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MONTE SAN SAVINO  - TERRA DI SALVEZZA

 di Enzo Droandi

Nel giugno del 1633 un tale di San Pancrazio sopra Bucine comperò da un contadino "da Vergnana, giurisdizione di Gargonza, due some di vino". Mentre lo trasportava fu fermato dai famigli del Monte San Savino ed accusato e condannato a 10 lire e perdita della merce come "pena ordinata contro quelli che estraggono dal Marchesato il vino". L'omino di San Pancrazio, seppur maltrattato, ebbe la forza di opporsi e ricorse al Marchese dicendo che la legge "non è stata mai intesa, né pubblicata in Gargonza".

Non gli pareva giusto esser condannato perché forestiero ed ignorante della legge, "tanto maggior­mente che avanti nel Marchesato le leggi e bandi di Sua Altezza Serenissima erano pubblicati a Gargonza nell'istesso modo che si faceva e si fa nella Terra del Monte".

C'era, in queste parole, un richiamo alla legalità, nonché un sottile cenno di rimpianto per il tempo in cui S.A.S. e cioè Sua Altezza Serenissima il Granduca di Toscana, governava in proprio Gargonza ed il Monte.

Si capì la sinfonia e si ordinò:

"Se gli facci grazia della pena, e si restituisca il vino".

Perché tutto questo?

Perché il Marchesato di Monte San Savino era, in quell'epoca, uno stato dentro lo stato. Faceva parte del Granducato di Toscana, ma, per molti versi, era all'estero.

San Pancrazio di Bucine era nel Granducato, mentre Verniana o Vergnana o Vergniana che era nella giurisdizione di Gargonza, dipendeva dal Marchesato che, a sua volta, era un feudo governato dagli Orsini, vassalli del Granduca di Toscana.

Monte San Savino, che dal 1385 aveva fatto sta­bilmente parte dello Stato fiorentino, fu nel 1550 costituito in feudo da Cosimo I de' Medici, non appena un Ciocchi del Monte ascese al Soglio ponti­ficio come Giulio III; col titolo di contea i territori del Monte, Gargonza, Palazzolo ed Alberoro furono assegnati alla famiglia del Papa nei suoi componenti maschi (anche illegittimi), contro certi obblighi essenzialmente formali.

Questa Signoria durò pochi anni, essendosi la famiglia estinta con la morte di Fabiano che, giova­nissimo ed appena sposato a Vittoria, soccombé al comando delle sue truppe, in Francia, nella guerra Ugonotta.

Attorno al 1604, per effetto di precedenti fatti politici e di transazioni finanziarie conseguenti anche ad indebitamenti della nobile famiglia Orsini feudataria di Pitigliano, la contea fu ripristinata, ed assegnata agli Orsini, attraverso una operazione politico-finanziaria conclusa nel 1609. Non appena insediatosi, cominciarono a giungere al Marchese Orsini tante suppliche di sudditi e di foresti.

Basta aprire una delle molte filze di "Suppliche al Marchese" che contribuiscono a rendere prezioso l'Archivio Storico di Monte San Savino, per leggere le cronache e la eco di tanti fatti alcuni dei quali hanno dell'incredibile.

Per esempio, nel 1613, un certo Giulio Stendardi di Sinalunga, accusato di aver ferito un compaesano, chiese "salvacondotto nel Marchesato del Monte, dove è già maritato et ha figli", sì da sfuggire alla giu­stizia granducale; il Marchese Orsini concesse, "pur­ché Asina Lunga non sia compresa nelli Capitanati" confinanti.

Una delle prerogative del Marchesato era la inviolabilità dei suoi confini da parte della polizia granducale, con libertà a tutti i ricercati ivi stanziati. Le zone intorno al Monte erano, in certo lato senso, all'estero, un estero casalingo, ma sempre valido per i fatti di giustizia criminale.

I birri granducali non potevano accedere ai feudi esistenti, nei quali vigeva un diritto di asilo.

Domenico di Fontiano, contadino d'Arezzo "stato condannato in sua contumacia in lire 320 per essere venuto alle mani con un certo Giuliano et haverlo ferito alle reni con due ferite di poco momen­to", si rivolse al Marchese del Monte perché, pur avendo "hauto la pace'; non si è potuto "costituire" data la povertà.

Perciò domandò ed ottenne "di fidarlo nel suo Marchesato", promettendo preghiere "a Nostro Signore per il colmo di ogni sua Felicità e Grandezza ".

