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DON PIETRO, ARCIPRETE - DON PIETRO ERA UNA FRANA

 di Enzo Droandi

Un giorno arrivò alla “Maestà” ed entrò in casa, domandando dell'avvocato. Era un giorno di quelli indecisi, fra l'inverno e la primavera, fra la speranza della prossima fine degli incubi e quella che la guerra guerreggiata tardasse a giungere.

Domandò dell'avvocato e lo condussi da lui; dopo poco se ne andò, con il tricorno sulle ventitré, con una spalla bassa, tutto torto, accigliato.

Tonino, l'avvocato, venne fuori dalla stanza ridendo come un matto: don Pietro voleva far causa civile al terzo Reich ed alla Wehrmacht per via di un autocarro che, in marcia indietro, aveva rovinato uno dei pilastri di pietra bugnata del cancello di ferro battuto che chiudeva la stradella che va dall'abside della Pieve alla' Casetta delle Passere e, poi giù, al cimitero, alla Buca delle Fate ed al Borro.

“Chi ha fatto il danno ha da pagare!”, biascicava “Quel pilastro tanto bello lo aveva disegnato in barocco e fatto porre in opera il pievan Burali, nel 1744, proprio duecento anni fa”.

Don Pietro sapeva anche il numero di quella targa, della targa dell'automezzo, che cominciava con la sigla “W.H.”, perché i due soldati, dopo l'impatto, si eran fermati in paese ed avevan fatto il solito giro delle osterie; e l'arciprete aveva fatto in tempo a rilevare i numeri.

Arciprete: arciprete perché don Pietro non era un semplice prete, ma aveva la dignità dell'arcipretura della Pieve di San Giustino Martire ed il governo del fonte battesimale, una volta da noi riservato alle Pievi di regola poste fuori delle terre murate e, cioè difese; ed in teoria aveva anche il diritto di guidare i parroci delle chiese del piviere e di concedere asilo protetto ed impunità a chi si rifugiava nell'Arcipretura per sfuggire ai rigori delle leggi, alle gravezze dell'imponitore di balzelli, alle angherie dei potenti.

Arciprete: un titolo che suggerisce forza, autorità, saggezza, unite, magari, ad una certa prestanza fisica ed alle fibbie d'argento sulle scarpe nere.

Don Pietro era il contrario: accomodante, sottomesso, indeciso, piccolo di fisico, aveva una spalla più bassa dell'altra, camminava storto e ciabattando, aveva voce malferma e quasi piagnucolante ed il tono nasale.

Portava occhialetti a pinza, azzurrini, e nascondeva gli occhi dietro quelli. Muoveva sempre, a tondo, l'una dietro l'altra, le mani; e la gente diceva che don Pietro faceva le polpette.

Se non fosse stato ben curato da Beppe campanaro, figlio della Lucia dell'ortolano Bacciarini della Maestà, quella che mi insegnò a mangiare la minestra di pane con i porri freschi e con l'olio al posto del formaggio, da Beppe dagli occhi azzurri, che accudiva a lui, alla Pieve ed alla casa e che era anche ottimo cuoco, avrebbe avuto la tonaca polverosa anche per la cena dei capoccia, che Beppe preparava tutti gli anni e durante la quale doveva assaggiare i vini di tutti i poderi e proclamare, con don Pietro, il migliore.

Don Pietro era un mite, un piccolo, un non impegnato ed anche, un po', un donabbondio.

Non era come l'arciprete di Castiglioni, monsignor Quirino, aitante ed elegante pretone, attento al pensiero ed allo studio, popolare ma aristocratico, aristocratico ma popolare. Poiché era tacciato di pipismo, gli avevan dato a bere un mezzo litro di olio di ricino, che, da noi, si chiama “Olio di Origene”.

         (“Olio di Origene», spiegava' un errante pastore analfabeta di Capraia, coltissimo per aver mandato a memoria pezzi di Omero tradotti in ottava rima dal Fantoni di Ponte Buriano, perché, spiegava il pastore, Origene era uno scienziato greco dedito allo studio dei bisogni corporali dei coevi e dei posteri.

Era convinto di questa verità, ed anzi, si diceva origenista, il pastore, in quanto “… seguace delle teorie di Origene…”)

Ma don Quirino, bevuto l'olio che gli avrebbe dovuto schiarire la mente, non si piegò, finché una paralisi lo bloccò.

