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La confessione di Andrea Siviero

di Enzo Droandi – 1950

         Così, senza che nessuno se fosse accorto, senza che nessuno ci avesse fatto caso, l’ottava brigata si trovò in mezzo ad una tenaglia.

         Così, senza che nessuno si rendesse conto, il piccolo fatto d’armi di Gallura aveva degenerato in una battaglia con quattro chilometri di fronte che si estendeva verso monte e valle come una chiazza d’olio.

         Fu la Casa Rossa, che prese fuoco, a dare il segno di quanto era grande la battaglia.

         Lo scontro cominciò con un paio di fucilate isolate fra un automezzo ed una squadriglia della ottava brigata. Poi arrivarono dalla pianura due o tre autoblinde, poi due cingolati; e tutta l’ottava, che stava calando per la mulattiera di Pedemonte, si trovò di fronte i carri ed un paio di compagnie di fanteria.

         Ai primi morti, specie se scompaiono fra le cave dei sassi, mai nessuno fa caso.

         Fu uno degli ultimi della colonna, un giovanetto dei volontari, ad accorgersi che una delle mitraglie stava per esaurire le munizioni. Ci fu qualcuno che disse: “Laggiù, sulla strada! E’ almeno un battaglione..”

         Tutta l’ottava ripiegò di cento metri, sulla collina di Pedemonte, che è quasi un’isola per via del fiume che la chiude a nord ed a est e della strda che la tronca a sud.

         Ci fu un attimo di tranquillità. Dopo, il colle di Pedemonte cominciò a tremare per i colpi di mortaio; i campi a sud bruciavano. Il battaglione nemico, prima di avanzare, incendiava i campi carichi di grano e si copriva con la cortina di fumo. Le autoblinde erano già sulla strada che tronca la collina quando ad est cominciò il fuoco dei fucili.

         Fu a questo punto che Casa Rossa, due chilometri ad ovest del paese di Pedemonte, cominciò a bruciare, mentre i mortai allungavano il tiro. Un vecchio montanaro disse: “Ma lassù non c’è nessuno”.

         Il comando della brigata, salvo quelli che erano rimasti uccisi sotto la strada, era dietro un masso della cava delle pietre.

         “Ragazzo vieni qui” urlò uno al volontario che era accanto ad una mitraglia.

         “Cosa fate che non sparate?”

         “Finito tutto”.

         “Levati la giacca e mettiti questo”.

         Il ragazzo infilò un giaccone mimetizzato. “Dategli un fucile ed un binocolo. Vai lassù sull’altura. Guarda cosa succede”.

         Il ragazzo salì di corsa per la sassaia. Ogni tanto si buttava a terra, quando i colpi arrivavano vicino.

         In meno di un quarto d’ora era sopra la Casa Rossa che bruciava. Si orientò subito; l’isola del colle di Pedemonte era quasi chiusa.

         Vide un centinaio di persone, gli abitanti del paese, che, correndo, cercavano di forzare l’accerchiamento. Ma le raffiche li fermarono sul fiume.

         Sdraiato a terra proprio sul prato che divide il versante dalla strada da quello del fiume, osservò tutta la scena.

         Anche i campi di grano oltre il fiume erano in fiamme. “Se chiudono entro il tramonto è finita per tutti”.

         Il giovano volontario aprì la fondina della pistola e la borsa delle granate; poi tolse dal buon fucile la sicura.

         Stava per alzarsi e riprendere la discesa, quando ebbe un moto istintivo di guardare a Montenord.

         “Se andassi su a chiamar rinforzi…. magari anche di là da Montenord”

         Fu questo attimo di indecisione che salvò il paese di Pedemonte e la sua gente, l’ottava brigata, i campi di grano della collina ed il giovane volontario.

         Stava pensando, quando vide sulla propria destra decine di soldati, forse a duecento metri. Camminavano sul fondale di un piccolo burrone, diretti al prato del giovane volontario.

         “Eccoli, chiudono…”

         Anche a sinistra c’erano soldati. Erano saliti all’altezza del prato che chiude l’isola di Pedemonte e domina il paesetto,Correvano verso il prato, allo scoperto, per arrivare in tempo. Forse erano un centinaio. Anche quelli di destra erano aumentati: forse cinquanta.

