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 MANIBUS DATE LILIA PLENISfoto aerea di arezzo 1944

di Enzo Droandi

 

Era bella ed anche dolce; ed era tanto buona con noi studentacci attenti più a scoprir la primavera perfino nelle brume vernine del Vingone che allora faceva correre le sue acque torrentizie in aperta campagna, che non al ritmo della metrica od all'inebriante contenuto dei carmi, od ai riposti significati dei vocaboli dei greci. Una volta ci disse anche, se ben ricordo, che " ... quae tollis peccata mundi ... " vuol dire " ... che prende su di sè i peccati ... ", perché non ci insegnava solo il latino.

Era bella e dolce e buona, ma anche alta quanto un granatiere e mezzo, tanto che, . quando entrava in aula, doveva chinare la testa. Era così alta che il cappotto di pelo di cammello che la vestiva fino sotto il ginocchio pareva un tubo, tanto la stoffa cadeva diritta per il peso dell'orlo. Da quella pellicina stretta e tonda che lo concludeva in alto usciva una faccina morbida rosata contornata da capelli biondastri pettinati con semplicità essenziale.

Era buona, ma soffriva di quella dimensione verticale, di quella pena che gli era stata data da portare; e si intristì quando venne a sapere che noi ragazzacci la chiamavamo «altezza », «sua altezza », anzi. Perché quella verticalità, che la faceva somigliare ad una canna d'organo, era un peso immane per lei.

Anche se perfettamente adeguate alla altezza del corpo, le membra erano enormi, e, seppur governate da movimenti armoniosamente ritmati, erano sempre incombenti; non riusciva a nasconderle nel grigio panorama della uniformità, come è proprio a tutti gli altri mortali. Uno di noi delinquentacci del liceo - ginnasio, una volta, le domandò la cortesia di scacciare una mosca dal soffitto, che era alto tre se non quattro metri.

Non era raro che qualcuno di noi ignorantacci le domandasse se, per caso, al1'altezza dei suoi capelli stesse nevicando. Elvio, una volta, le chiese chi era l'artigiano che le aveva costruito il letto. Ci fu chi propose una certa identità di misure fra le scarpe della professoressa e quelle enormi di marmo della statua di Guido Monaco, più nota per tali ciabattoni che per essere dedicata al sommo musico.

Era garbata ed anche dolce, e ci difendeva dalle sfuriate del preside Zucchelli, che era più buono del pane fresco e senza sale, anche quando queste sfuriate avevano la loro origine negli sbeffeggiamenti di sua altezza. Era carina e dolce, ma sul suo volto il sorriso compariva raramente.

Era dolce, ma triste.

Al mattino, presto, scendeva dal trenino dei pendolari, chinandosi sul vano scomodo ed angusto, sul quale, dopo di lei, compariva un vecchietto piccolo ed impacciato, rotondetto: era il babbo di sua altezza, che noi, ovviamente, chiamavamo «re ».

Era molto giovane, sua altezza, e snella, ed il babbo era molto vecchio e piccolo e rotondo.

Vivevano da soli, e stavano sempre insieme, e lei non voleva lasciar lui e lui non voleva che si sentisse sola. Si alzavano presto, prima del far dell'alba, freddo o primavera che fosse, buio o rosato che fosse il cielo, ed andavano alla ferrovia, a prendere il treno, per essere, due ore dopo, all'ingresso del nostro liceo - ginnasio.

Sua altezza saliva e veniva ad impartirci serie nozioni di greco e latino che noi, per la verità, non prendevamo molto sul serio, mentre il babbo, comprato un giornale, andava in un caffè, dove, centellinando una tazzina di infuso d'orzo che, allora, surrogava il caffè, passava la mattinata.

Della mancanza di zucchero non soffriva, perché, per un certo male, doveva, da tempo, fame a meno.

Quando le campane di Badia salutavano festosamente l'ora di Maria, il babbo si alzava e, dopo aver salutato, usciva dal caffè ed andava, lentamente ed appoggiandosi al bastone, nel negozio di alimentari, dove, consegnando due bollini di carta rosa, acquistava altrettante razioni di centocinquanta grammi di pane di granoturco gravido d'umido ed un pezzetto di gommoso formaggio roma o di caciocavallo impero che era venduto fuori tessera, che avrebbero costituito il pranzo da consumare in treno, nella via del ritorno.

Poi, verso le una, si riunivano, ritornavano al treno, e ripartivano, e, così, tutti i giorni, sei giorni su sette, escluse le feste comandate.