Don Pietro di San Giustino non era come don Dante di Faeto e Pratovalle, povero ma forte come il macigno che forma la montagna che sovrasta a picco i due paeselli, come don Dante destinato al martirio, martirio che affrontò pregando, vestito da messa. Qualcuno disse che la sera prima del calvario che gli fecero salire in discesa (lo uccisero in fondo ad un borro) avrebbe avuto il fucile in mano. Dal martirio uscì come un testimone della fede (perché se c'è ancora una autorità adatta al caso, questa non decreta a don Dante di Faeto una medaglia al valore militare?  

Perdio!

Il fucile lo aveva in mano, quella sera!

Difendeva il suo popolo! Sparò più volte! Dice che lo presero, anche, quella sera, ma lui fuggì mentre gli sparavano fra le canne della gora).

Non era don Pietro, come don Antonio di Gello Biscardo, forte e robusto, confinato politico, che scendeva a valle per la strada sterrata con la bicicletta frenata da una fascina di scopa legata al sellino con una corda da pozzo (Aveva avuto minacce, e lui girava armato. Una volta, al ponte di Pian di Nova, in quattro lo bloccarono e, fucili spianati, gli chiesero la pistola. Aprì la borsa di cuoio e consegnò l'arma. Gli aggressori abbassarono le armi e lo invitarono a seguirli alla caserma ove erano appesi i bandi di condanna a morte. Don Antonio tirò fuori di tasca la seconda pistola e li disarmò tutti e quattro. Quelli supplicarono: restituì loro i fucili, ma senza cartucce, e li rilasciò. Non lo molestarono più).

Don Pietro non era come l'arciprete Alcide di Civitella, che era stato il don Alcide dei montanari di Modine e del Pratomagno, un prete forte, un trascinatore, un pastore d'anime.

“Un ferro vecchio abituato ai colpi” diceva di se stesso.

Era stato, don Alcide, capitano e prete nella guerra di Libia e maggiore e prete in quella '15-'18.

Era uso inginocchiare la propria anima ed il proprio corpo davanti al Signore, ma non certo davanti alla prepotenza, alla arroganza.

A Civitella don Alcide compose e lavò i cadaveri di due soldati, e dette loro cristiana ed onorevole sepoltura.

Don Alcide, disse e scrisse un testimone oculare scampato al plotone, era stato posto in salvo da uno degli aggressori e, per di più, conosceva le vie segrete dei sotterranei del robusto castello. Rifletté per cinque minuti. Poi uscì a passo, con i suoi parrocchiani, fra due file di mitraglie, e si mischiò ai morituri (dice il testimone: “ ... sfilò ... “).

         “Pregate, vi assolvo ………..”, disse loro.

Poi, accalorandosi, parlamentò col nemico: “... uccidete me!” urlò.

Poi ripensò a quanto aveva detto sempre ai seminaristi:  “ ... noi preti si vince morendo ... “.

Pochi secondi dopo era in terra, con il suo gregge, con la fronte squarciata. (Alla sua santa e venerata memoria fu conferita la medaglia d'oro al valor civile; al valor civile, come se don Alcide non fosse stato tenace interprete del suo popolo, un combattente, nella vita e nel supremo sacrificio, un soldato in Libia, sul fronte delle Venezie, a Modine, un soldato a Civitella. Per questo, quando parlo o scrivo di don Alcide, dico e scrivo: don Alcide, medaglia d'oro al valor militare, non alla memoria ma per una vita di prete combattente, di patriota, chiusa consapevolmente e volontariamente, da martire).

Don Pietro non era come don Gino di Talla, che confortò Licio, davanti al plotone schierato, non era come don Tarquinio di Ponina, che a Licio ed ai suoi dette continuativo ricetto, non era come don Guido di Raggiolo che con don Silio andò fino a Firenze, in bocca al lupo, per difendere il suo popolo, e che, poi, si buttò alla macchia.

Don Pietro non era come don Rinaldo che morì nel deserto di Marmarica portando i conforti ai suoi soldati; non era come don Luigi marista caduto da eroe in Ucraina; non era come don Italo della Pia Casa, che fu travolto dalle macerie del bombardamento mentre aiutava gli infermi; non era come don Giuseppe di Casenovole, che segui il fratello Santi nel martirio aureolato da una medaglia d’oro al valor militare.