"Pace", aver "hauto pace" significava che l'offeso o gli aventi causa o gli eredi avevano perdonato l'im­putato o condannato; questa pace era di regola tra­sfusa in un atto scritto raccolto o dall'autorità civile o da un sacerdote.

Talvolta se ne reperiscono di estese nel corso di cerimonie religiose, con testimone il popolo.

Sovente si trova o si scorge traccia di occulti pas­saggi di denaro a favore della parte offesa; ma ci vuol poco a convincersi che il compenso correva quasi sempre anche a carico di sciagurati "malestan­ti".

"Differenze" significa liti e "far questione" era eguale a picchiarsi, a litigare.

Antonio Lieti di Montevarchi, per certe "differen­ze", aveva "fatto questione" con alcuni compaesani, e, per di più, con armi improprie. La doveva aver fatta grossa, se dové fuggire, come fuggì, ad "habitare et stare sicuro" nel Marchesato.

Non erano soli i disgraziati od i piccoli lestofanti od i perseguitati a chiedere rifugio e "fidanza".

Anche nobili o danarosi lo facevano. Un Alexandro nobile fiorentino ricercato da creditori che minacciavano di farlo catturare, ebbe accordata l'ospitalità

Un certo riguardo, almeno verbale e di forma, c'era per le persone di rango, come quel "Gio: Batta di Ser Giovanni Capei da Lucignano in Valdichiana ... condannato in galera per cinque anni da li ministri del Granduca di Toscana'; il quale chiese "Licentia di potere habitare sicuramente nella terra del Monte San Savino e in tutto il Marchesato ... con farglene (sic) quel salvacondotto o assicuratione che si usa. .. ".

La risposta fu: "S. Eccellenza si contenta che il supplicante possa sicuramente habitare ... purché la condannazione hauta non sia per causa d'homicidio et viva con quella modestia che si conviene, ordinan­dosi al luogotenente che secondo le suddette condizio­ni l'assicuri conforme al solito".

Questo testo merita un breve commento su alcune espressioni: "galera", "vivere sicuramente", "si con­tenta".

Galera: mettere o mandare in galea od in galera significava condannare a remare sulle navi grandu­cali che ostacolavano i pirati moreschi nel Mediterraneo; era una pena gravissima, che portava all'infamia e costringeva ad un lavoro penoso e peri­coloso, con vitto scarso e catene, senza riguardi per la salute. In Toscana, fino all'Unità d'Italia, anche i lavori forzati a terra erano la galera.

Vivere sicuramente: vivere liberi, senza il timore e la prospettiva della cattura, sotto la protezione del Marchese e dei suoi uomini.

Si contenta: accondiscende, concede, e, meglio, acconsente.

Le norme e gli usi permettevano anche una certa "fidanza" per debiti; bastava che il debitore si comportasse bene nel Marchesato.

Un Capponi si rifugiò: "in una sua villa a Gargonza" e, dichiarandosi fiducioso di poter, col tempo, assolvere ogni impegno, chiese di volerlo "assicurare" "per li debiti fatti fuor di quel luogo non solo in riguardi alla persona, ma anco alla robba, che non possa esser molestato in modo alcuno ".

Perciò: purché non avesse debiti insoluti al Monte, aveva salvezza per le "robbe cumulate".

C'era anche chi chiedeva "assicuratione" per brevi periodi, come Bastiano di Oliveto, della Podesteria di Civitella e perciò suddito del Granducato, il quale, "ritrovandosi debitore di Staia 40 di grano a Matteo di Civitella" domandò al Marchese di potersi rifugiare per almeno due mesi, il tempo nel quale "cercherà di dare satisiatione a sua debitori".

Il breve periodo non fu invocato dal senese Domenico Catani il quale, aggredito dai debitori, chiese, nel marzo 1616, di potersi rifugiare al Monte San Savino; doveva avere un peso notevole di impe­gni. Tutto gli fu concesso, ma con l'avvertimento che la "assicuratione" valeva solo per debiti verso fore­stieri e non per quelli contratti con Savinesi.

In generale si può dire che bastava dire la verità e si otteneva tutto. Un senese, in nove righe e mezzo compresa la intestazione, saluti, umili dichiarazioni ed "obbligo perpetuo offerendosi pregare Nostro Signore per il colmo d'ogni bene", premesso che era venuto a parole con un tale "con il coltello da chiude­re li dette una sola ferita dalla quale restò morto", chiese protezione "volendosi giustificare quando sarà chiamato ".

