lasciapassare perché, anche con la zia Ida, potessi salire a bordo del "Rex", l'enorme "Rex", vincitore del "nastro azzurro" dell'oceano Atlantico, che era attraccato alla stazione marittima imperialmente ricostruita.

Che impressione mi fece il sommergibile! E quale era il lusso dei negozi che erano a bordo del transatlantico che dava orgoglio alla Nazione!

Qualche giorno dopo mi fece avere a casa un biglietto d'ingresso ad una terrazza privilegiata per farmi vedere da vicino i fuochi artifiziati di Piedigrotta e, poi, un permesso per salire sulla nave cisterna che ogni settimana arrivava a Castellamare, caricava acque termali che avevano, si, un gran cattivo odore di uova marce, ma che rimanevano eternamente potabili, e le portava alle riserve sotterranee della fortezza di Tobruch.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Ai primi di luglio di quell'anno ci fu una breve eruzione del vulcano, e la notte si vedeva la vetta rovente e l'inizio delle colate; mi passò per la mente che fosse stato il Prefetto a preparare il tutto per me, che il Prefetto potesse comandare anche il pennacchio del Vesuvio, che chiamavo cappello.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Ero intimorito e confuso; qualcosa che, a rivedere me bambinello gli fece luccicare gli occhi.

Si rivolse allo zio Alfredo ed, a bassa voce, disse:" …….mi sembra di rivedere il povero Giovanni…….”

Il povero Giovanni era mio Babbo.

Quando ritornai a Napoli per la seconda estate, o per la terza, non ricordo bene, lui non c'era più: lo avevano mandato a governare Milano.

Vidi la gran rivista della flotta da guerra, con le nuove corazzate, ma non da un punto privilegiato; visitai il palazzo reale, ma dopo essermi messo nella fila; e ritornai al museo di San Martino. Ma, questa volta, non ebbi il benevolo permesso del custode di salire sul cocchio dorato del re borbonico. Ed il Vesuvio c'era, ma non portava più il cappello.

Furono, comunque, delle estati meravigliose, anche se non c'era più sua eccellenza il Prefetto: fui alla reggia di Capodimonte, feci bagni a Sorrento dove comprai le nacchere; gustai tarallucci e latte di cocco, e, cosa eccezionale, scoprii che in quella Napoli benedetta dal Signore Iddio i cinema erano aperti anche al mattino!

La zia Ida, una volta, mi condusse a cena nel ristorante di zi Teresa, ed  un'altra volta, dalla Bersagliera.

 Poi arrivò la guerra, la flotta salpò le ancore, nave che portava acqua a Tobruch fu affondata, le statuine dei presepi di San Martino furono incartate, e la città fu posta in continuo allarme; cosi non potei trascorrere nel golfo una quarta estate.

In casa sentii dire che il Prefetto, che, prima, aveva lavorato molto bene anche a Bolzano, per premio era stato confermato a capo della provincia di Milano. Però udii anche la Mamma affermare che, mentre a Napoli si era fatto tanti amici, a Bolzano, prima, si era creato molti nemici.

Il tempo passò: il Bacconi marito della mia balia Apollonia e cognato del Prefetto andò in Libia con i suoi autocarri e li perdette; Tonino, mio fratello, che era stato in Albania ed in Epiro, in Ungheria ed a Tunisi, smise di scrivere perché anche il suo reparto era in ripiegamento da Castelvetrano al continente; ed il pane veniva fatto con la farina di granoturco, e veniva pesato con il bilancino.

Poi Alberto riuscì a salvarsi ed a restare libero, buttandosi alla macchia, mentre Attilio e Gianni fecero sapere di essere in Polonia, chiusi in una fortezza.

Poi Gianni non scrisse più.

Sua eccellenza il Prefetto non era più prefetto, e, fuggiasco, si nascondeva.

Un giorno la Mamma disse: chi sa dove è!  Sono i nemici che si era fatto che si vogliono vendicare! ... ".

Lo cercavano ma l'avvocato, ora lo si chiamava nuovamente avvocato, riusciva sempre a sfuggire.

"Se lo prendono, per lui è finita

Non riuscivano a catturarlo, anche se seguivano di continuo sua moglie.

Un giorno convocarono la signora nella villa dove era il comando della gendarmeria, e la interrogarono a lungo, ma lei fu sempre ben decisa e riuscì a deviare ogni domanda.

Era bella giornata di primavera ed il sole inondava la collina.

La minacciarono in ogni modo, in ambedue le lingue, ma lei resse bene ed, alla fine, l'Oberst disse: "Andate, ma state molto attenta ……..”

La signora cominciò a discendere la scalinata di pietra.

L'Hauptmann, che era ad una finestra, nella sua lingua disse: "E' una giudea!".

Dalla terrazza partì una raffica di M.P. 40.

L'avvocato lo seppe più tardi; pianse ed invecchiò d'un tratto. Si intristì. Tornò nella casa vuota, a Montagnano, e non volle veder gente. A Nino, che si chiamava GioBatta come lui e che era figlio del Bacconi (che era stato fucilato a Civitella) e della Apollonia, disse: "Se mi fossi consegnato o fatto prendere, sarei morto io, ma lei si sarebbe salvata……”.

"No!", gli rispose Nino.

"Non è vero. Volevano anche la povera zia ... ".

Si intristì sempre di più. Non riusciva neppure a risognare la sua Napoli ed il Vesuvio come era quando portava il cappello.

Pochi anni or sono andai al cimitero di Montagnano; risentii quella voce antica.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Sono quaranta anni e più che il Vesuvio mostra d’esser spento; e Napoli non è più come quando il Vesuvio portava il cappello.

"Sua eccellenza il Prefetto!".

Anche stavolta rimasi imbarazzato e confuso; mi inchinai e recitai due requiem che mi liberarono da ogni peso.

Ma ancora una volta fu come quando ero bambinello, come quando il Vesuvio portava il cappello.

 

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