Don Pietro non era come don Valente di San Clemente in Valle, che seppe tener testa ad amici e nemici; non era come don Eldo dell'Anciolina e di Chiassaia, attento alla gente indifesa ed ai fuggiaschi.

Non era come don Giorgio di Poggio, la cucina del quale fu sempre aperta a tutti, in pace e nei tempi tristi; quando nel pomeriggio del venerdì santo (era in chiesa con i montanari per l'adorazione del Santissimo e per il mattutino delle tenebre) ebbe udito lo schianto del trimotore abbattuto mentre andava a silurare la flotta da sbarco di Anzio, corse ad aiutare i quattro fratelli separati del nord, separati per la scelta compiuta, sventurati per la sorte subita, feriti ma salvi, e sempre fratelli. Accusato, poi, per certe armi che non aveva mai visto, si fece, nella rupestre Rocca Ricciarda, prete della “Mameli” e di una popolazione innamorata della sua montagna libera e del tricolore.

Non era come don Giuseppe di Modine al quale un ordigno, che lo prese allo scoperto mentre difendeva la sua gente, sfracellò una gamba.

Don Pietro non era come don Silio di Ortignano, che con don Domenico di San Pietro in Frassino, nascose ebrei; non era come don Silio, che si introdusse in una corte marziale ostile e tuonò in difesa di undici ostaggi e che Don Onorio Barbagliebbe la casa bruciata; non era come il cappellano don Walfrido di Bibbiena che si espose a tutti i venti ed a tutti i fuochi per salvare conoscenti e sconosciuti, amici e nemici, anime e cose, meritando solo l'affetto dei pochi che lo conobbero a fondo, come accadde anche a don Onorio di San Gimignano, prete torreggiante su di una folla di preti eroi, di preti coraggiosi, di preti attenti all'odore inebriante delle sacre icone riposte nell'anima e non alle sofferenze che umiliano il corpo, a don Onorio di San Gimignano, che narrò vicende altrui ma non le sofferenze e gli eroismi propri. (Emanuele, vescovo per grazia di chi invia e per volontà devota di popolo, e cittadino onorato per unanime pubblica incancellabile delibera per non aver abbandonato la città distrutta neppure le ore più sanguinose, ringraziò il suo prete Onorio con un sorriso, con una lettera e con una benedizione).

Don Pietro non era turgido di sangue e robusto come don Egisto della Traiana, il prete pieno di vita che correva con la motocicletta Indian in pantaloni, e neppure profondamente impegnato come il cugino Carlo, il don Carlino guida dei giovani di una diocesi e punto cardinale di tanti fedeli e di fuggiaschi.

Non era come don Pasquale del Borro, giovane parroco attivo ed attivatore non solo di piccole folle, ma anche di singoli.

Don Pietro non era come don Giovanni, arciprete di Loro, che si guadagnò la seconda medaglia d'oro al valor militare della sua vita in quella fantastica chiara e luminosa notte di Natale sul Don, celebrando il mistero dell'ultima cena, dicono. (Qualcuno vuol dire che morì sulla propria mitragliatrice od in un contrattacco, alla baionetta. Certo è che quella notte il ghiaccio suonava come le campane a festa, che don Giovanni fiutava il vento della vittoria che ancora soffiava, che il tricolore di seta schioccava, che i soldati che portò all'arma bianca non avevano bisogno del caldo umido delle isbe).

Don Pietro non era come don Giuliano che, respirata l'aria fine ed eccitante della cappellania di Loro pervasa dell'eroismo di don Giovanni e, poi, quella frizzante di Querceto, si ritrovò, seppur proposto della ridente Micciano, a dover scendere sovente e troppo spesso dentro le brume fredde ferme ed umide di Renicci a recar conforti religiosi ed umani (e qualche privata vettovaglia e cinquanta enormi fogli da mille lire, allora chiamati lenzuoli, portati da monsignor Francesco della Curia romana che, poi, divenne cardinale) ai sofferenti prigionieri serbi, schiavoni e croati, a cercare per i più sciagurati di loro, che esalavano l'ultimo respiro in coppie quotidiane, piccoli spazi cimiteriali, ed a raccogliere messaggi da spedire alle famiglie dei superstiti, al di là del mare ritornato amarissimo.