Ebbe "beneplacito" fino alla sentenza.

Complessa e delicata, perché fa emergere con chiarezza arroganze ed abusi di chi deteneva poteri delegati, è la questione proposta nel marzo 1633 da uno di Lucignano, un certo Nicolò di Silvio Fortuna.

Ricordava il Fortuna che, stando in Pisa "alla guardia di S.A.S. con un tale di Fucecchio, scherrnito­re, dal quale fu provocato", dové metter mano alla spada; "tirandosi l'un l'altro de colpi, il schermitore da un colpo restò morto ".

Condannato non si sa da qual Tribunale a chi sa quale (grave) pena, fuggì a Monte San Savino, chiese di "essere assicurato nel Marchesato", ed ottenne protezione.

"Ora, mediante uffìcij sinistri e supposti falsi detti da persone malevole di Lucignano con il Signor Claudio Usimbardi, è stato scritto dal medesimo al signor luogotenente che si mandi fuora dal Marchesato ".

Facendo appello a povertà e stato di famiglia, il Fortuna ricorse ancora al Marchese, il quale eviden­temente infuriato, ma non volendo prendere posi­zione diretta, mise in mezzo il povero Luogotenente, scrivendo: "Assicurasi il beneplacito et intanto il Luogotenente dicca perché Causa il Signor Claudio abbia rimosso il supplicante ".

Perché questi riguardi? Perché Claudio Usimbardi, oltre che di famiglia al momento potentissima in Firenze, era il maggiorente granducale che faceva bello e cattivo tempo su tutte le cose del Marchesato.

Monte San Savino era terra promessa anche per certi sciagurati come Sano del Gallinella di Lucignano che "in diversi tempi da due Vicari di Valdichiana ... in diverse sentenze condannato in amputatione della mano sinistra et in scudi quattro­cento et fune et tutto in contumacia" per aver inferto ferite e "stroppiato" gente, chiese rifugio nel marche­sato.

Gli fu concesso perché cinquantenne et "havendo la Pace degl'offesi et non hessendo persona scandalo­sa".

Una vita agitata e spesa in mezzo alla miseria andò così a concludersi nella tranquillità del Monte, che offriva poco cibo, ma pace.

Una grossa pericolosa avventura aveva vissuto e stava vivendo un certo Cristofano di Bastiano Perugino quando inviò una supplica al Marchese Orsini. Non gli restava, a lui Cristofano, già braccio forte del Santo Offitio dedito a catturare ricercati, che appellarsi a lui perché gli permettesse di nascon­dersi.

Si era nel 1633, ma tutto era cominciato nel 1627. Cristofano con due suoi compagni "per ordine del Santo Offitio andò a far cattura d'un tal Piero dal Palazzo", ma essendogli questo sfuggito, catturò due persone che avevano favorito la fuga.

Li condusse alle carceri di Anghiari, ma i due prigionieri denunciarono "che uno dei due famigli havessi bestemmiato il nome di Dio e per esser stati contumaci tutti tre furono condannati dal Signor Vicario d'Anghiari in un anno di Confino a Pisa e suo Capitanato et in caso di non osservanza per un anno le Stinche".

Le Stinche: il carcere fiorentino delle Stinche che sin dalla fine del Duecento, in seguito a muta­menti nella politica carceraria, aveva sostituito le precedenti fetide strutture per divenire una terribile altrettanto fetida istituzione destinata a reclusi poli­tici, insolventi, condannati a morte, alla galea, all' e­silio, ai destinati a detenzioni correzionali ed a pazzi, questi ultimi considerati come pericolosi per la sicurezza e, perciò, da punire, e perciò mischiati a criminali, a sciagurati, a deviati, ad asociali.

Questo carcere, posto come un'isola nel bel mezzo di Firenze, dietro il Duomo, nell'attuale via di Sant'Egidio, era costituito da muraglioni in quadri­latero, con dentro celle e complessi di celle come "il mallevato", destinato ai tranquilli, "la vecchia", “1a segreta", "la torre”, "le donne”, "la cameraccia" ed, in più "la pazzeria"; poi vennero "la prigione di coloro che vanno a galea”, "la gabbia di ferro" e, dal 1579, "la buia", un locale piccolo e male illuminato, "di più afflizione di mente che di pena di corpo", che era una soffitta con dentro una accolita di condannati dispe­rati e violenti che, "per propria natura non sanno vivere in pace".

