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Più di sei anni sono passati

di Enzo Droandi  - 1951

         Più di sei anni sono passati da quando nella piazza della Stazione, in una buia sera di settembre, i passanti videro la sagoma di un grosso “panzer” abbandonato; aveva la portella blindata aperta ed una mano ignota aveva scritto sul nero della croce ferrea “Viva l’Italia libera”.

         All’azione di quel primo inerme gruppo di aretini, di uno di quei gruppi che dovevano passare alla storia, in questo secolo delle sigle, sotto il nome di G.A.P. , forse l’equipaggio del “panzer” rispose con un cortese inchino. Anche i “crucchi” erano stanchi di combattere per le smanie di Hitler. Anche loro erano parte della classe operaia, della borghesia.

         E, quando l’Esercito alzò le barricate alle porte della città, puntò le sue armi, molti giovani si proclamarono pronti ad imbracciare le armi. Ma l’eco dei cannoni dell’invasore che spazzava, a Roma, la resistenza dei granatieri e degli operai di Porta San Paolo non era spenta, che già l’Esercito, tradito, aveva abbandonato le barricate e le mitraglie.

         Mentre (chi non lo ricorda) quella colossale colonna di macchine verdi del 7° autocentro rimaneva imbottigliata ed il panico si propagava, nelle caserme iniziava il saccheggio. A nulla valse l’opera di pochi volenterosi che scartarono l’idea di svestire l’uniforme.

         In una mattina radiosa di sole, un’autoblinda tedesca scorrazzò per la città ed un autocarro portò i primi fanti dell’invasore nella città muta.

         Modesta Rossi, medaglia d’oro al valor militare, saliva i primi gradini del suo calvario. Pio Borri, puro erede della tradizione risorgimentale, conobbe quei monti che pochi giorni dopo, per mano fratricida, doveva battezzare col sangue.

         Ancora l’aviazione dei “Liberatori” aveva colpito solo obiettivi militari; ed una missione del C.L.N. era partita per il Sud con il messaggio “Risparmiate Arezzo! contate sui Patrioti”. Ma il messaggio non arrivò; e di qualcuno della missione nulla più si seppe; e la città morì sotto i colpi dell’aviazione liberatrice.

         Sulla polvere delle strade abbandonate, sulle mute rovine, nelle officine distrutte, marciava l’invasore e l’oppressore casalingo lo seguiva.

         Passò Natale dell’occupazione, e la tempesta degli elementi che imperversò per Capodanno non riuscì a strappare dai muri quei fogli; “Pena di morte”, “Verbotten”, “Mille lire e cinque chili di sale a chi consegna un prigioniero”.

         Nelle capanne di Catenaia, di Pratomagno, di Sant Egidio, di Favalto, nelle carceri di Arezzo e di Poppi giunse lo scoraggiamento.

         “Giustizia è fatta” diceva il manifesto che portava l’elenco dei fucilati, dei patrioti uccisi.

         Milletrecentocinque caduti Arezzo dette per la propria libertà. Si smise di contarli.

         La primavera riportò la fiducia; sulle strade si accumulavano i manifesti “Pena di morte – E’ proibito – Il Comandante tedesco ordina”.

         Ma lassù, nel nord, c’erano stati gli scioperi di marzo, la battaglia iniziava ed a sud l’Armata avanzava, se pur con estrema lentezza. Sembrava volessero, i capi dell’Armata, quelli che credevano di farci contenti, quando giunsero, piantando le bandiere ed una lettera stampata con i ringraziamenti far uccidere tutti gli uomini della resistenza.

         Poi venne il “perdono” del 25 maggio; quel “perdono” che si identificò con la morte eroica del “comandante Licio”.

         Come per incanto, la notte del 25 maggio 10 fuochi si accesero sui monti che fanno arena alla città. Poi il rosario dei morti proseguì: Don Dante Ricci, sacerdote, fucilato al ponte dell’Orenaccio in una barbare esecuzione, Danilo Carnicci, impiccato e fucilato, e milletrecentocinque altri, mentre Civitella, San Pancrazione, e San Giustino bruciavano.

         Venne la caccia all’uomo; sparavano come in una partita di caccia quelli dell’”ordine nuovo”.

         Fu il momento in cui alla “Resistenza” , affluirono i profittatori, i grassatori, i terroristi, tutti quelli che cercarono di tradirla.

         In un momento in cui la battaglia taceva un fremito pervase l’agro aretino: un grande tricolore sventolava sulla torre del Comune di Arezzo liberata. Dopo qualche ora le avanguardie alleate entravano in città.

         E l’infame “processo” alla Resistenza iniziò, nelle bocche dei pavidi, di quelli che dissero: “Se c’ero io….! Ma non son venuto perché…”.

         I morti di Civitella furono addebitati alla “Resistenza” da chi non volle vedere più in la del proprio naso. I morti di Civitella e di San Polo e di Vallucciole sanno che la responsabilità è dei ciechi che si abbassarono al bastone dell’oppressore e poi dell’invasore tedesco. Alla “Resistenza” questo basta.

         La “Resistenza” aretina, erede della bandiera della “Guardia Civile” del 1848 e dei drappi degli aretini di Curtatone sa che chi la processa è la setta dei nipoti di coloro che, 1849, giudicarono il “Bandito Garibaldi” dal saccheggio del Convento di Santa Maria.

         Sa che si è dovuto attendere un secolo per rendere giustizia alla memoria di quegli eroi che banditi furono giudicati.

         Non è la gloria di oggi che interessa.

         E’ la gloria di aver liberato la Patria, di aver combattuto per l’umanità, di aver salvato il Paese da una catastrofe delle quali ancor oggi la Germania e Giappone sono oggetti.

         Dinanzi ai pavidi ed ai traditori che si ammantano di un veto quanto inconsistente nazionalismo la “Resistenza” aretina sventola la bandiera dei morti, dei combattenti, la bandiera che ha salvato l’onore della Patria.

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