Lei, con le gambe lunghe come seste, avanzava a passi lenti, mentre il babbo la seguiva a passettini, svelto, battendo sul selciato la punta del bastone.

Era come se tutti i giorni vivessero secondo un cerimoniale, segnato da minuti canonici, nella loro solitudine dignitosa e pulita; e nessuno riusciva ad immaginare come potevano trascorrere le domeniche e le feste, fossero esse religiose o civili oppure marziali. Forse restavano in casa; il babbo leggeva la Nazione e la Domenica del Corriere, annaffiava i vasi dei fiori tenuti nella unica stanza riscaldata dalla sola stufa disponibile, e sua altezza leggeva i suoi classici oppure correggeva i nostri compiti facendo sui fogli grossi segni di lapis rosso od azzurro sotto le prove dei nostri peccati veniali o mortali.

Certamente, alla domenica, andavano a messa, perché eran gente timorata; poi il babbo riguardava i conti di pensionato, mentre sua altezza cuoceva un po' di spaghetti scuri e brucolosi e stendeva un po' di mortadella sul vassoio. Solo il vino non era tesserato, allora, ma loro erano astemi; e non fumavano e, perciò, si sarebbero potuti permettere di scambiare i rari bollini rosa che permettevano di comprare dieci sigarette sciolte alla settimana con qualche tagliando da olio o da grasso animale, ma non lo facevano, perché eran persone d'ordine, ubbidienti alle regole, timorose di trasgredire, come di pestare una formica, che è, anche lei, una creatura del Signore e perciò degna di godersi il proprio mondo. Il babbo metteva i bollini non spesi della tessera dei tabacchi in una scatolina, la chiudeva, ed andava a mangiare l'insalata lavata non condita, badando a consumare meno pane giallo possibile.

Erano così ordinati e rispettosi di tutto, nella loro vita, che erano gli unici della loro contrada a recarsi nel rifugio quando, di giorno o di notte, in estate od in tempi di freddo, suonava l'allarme; e, talvolta, lo trovavano chiuso, perché nemmeno il guardiano ci andava, convinto come era, come tutti, che nessun nemico avrebbe mai attuato un gesto di violenza contro una città civile come la sua. Allora sua altezza ed il babbo andavano, avanzando lei, con quelle gambe lunghe come seste, a passi lenti, e lui a passettini svelti ed appoggiandosi al bastone, ai giardini di Piazza Indipendenza, perché, pensavano, lì c'era meno pericolo che in casa.

Fra loro si capivano senza parlare; si capivano dagli occhi, dall'espressione, dai gesti, e, così, non c'era bisogno della voce.

Qualche rara volta, per le feste, andavano al Comunale, per l'opera, od in qualche sala ad ascoltare un concerto, oppure a rivisitare un museo; sua altezza sarebbe andata volentieri anche a vedere un bel film, un film serio, oppure anche di avventure, di quelli con Giovanni Gabino o con gli ancor più famosi Caterina Epburnia o Giovanni Vai ne di ombre rosse, o di quelli del noto regista Alfredo Jcci - Cocchi, ma non lo proponeva perché il babbo non riusciva a comprendere il gioco ed il succedersi delle sequenze o delle dissolvenze. Non riusciva, lui che aveva una mente fervida, che comprendeva testi machiavelliani e ragionamenti kantiani, non riusciva, dicevamo, a comprendere come nel film la gente invecchiasse in pochi minuti, o cambiasse discorso da un secondo all'altro, o, peggio ancora, salisse a Parigi nella transiberiana e, dopo pochi minuti, fosse a Vladivostock. Ma sua altezza aveva una seconda ragione per non andare al cinema: le poltroncine di velluto rosso erano comode per tutti, ma, impostate su file fisse ed affiancate l'una all'altra come erano, non le offrivano spazio per le gambe tanto lunghe e tanto rigide.

Anche al cinema la sua dimensione verticale si rivelava una pena che le era stata data da portare.

Una volta, in primavera, quando ancora, con impegno per corrispondere ai desideri del babbo, con puntualità per una intesa con se stessa, e con profitto per soddisfazione propria, frequentava gli studi, incontrò, alla biblioteca nazionale, un bel giovanottone. Ci parlò più e più volte, sottovoce, nella sala di consultazione, ad un tavolo comune volutamente scelto; si accorse che quella bella montagna sapeva poco di classici e non era adatta a parlare di cattedrali e di palazzi gotici, ma che le piaceva egualmente. Seppe che lui doveva rientrare al reparto, sul fronte greco, e si commosse.

