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Guido Monaco usaba o no barba?"

di Enzo Droandi

Con questa frase, sull"'A.B.C." madrileno, nei ruggenti anni cinquanta, l'elegante Cavanillas, noto come giornalista, ma anche perché comparve in "Vacanze Romane" con Audry Hepburn e con Gregory Peck ricordava le alterne fasi di quella polemica che, un centinaio d'anni orsono, divise la larga schiera dei celebranti la gloria dello "inventor musicae".

Scrittori documentati e conoscitori profondi degli usi del medioevo risposero subito che, senza tema di errore, si doveva ritenere che Guido si tosava la barba ogni mattina che il Signore Iddio metteva in terra; ma un bel plotone di barbutissimi dotti insorse contro l'eretica affermazione.

Guido, il grande Guido creatore del sistema di notazione musicale, aveva o non aveva la barba?

Non parve possibile, ai più, che un uomo della levatura di Guido fosse uno sbarbatello, e così, in un'epoca nella quale un professore d'università che si fosse tolto l'onor del mento diveniva un analfabeta, vinse la fazione dei barbuti.

Inutile fu lo sforzo di chi esibì miniature e quella immagine 'che - è probabile - eterna proprio le fattezze dello sbarbato monaco aretino; altrettanto al vento furon gettate le affermazioni dei dotti che provavano che, nel secolo di Guido, la barba non era in uso: Salvino Salvini, nel 1882, eternò in marmo il monaco aretino con una bella selva di pelo che gli copriva il petto. E" sua quella statua che ancor oggi ci mostra Guido che, andando verso la stazione ferroviaria di Arezzo, alla domanda; "Guido che fai?

Che forse te ne vai?" risponde: "

No! Sto qui,

dove mi ha messo il povero Salvini,

e volto il culo agli aretini."

Ed anche Adolfo De Carolis, nell'affresco dedicato ai grandi aretini, seguì l'iconografia dei barbisti, testimoniata anche agli Uffizi fiorentini.

E' interessante sapere che Guido Monaco non fu solo la disperazione dei barbuti e degli antibarbuti, ma anche, e più che altro, il più grande enigma che i genealogisti di due secoli abbiano tentato di chiarire.

Arezzo, fra il XVIII ed il XIX secolo, si divise in due fazioni, che non riuscivano a concordare una risposta a queste due domande: dove nacque e da chi nacque l'inventore della notazione musicale?

 

Per questa frotta di dotti non era importante approfondire lo studio della grande invenzione, ma sapere se Guido doveva chiamarsi Ottaviani o Donati.

Paolo Serra affermò di aver documenti sulla origine normanna del Nostro, contraddetto subito dal d'Aimont che ne vide un cantuariense, e cioè un nativo di Canterbury.

Incalzarono il Tafuri ed il Cantarini: è di Reggio Calabria!

Si ode la corale risata dei molti dotti che conoscono il codice di St. Evroult, che rammenta la "Reatina Civitas": è di Rieti, dunque!

Ma tutte le discordi tesi cadono presto dinanzi alla seria mole dei documenti che attestano la aretinità del Guido, e tutto sembra pacificato, quando la disputa ricomincia: è proprio di Arezzo, oppure è di Marcena, oppure è nato nella casetta segnata dalla pecora incisa che è in quel di Talla?

Ed, ancora, è un Ottaviani od un Donati?

Gli Ottavianisti si appellano allo lacobilli ed all'Abate Gamurrini, e, per fare di Guido Monaco un Guido Ottaviani, non esitano a schierarsi coi sostenitori della nascita in Marcena, atteso che proprio di Marcena sarebbero stati signori gli Ottaviani.

Ma i Donatisti scoprono una antica nota scritta a penna su un manoscritto di Guittone d'Arezzo, dalla qual nota si deduce che Guido Monaco ed il poeta san della stessa stirpe; ed affermano che, poiché Guittone è un Donati, è corretto parlare di Guido Donati Monaco d'Arezzo.

Urlano di gioia gli Ottavianisti perché ai loro occhi, il castello dei Donatisti crolla, fornendo pietre alla tesi avversa: non attesta forse il Gamurrini che proprio Guittone poeta è un Ottaviani?

Perciò non solo Guittone è un Ottaviani, ma anche Guido è di questa famiglia.

Inutilmente il Mazzucchelli avverte le due parti che non si deve far confusione con Guido di Ottaviano che era professore a Pisa nel 1480 e cioè quattrocento anni dopo la morte del Monaco: uno scalpellino ha già pronto il marmo che fa di Guido un fanciullino nato in casa Ottaviani, in quella casa che è all'inizio, dalla parte di monte, della moderna via Cesalpino, all'angolo dei Montetini, i quali Montetini, ai tempi di Guido Monaco, abitavano, ancor felicemente, nel castello di Monte tino, e non erano ancora stati deportati, a cura del Comune di Arezzo, in quel "lager" che dette origine, appunto, alla odierna via Montetini.

Inutilmente: il marmo viene infisso, nonostante si provi che all'epoca della nascita del Grande la casa non esisteva e che lì c'erano le mura urbane che traversavano l'area del fabbricato dividendola in due parti.

I dotti seguitano a discutere ancora per decenni, e quando il Falchi, nel 1882, tenta (e con profitto) il primo serio studio su Guido Monaco d'Arezzo, (auspice la Accademia Petrarca), deve fare il suo lavoro distruggendo, in due paginette, il costrutto inutile di due secoli di polemiche.

Ma, dall'alto della muraglia di Via Cesalpino la lapide murata nel 1821 attesta ancora la Ottavianità di Guido. Nel gennaio 1944 il marmo fu spezzato da schegge di bombe d'aeroplano, ma non cadde.

E non cadde neppure quando, finalmente, fra il 1950 ed il 1953, gli studiosi di tutto il mondo (auspice sempre l'Accademia Petrarca) poterono esaminare attraverso magistrali pubblicazioni non il cognome di Guido ma la sua enorme opera civile.

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