Non era, don Pietro, come don Emilio di Campogialli, che era stato anche in terra di missione, e che affrontò impavido i ribelli che lo fucilarono; al nord gli intitolarono una brigata nera. I suoi parrocchiani lo ricordano con profondo rispetto.

Non era, don Pietro, attivo come don Francesco di Donicilio, che, abituato da sempre a cercare ed a distribuire a tutti il pane trovato, ospitò due aviatori di un bombardiere abbattuto; catturato, pur avendo opposto all'accusa la propria imprigionato, deriso e, poi, fucilandi.

Don Pietro non era come don Ferrante di Castelnuovo dei Sabbioni, che con i suoi minatori divise per anni inquietudini, pane, sofferenze. Rifiutò sempre, e fu apprezzato da tutti, di benedire bandiere che non fossero il tricolore. Don Ferrante era al sicuro, lontano, ma fece come l'arciprete di Civitella: corse in mezzo ai suoi settantatre minatori, dette assoluzione a tutti, distribuì l'Eucarestia come altre volte il pane, ed urlò: “vi accompagnerò io davanti al Signore!”. Piegò il capo al supremo sacrificio, ma urlò ancora: “Muoio in nome di Dio e della Patria!”. (Queste parole sono certe e giurate da testimoni). Forse dette l'assoluzione anche ai carnefici, prima di dividere con la sua gente il martirio e lo scempio dell'incendio che avrebbe dovuto cancellare ogni memoria.

Mentre don Ferrante si immolava, don Giovanni di Meleto preparava i suoi novantotto fucilandi e se stesso al martirio; e don Ermete di Massa dei Sabbioni si apprestava ad essere, come il giovane sacrestano, sgozzato nell'atto sacrificale alla violenza imperante.

Don Pietro, arciprete di San Giustino, non era come don Bianco di Pulicciano che, per aver ricoverato parrocchiani cercati, fu preso dall'ultima pattuglia e fucilato, o come don Pio di Pieve San Giovanni, che, trovatosi davanti alla prospettiva di una rappresaglia certa per l'uccisione all'Apia, di cinque soldati che avevano rubato bestie e beni, si raccomandò al Signore e andò in bocca al lupo. Il lupo era un ufficiale, che si rivelò cattolico ed austriaco; apprezzò don Pio, ammirò il suo coraggio, e liberò gli ostaggi.

Egual sorte benigna non ebbe padre Raffaello francescano della Verna, che accorso a sostenere feriti, fu a sua volta vulnerato e lasciato soffrire in una lunga terribile agonia.

Don Pietro non era come il don Gerico dallo splendido nome, che, dopo aver governato la fame di pane, di vita, di fede della comunità di Colcellalto, si ritrovò a guidare per le romagne montane e della costa la colonna dei deportati che si assottigliava quotidianamente per fughe di donne e di ragazzi, ma non di uomini e di ragazzotti in età da lavoro, preziosi per i soldatacci solo nel numero qualificante per l'ottenimento di una licenza dedicata alla consegna degli schiavi ai masnadieri delle fabbriche. E compì bene i suoi doveri di prete e di guida, don Gerico, con coraggio di uomo e con l’illuminata dignità di sacerdote, anche quando dové tradurre le non molte lire (ed i molti centesimi) che aveva in tasca e le altre poche dedicate dal nemico alla sopravvivenza dei coatti, in pochissime pesche vendute da indigeni profittatori.

Anche don Giuseppe del passo di San Pancrazio restò a guidare il suo popolo radunato a forza, ma scomparve nell'orribile mucchio.

Don Pietro non somigliava neppure a don Ezio di Partina che da bambino aveva respirato l'aria di Loro e che era stato anche cappellano dei soldati in guerra; animatore della parrocchia, vicino alle famiglie in tempo di pace e nel turbine, alzò l'antico Crocifisso sul borgo in fiamme e sui morenti del primo genocidio.

Poi nascose fuggiaschi e, poi, gli infermi lasciati indietro ancora, raccolse custodì dai deportatori. Pochi istanti prima dell'ultimo tramonto, andandosene, lo immolarono nel buio di una trincea in disfacimento; il gregge ritrovò dopo cinque mesi il corpo del pastore martirizzato nella sacra selva di Camaldoli. Lo compose e lo portò nella terra di Loro, sotto il Pratomagno.