In una allucinante congerie di "litigi, risse, con­tese", di violenze e di sopraffazìoni, chi ci capitava sentiva di essere giunto al punto terminale della vita e non distingueva più fra criminali, pazzi, ottusi e persone per bene stritolate dal meccanismo della giustizia.

"La vita che si svolgeva al suo interno, special­mente nella cella detta pazzeria, era particolarmente triste, senza possibilità di movimento: i folli, come altri carcerati, avevano le catene ai piedi, ... ; cibo gene­ralmente scarsissimo, spesso al limite della sopravvi­venza" (Magherini e Biotti, pag. 20).

Quanti aretini, casentinesi, tiberini, chianaioli e valdarnesi sono passati per le Stinche? Non è dato di sapere.

Cristofano di Bastiano famiglio del Santo Offizio non era aretino, ma perugino; ma anche lui sapeva quale significato aveva quella minaccia "in caso di non osservanza per un anno le Stinche", Perciò chiese aiuto al Marchese di Monte San Savino. In un mondo apparentemente privo di comunicazioni e di sistemi di riconoscimento indi­viduale, tutti sapevano di quella condanna in contu­macia e di chi era il condannato. Questo è uno degli aspetti più sconcertanti della vita quotidiana del passato prossimo.

Cristofano Perugino fu catturato quando meno se lo aspettava "e doppo che fu stato in pregione buona pezza, fu menato verso dette Stinche".

"Vicino a Fiorenza in una casa d'un Contadino dove gli famegli l'havean condotto per fuggire la piog­gia, sendosi loro addormentati, il pregione scappò tagliando le funi". Noi si direbbe che "tagliò la corda".

Par di viverla questa vicenda, nella quale non si riesce a capire chi stava peggio, fra strade polverose e piovaschi, fra freddi e caldi, in prigioni fetide od a dormir per terra con le corde in tirare, se i "pregioni" o i "famegli",

Splendida questa vicenda del birro del Santo Offitio accusato e condannato per bestemmia!

Il Marchese concesse l'assicurazione "a bene Placito" a questo sciagurato che doveva essere una specie di sceriffo del West americano ante-litteram, se non uno sfruttatore di taglie, a sua volta braccato da riscuotitori di taglie.

Il diritto d'asilo non era che uno dei tanti caratte­rizzanti privilegi del Marchesato e dei feudi di Toscana, i quali, pur avendo una estensione territo­riale modesta rispetto al granducato ed una popola­zione pari ad appena il 4% di quella totale, rappre­sentavano un fenomeno politico e sociale che merita considerazione storica, se non altro perché la perpe­tuazione dell'istituto portò avanti nel tempo un fossi­le del medioevo, il feudalesimo.

Il mondo feudale del tempo mediceo non era, di certo, quello dell'alto medioevo, anche se quelli di antica istituzione e perciò di granlunga pre-rnedicei, godevano della assuefazione dei sudditi e della cer­tezza della eternità dell'istituzione; ma anche i feudi recenti, in quanto istituiti di regola in zone arretrate e depresse in un panorama altrettanto depresso, godevano di una certa adesione popolare naturale ed inconscia basata sulla attesa, di continuo rinno­vata, della soluzione naturale e semplicistica di qual­cuno dei problemi più sentiti dai singoli.

In un mondo privo di mezzi di comunicazione i feudi erano i più isolati di tutti i gruppi politico­sociali.

Ai feudatari, che sapevano sovente leggere e scri­vere, ed ai loro funzionari, spettava regolare la vita della comunità. A questa embrionale struttura stata­le affluivano le regalie, le imposte, le tasse, e, di rego­la, i beni lasciati vacanti da eredi e quelli confiscati a condannati; di contro il feudatario doveva sopporta­re stipendi e spese amministrative, di polizia, di giu­stizia, delle carceri, e così via.

In casi straordinari c'erano le spese per armare uomini nel servizio militare del granduca.

Nello spazio aretino si ebbero non pochi feudi residui dal medio evo.

Quello di Cesa in Val di Chiana, appartenuto ai Vescovi, nacque, appunto, nel medioevo, come Chitignano feudo degli Ubertini, Moggiona dei Camaldolesi, Montauto dei Barbolani, la signoria dei quali superò il millennio, come, del resto, quella dei Bourbon del Monte Santa Maria; la contea di Montedoglio, originariamente di un ramo dei Montauto, cessò nel 1798.