Una sera, sul tardi, dal Largo Cavalleggeri, si incamminò con lui, sul lungarno, in direzione dell'Indiano; si accorse allora che quel giovanottone, quel robusto sottotenente alpino che non sapeva di latino, quel simpaticone dal volto bruciato dal biancore delle nevi del Tomori, era, in confronto a lei, fisicamente, una collinetta.

Con noi, in aula, stava bene. Parlava a voce alta e con grazia dei suoi classici, del suo Virgilio del quale a noi non importava niente, della bellezza armoniosa delle chiese romaniche che a noi sembravano umide e buie, del calore dei colori morbidi del Botticelli che non avevamo mai visto, e si sentiva in mezzo a gente che la comprendeva, che non vedeva la sua pena, che le voleva bene. Non si accorgeva che non comprendevamo il suo latino e che vedevamo bene la sua pena, ma non si rendeva conto che le volevamo bene, che avevamo smesso di chiamarla altezza o sua altezza. Perché era buona, perché era bella, ad anche dolce.

E si fidava di noi. Una volta il povero Lucio, il gracile Lucio che stava vivendo 1'ultimo frammento della propria vita, stava traducendo verbalmente un breve carme di Catullo (Caio Valerio Catullo, diceva lei) con risultati che, a dirla benevolmente, erano obbrobriosi, ma che accettavamo perché intenti a pensare più a Lesbia ed a Lesbio che a Cesare, più a ridere del vento favonio di ponente, e del soprannome di Manurra fornicatore e gaudente dissipatore chiamato Minchia, che a riflettere sui significati delle composizioni, più attenti al nome proprio di Cornificio poeta che ai lari ed ai penati. Lei intervenne e sovrappose le sue parole a quelle di Lucio: "Cesare, non lavoro per piacerti; non so neppure se sei bianco o nero ... ". Poi, alzata la testa, rivolta a noi tutti, aggiunse: "Un esempio di indipendenza in tempo di dittatura ... ". Nell'aula ci fu un momento di silenzio. Non ci insegnava solo il latino. Quando, dopo la guerra, lessi una diversa traduzione del latino di Catullo che diceva "Cesare non ti conosco; non so neppure se sei biondo o bruno ... " la apprezzai, ma non la accettai.

Una mattina uscì dall'aula prima del solito, non so per qual motivo; il babbo aveva speso con un'ora di anticipo i bollini di carta rosa per il pane umido di granoturco ed aveva già comprato il formaggio roma che era fuori tessera. Insieme si avviarono verso la ferrovia, per tornare a casa col trenino di mezzogiorno, lei con le gambe lunghe come seste, a passi lenti, e lui a passettini veloci e battendo sul selciato la punta del bastone.

Alle undici e trentasette vennero giù dal cielo azzurrino i primi ordigni, a grappoli, mentre il sole vernino stampava a terra la corsa delle ombre di quarantotto enormi bimotori; piazza della stazione rimase quasi al buio. 

Sua altezza si accasciò. Su, su in alto, alla tempia, dove un tempo nevicava, da un piccolissimo foro usci del sangue. Non si accasciò: crollò.

Il babbo, illeso come tanti altri in quella folla di pochi, si buttò sopra di lei, per difenderla. Ci furono altri scoppi e, mentre la grande tettoia di legno e ferro della stazione sussultava, gemeva, tremava e si accasciava a sinistra, un muro crollò sopra di loro.

Fu il due dicembre millenovecentoquarantatre, alle undici e trentanove antimeridiane. Ci furono altri morti, e, fra questi, un bambinello di primo latte stretto alla sua mamma, uccisa anche lei.

La nostra professoressa era lì, in terra. Era bella, dolce, ed aveva sempre il volto di buona.

Uno di noi le pulì la fronte ed un altro rimosse gli ultimi sassi dal corpo del babbo. Eravamo tutti in ginocchio o chinati, come davanti ad un mistero.

Enrico si alzò e, ricordando un frammento di una lettura che ci aveva di recente donato, disse: " ... manibus date lilia plenis ... ''.

Tentarono di avvolgerli in un solo lenzuolo, ma non poterono: la dimensione verticale di quella dolce ragazza senza sorriso lo impedì. Li caricarono sul medesimo carretto. Elvio raccolse il bastone del babbo e lo depose fra le due stanghe di legno.

Enrico ripeté, a voce alta, " ... manibus date lilia plenis ... " ed io aggiunsi: "Virgilio, Eneide, sesto, ottocentoottantatre".

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