         Il volontario fu assalito dal terrore.

         Neppure un istante pensò a ritornare entro la sacca, al comando.

         “Vado a prendere rinforzi”. Ma il terrore lo aveva inchiodato all’erba del prato.

         Ad un tratto la vista gli si annebbiò; anche quelli di destra erano saliti all’altezze del prato. Premé il grilletto del buon fucile automatico. E poi ancora più volte.

         Quando riaprì gli occhi vide di aver sparato in aria. Guardò dei soldati, ma erano scomparsi tanto quelli di destra che quelli avanzavano a sinistra. Poi qualche colpo di fucile arrivò sul prato. Il ragazzo scivolò sull’erba e si portò dietro un pietra alta forse 20 centimetri. Uno dei soldati, uno dei più lontani, alzò la testa. Il ragazzo vide l’elmetto e sparò. Sparò ancora, senza vedere nessuno.

         Sparò un po’ a destra, un po’ a sinistra, per dopo andar via da dietro la pietra che si sfarinava sotto le palle di piombo che arrivavano da ogni parte. Di tanto in tanto sparava. Anche due colpi insieme, uno di fucile ed uno di pistola, per non far capire di essere solo, lui il giovane volontario, sul prato che strozza Pedemonte e domina il paese.

         “Forse quelli laggiù l’hanno sentito, forse vengono a salvarmi”.

         I soldati avevano piazzato una mitraglia e battevano ancora la pietra che il ragazzo aveva abbandonato. Sentiva i proiettili che fischiavano da ogni parte ed alcuni sollevavano penne di polvere sul prato.

         “Se mi prendono mi ammazzano. questa è la fine”.

         Tolse la sicura ad una granata e la lanciò sul prato facendola rotolare verso la mulattiera. Scoppiò lontano dai soldati. Ma la mitraglia smise di sparare.

         “Ora la brigata deve aver visto il posto dove sono. Vengono a liberarmi”.

         Cercò di prendere il binocolo, ma vide che un proiettile lo aveva spezzato; lo assalì un sudore freddo che mai aveva provato. “Questa è la fine”.

         Rotolò altre granate sul prato, mentre la fucileria si faceva più fitta.

         Ad un tratto i soldati di sinistra scattarono in piedi correndo verso il prato. Ma si fermarono pochi metri dopo, investiti dalle fucilate del ragazzo, che scaricò, alla cieca, anche la rivoltella. Tremava tutto e lanciava granate.

         Fu a quel punto che la fucileria si fece ancor più intensa. Il ragazzo seguitava a sparare sul prato, quando vide i soldati tornare indietro, in corsa. Allora smise. La vista era confusa per la polvere delle granate a mano e per le prime ombre del tramonto, gli occhio bruciavano, arsi dal terrore. Rimase a terra, inchiodato. Anche quelli di destra si buttarono, correndo, verso il piccolo burrone dal quale erano saliti. Ma anche lì erano arrivati gli uomini della ottava brigata.

         Alcuni di quelli che avevano attaccato a sinistra rotolarono sul prato. La mitraglia rimase abbandonata dietro un cumulo di pietre, ed in pochi minuti tutto il battaglione nemico con le autoblinde ripiegò verso il piano, attraverso i campi incendiati. Stava giungendo la notte.

         Quando gli uomini della brigata arrivarono sul prato, videro il ragazzo sdraiato a terra, ancora inerte. “Non è fuggito. Ha retto due compagnie da solo”.

         Quel ragazzo, dissero, in quel giorno di giugno del 1944, ormai lontano, salvò Pedemonte e la sua gente, la brigata ed i campi di grano. Così dissero.

         Quando arrivò l’esercito gli dettero tre medaglie; mentre gliele davano io ridevo, dentro, e tremavo. Quando parlavano di eroismo ripensavo al prato al quale mi sentì inchiodato. Quando parlavano di coraggio e di pericolo sentivo ritornare quel sudore freddo che imperlò la mia fronte il giorno di Pedemonte.

         Quando dicevano del nemico, rivedevo i sette giovani soldati rimasti sul prato, freddi, per i quali avrei voluto urlare e piangere.

         Perché quel ragazzo, il volontario Andrea Siviero dell’ottava brigata, quello che sapeva tutto del giorno di Pedemonte, ero io.

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