Ai più antichi baroni di Toscana, ai Ricasoli, spettò il feudo della Trappola e della Rocca Ricciarda fino alla fine del '700.

Allo zoccolo storico dei feudi originari si aggiun­se il Marchesato di Monte San Savino, creato come contea, come già sappiamo, per la famiglia del Papa Giulio li; passò agli Orsini e, poi, essendosi estinta la famiglia, tornò al Granduca. Fu ripristinato per una trentina d'anni per il principe Mattia Medici e, poi, per la duchessa Vittoria.

Urbech, sopra Stia, in passato dei Guidi di Porciano, pervenne, dopo molte vicende, ai Ginori, fino alla soppressione dei feudi.

Il Calcione, vicino a Monte San Savino, fu infeu­dato nel 1632 per i Della Stufa. Mentre Montecchio, in prossimità di Castiglion Fiorentino, dato ai Capponi nel 1641, aveva un territorio, 420 sudditi ed una mobilitabilità di 66 armati a piedi, la contea della Penna, antico castello sull'Arno, dato ai Concini nel 1634, non ebbe circoscrizione territoria­le e fu, perciò, feudo sui generis.

L'antico castello del Borro divenne, nel 1643, marchesato per il condottoriero Alessandro dal Borro; poi gli fu annesso il territorio di Castiglion Fibocchi. Estinta la primogenitura, nel 1691 fu rias­segnato ad un dal Borro, Marco Alessandro.

Antichissimo feudo dei Guidi di Modigliana, Bucine divenne marchesato per un Vitelli, per i ser­vizi resi al Granduca, nel 1646; aveva 466 abitanti e 21 soldati a piedi.

Mille abitanti aveva invece il marchesato di Loro Ciuffenna quando fu dato, nel 1646, ai Capponi, che vi regnarono per pochi decenni.

Come si vede, il più cospicuo dei feudi dell'areti­no è stato quello di Monte San Savino; vasto di terri­torio, con Gargonza robusto castello di notevoli dimensioni e di antica storia, con Palazzolo, e con Alberoro, numeroso di popolazione, ricco di terre coltivabili (ma anche di parti impaludate) e di quer­ceti, dotato di botteghe artigiane e ben difeso da mura robuste, fu un feudo tipico.

Ai Marchesi, non sempre residenti, rispondevano un Luogotenente ed una piccola corte di funzionari. La polizia era esercitata dal Bargello e la giustizia dal Luogotenente, con la possibilità di adire in appello, per grazia, il Marchese.

L'istruzione delle Grazie appare amministrata con pesanti intrusioni dall'ambiente granducale di Firenze.

Nel settecento, con le leggi lorenesi emesse durante la Reggenza e con la decisa successiva azio­ne di Pietro Leopoldo il Riformatore, tutta l'impalca­tura vetero feudale scomparve; a piegare la resistenza dei Bourbon del Monte Santa Maria, nell'area Tiberina, il Granduca dové inviare truppe.

I Ricasoli baroni della Trappola e della Rocca Ricciarda, stabilitisi in Firenze, non si opposero, conservando proprietà e rispetto; settanta anni dopo il barone Bettino, da Gaiole, declinò il titolo di prin­cipe offertogli da Vittorio Emanuele II, preferendo rimanere "il più antico barone di Toscana" piuttosto che divenire il più giovane principe del Regno d’Italia.

 

 

 

Riferimenti Bibliografici:

- A.S.C.M. Savino, Filza 1211, Suppliche, c.c. 560r (luglio 1633); 551 (giugno 1633); 545 (marzo 1633); 562r (settembre 1633).

- Idem, Filza 1208, Suppliche, cc. 935r (giugno 1613), 662r (luglio 1612), 667r (id.), 89r (novembre 1608), 937r (1614), 663r, 991r (ottobre 1615), 1070r, 39r (luglio 1608).

- Giuseppe Caciagli, "I feudi medicei", Pacini, 1980.

- F. Guelfi, C. Baldi, "Monte San Savino attraverso i secoli", Siena, 1892, pagg. 52, 53.

- Graziella Magherini e Vittorio Biotti, "L'isola delle Stinche e i percorsi della follia a Firenze nei secoli XIV-XVIII", Ponte

alle Grazie, 1992, pagg. 27, 29, 7, 25,48,20. 

 

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