Sei Qui: Home > Racconti > La Giulia

La Giulia

di Enzo Droandi   

 

         C’era una casa alla fine della valle, dove viveva la Giulia. Era una casa piccola e pulita, con due piani sul davanti ed uno a monte, perché era appoggiata alle pietre della collina. Brucio il 10 luglio, verso il tramonto.

         La Giulia era sul campo a levar patate, ancora piccole e leggere, e sudava e tutta la giogaia era in silenzio e la valle assolata.

         Nelle montagne si pyò trovar gente che non conosce il numero degli anni che ha passato o che non sa se era inverno oppure estate quando nacque, ma la Giulia sapeva tutto di quel giorno, perché glielo aveva detto la Carmela levatrice.

         Nacque male la Giulia, con una gamba piegata e la schiena curva, brutta in faccia e con mille lunghi capelli neri. Era stato il tre febbraio del sedici ed il suo babbo non era in casa, era alla guerra, ma ancora vivo.

         La Giulia era sul campo a levar le patate e la sua valle, che è incassata sulla giogaia a mezza costa, era in silenzio. Forse aveva empito il cestino, quando alzò la fronte verso il monte. Non c’erano mai stati i soldati sulla valle e la Giulia aveva sentito solo le fucilate che uccisero il mugnaio, giù in paese, per la fiera di ottobre; si alzò tutta, come poteva, tenendo una mano sul fianco, e guardò i soldati passare sulla mulattiera, a fucili spianati.

         Avrebbe voluto dire, urlare qualcosa, ma rimase ferma, impietrita, accanto al cesto di patate, accanto alle foglie rotte delle piante. Erano una ventina, vestiti di grigio azzurro e con gli elmetti, e camminavano a distanza fra loro, a fucile spianato, guardando da ogni parte. Ma la Giulia non la videro.

         Quando furono passati, la Giulia cercò di correre. Si mise in spalla il cestino, lo buttò sulla porta di casa e prese il viottolo che da anni non faceva. Più avrebbe voluto correre e più sentiva il dolore alla gamba e più le sembrava di sentirsi rompere le reni.

         Era brutta la zoppa della valle e nessun uomo aveva l’aveva mai guardata, ma la Giulia era buona e cercava di correre, sottocosta, per arrivare prima dei soldati.

         Era sempre stanca, in quella estate assolata e sofferta, la zoppa, perché doveva sempre levar patate, cercar ciliegie selvatiche e portar grano fresco al mulino per aiutare la gente fuggita dalla città distrutta. Lo faceva con piacere e si prestava, come dicono nei monti toscani, ad ogni bisogno di quella gente e da contadino del piano aveva preso a salvare una capra, non per levarla ai soldati ma perché nulla importava a lei se quelli mangiavano la capra, ma per dar latte, anche se grosso, a due bambini di quella gente. Se la portava dietro, la capretta, o la legava nel bosco sopra casa e poi la mungeva e non voleva il poco denaro che la gente aveva salvato.

         Solo per il grano tagliato e spicciolato a mano voleva denaro, e per le patate, per poter ricomprare qualcosa per l’inverno.

         La Giulia era stanca anche in quel giorno, ma correva e guardava per vedere i soldati e per arrivare prima di loro. Erano forse le sei della sera del dieci di luglio.

         Su un poggio si fermò, per vedere, e capì che i soldati erano ancora alla casa di Ferraio, che bruciava insieme al pagliaio quasi finito.

         Allora ricominciò a correre, a correre soffiando, respirando forte, per il viottolo sassoso. D’un tratto si fermò, di colpo, come avesse urtato su di un muro; aveva visto i ragazzi di montagna calar verso la mulattiera. Erano lontani e fra la Giulia e loro c’era la mulattiera. “Forse il hanno visti, ha visto la casa del Ferraio bruciare, Si, quella capanno l’hanno vista bruciare”, pensò la Giulia e si mise a sedere in un sasso. Ma poi fu ripresa dal terrore, quando vide che i ragazzi erano quattro o, forse, cinque, e che uno, forse non aveva un fucile ed avrebbe voluto correre ancora, urlare, camminare, ma i soldati erano, ormai, troppo vicini.

         Voleva correre, vedere, ma rimase seduta sul sasso del viottolo, e chiuse gli occhi stanchi. Poi li riaprì, ma non riuscì a capire dove erano i soldati e dove i ragazzi.

         Dopo qualche minuto partì la prima fucilata e la Giulia se la senti sul petto,  come avesse percosso Lei quel piombo. Poi altre ancora furono sparate, seguite da una raffica lunga; vide un lampo, un po’ di fumo e poi si udì un colpo forte ed altre fucilate.

         Erano forse le sei della sera quando cominciò la sparatoria  e forse le sette quando finì, ma quando i soldati smisero di tirare raffiche e granate, i ragazzi erano già fuori nella radura della mulattiera. Ma in tre erano usciti e la Giulia li aveva visti correre di buca in buca, seguiti dai colpi di fucile e non sapeva se uno oppure due erano rimasti sulla strada.

         Uno ad uno i soldati si alzarono dai prati e dal fosso e fecero gruppo in un punto che la Giulia osserva. Poi si spostarono in un altro punto. Quello che doveva essere il comandante ed era il più alto di statura, fece dei gesti, ed i soldati fecero atti che la zoppa non afferrava, fino a quando distinse che portavano, in quattro, un uomo morto o ferito, giù per la mulattiera. Più indietro c’era un altro gruppo che portava un altro soldato.

         Fu allora che la Giulia cominciò a salire, ansando, mentre il fondo del burrone si faceva scuro. Salì fino alla mulattiera, aspettò, vide gocce di sangue sulla rena ed un elmetto e bossoli d’ottone e neri; poi salì sulla radura e cercò.

         Il corpo di Berto era riverso su di un prato, con la testa avvolta in uno straccio e coperto da una camicia. Lo avevano preso per morto i suoi compagni e gli avevano levato il fucile. La Giulia alzò la camicia ed aprì il panno, poi si levo il corsetto e fece di tutto un guanciale. Il cuore di Berto viveva, batteva.

         Così sdraiato come lo mise la zoppa, con la bocca aperta Berto riprese a respirare e sangue più impetuoso gli uscì dalle ferite.

         Il piombo era entrato sotto l’occhio sinistro ed era uscito da dentro l’orecchio; sembrava spezzata in due quella testa e l’occhio era spento da grumi di sangue e certamente rotto.

Ormai era il tramonto.

         La Giulia si levo il vestito e ne fece una fascia che strinse; poi con la camicia, il corsetto e lo straccio bendò altre parti.

         Ebbe uno scatto, la zoppa, quando sentì un rumore sulla radura; c’erano delle ombre sul limitare del bosco buio. Avrebbe voluto fuggire con Berto, nasconderlo nel vuoto di una catasta, coprirlo di frasche, oppure seppellirlo per non lo far trovare. Ma si impietrì immobile. Quelle ombre avanzarono ed il cuore della Giulia batteva il tempo, con il loro passo lento. Avanzarono a cerchio.

         Erano una decina, i compagni di Berto.

         “Non è morto”, disse la Giulia “lo prendo io”. I più si avvicinarono a guardare Berto che aveva preso a rantolare. “Lo porterò a spalla a casa mia”. Uno disse di no e gli altri dei quali la zoppa vedeva solo le ombre nel buoi, si misero a tagliare rami. Quando la lettiga fu pronta ci misero Berto; ma la Giulia volle che nessuno toccasse la testa fasciata. “Come lo curiamo?”.

         “Penso io” disse la zoppa e prese la lettiga dalla parte della testa. “Portatemi fasce ed alcol e se non trovate fasce, portatemi lenzuola bianche”.

         Si avviarono tutti, lenti, per la mulattiera sassosa e buia, in silenzio. Tre andarono avanti di cento metri e due erano saliti verso monte per portare alcol alla zoppa. “Noi si era venuti per seppellirlo” disse uno, ma la Giulia non rispose. Camminarono ancora lentamente e Berto rantolava. “E’ una brutta ferita. Non ce la fa a vedere la fine della guerra. Ma la zoppa non rispose.

         Quando furono alla curva della mulattiera videro un chiarore rossastro fra gli alberi. Era un gran fuoco; i tre che erano andati avanti si erano fermati a vedere la casa della Giulia che bruciava ed il fuoco che aveva preso il carro ed il piccolo pagliaio, Si sentivano i gemiti acuti di un vitello. Ma la Giulia non piangeva. Scesero tutti sull’aia, portando la barella e quando arrivarono non si sentiva più il pianto del vitello.

         La capra del contadino del piano giaceva fra i sassi, sgozzata.

         “Fatemi una capanna, là, nel bosco coperta dal vento”, disse la Giulia. Che si levò la camicia, chi dette il fazzoletto e chi scacciava al cenere dalla testa di Berto. In poco fu fasciato ancora, al lume del falò. Lo fasciò la zoppa e Berto rantolava, anche quando gli fu data l’acqua. Stavano per costruire un riparo, quando sentirono dal mezzo della valle, dei rumori che venivano avanti.

         “Portatelo via”, disse uno.

         Ma la zoppa lo impedì. Volle che lo mettessero sulle spalle, con la testa legata ad un asse. “Voi state qui e datemi tempo”. Ansando e sbuffando salì verso il bosco accompagnata da uno. “Il paese è vuoto; anche se vengono non c’è nessuno”. Ma datemi il tempo di portarlo via rispose la Giulia. Poi l’uomo torno alla casa incendiata. La Giulia salì, più velocemente che poteva per un viottolo che aveva trovato e solo una volta guardò la casa che bruciava, giù nella valle.

         Era già nel crinale quando sentì i primi colpi di fucile e le raffiche. Non si voltò; Berto rantolava ancora.

 

Realizzazione siti web ActiveSite.it Cookies
Visitatori: 65