Don Pietro non aveva l'animo forte di don Angelo cappellano di monsignor Quirino a Castiglion Fiorentino, il quale, sepolti i dieci fucilati della Fontaccia a Meliciano (dei quali un ragazzotto ed una anzianissima uccisi “per errore”) e due partigiani impiccati ad un olivo, interpretando certamente anche lo spirito del monsignore, catturò nella cantina del Cassi quattro soldatacci del 104 Panzergranatieri (stanchi e senza rancio), ed, armato dei loro mauser, li difese dalla gente del Ponte a Buriano (giustamente) imbestialita e li consegnò, a Quarata, allo stupefatto commanding officer Lt. Col. J.E.Gurney, Military Cross ed ai suoi del terzo battaglione delle Welsh Guards, delle Guardie del Galles.

Don Pietro non aveva la fantasia e le capacità manuali di don Giuseppe di Santa Sofia, che trasformava il salgemma pastorizio adulterato in sale fino per il pane quotidiano e per il companatico dei parrocchiani, e che sapeva creare, con tele cerate, scarpe utili ai viandanti scalzi. Nei giorni radiosi dell'insanguinato maggio della pace, affaticato e debilitato nel fisico per le fatiche, ma fiero di aver salvato alla vita e alla loro patria tanti fuggiaschi diretti alle dalmazie, accolse ancora una volta due dei rimasti, da lui in passato protetti, dette loro il pane della sua esausta madia, dette loro l'asprigno vino della sua amara vigna, e, in quella cucina nella quale il calar del sole cancellava i colori, ne ricevé, con Ugo fratello di sangue ed in Cristo, la raffica assassina generata da voci e da equivoci, raffica che, ancora oggi, ferisce e rode.

Era, don Pietro di San Giustino, arciprete e capo del piviere, un mite; ma questa volta la Werhmacht gliela aveva fatta grossa danneggiando il pilastro barocco del pievan Burali, del quale pilastro ricorreva il bicentenario.

Gliela aveva fatta grossa; e lui, che fra gli altri preti della montagna e della valle si era distinto per non aver dato asilo, ricetto e pane ai prigionieri fuggiti e ad altri fuggiaschi, per timore di pene, cominciò a prender posizione contro la violenza.

Perché abbattere un bene dell’Arcipretura era violenza, era arroganza, era inciviltà.

La prima manifestazione del cambiamento la si ebbe quando, passando avanti ad un manifesto arancione affisso accanto alla porta di chiesa e comminante gravi pene, si fermò, lo lesse, e disse, con tono non più piagnucolante, tre dure parole di condanna e di dissenso: “Chè! Chè! Chè!”. E lo sentirono in molti.

In don Pietro quella piccola violenza aveva risvegliato inaspettatamente e fuori di misura le sopite speranze del prete popolare, del prete che aveva vissuto l'esperienza delle cooperative bianche, del prete che aveva capeggiato lo sviluppo urbanistico del borgo dando anche la terra per le case dei borghesi e dei pigionanti, del prete della cassa rurale travolta da subdole manovre orchestrate.

Raddrizzò improvvisamente la schiena e cominciò a consigliare, ad aiutare, ad operare. Creò anche dei certificati surrettizi di battesimo, sperando che la loro esibizione potesse frenare anche la violenza di un luterano o di un ateo. All'ebreo Soccolino, in una fede di battesimo surrettizia, dette il cognome Zoccolini, all'austriaco Marback, che parlava italiano, concesse quello di Margiacchi; quando capitò Franz Schmidt lo chiamò Mario Rossi, dopo essersi spremuto le meningi.

Smise di trafficare con le sue cento scatoline dove teneva spilli, bottoni, cartine, francobolli usati e mille trappole. Cessò di perdere ore ad essiccare e bucare tibie di lepre per ricavarne bocchini da fumo che, sosteneva, con la loro conformazione, erano migliori dei filtri. Non pensò più ad arricchire il meccanismo dell'orologio del prete spicciolo Barabao, vissuto nel Settecento, che aveva inseguito fino alla morte il sogno di creare un attrezzo a moto perpetuo, di dar vita ad una energia senza fine.

Non sfuggiva più i discorsi impegnativi, invitava alla disobbedienza, a non consegnar la lana, a dare il pane e l’olio ai fuggiaschi, a dar le rape a chi aveva fame, a non fare il vinsanto per destinare l'uva passa raccolto ai ragazzi che avevan bisogno di zuccheri. 

Impose anche a fra' Paolo dell'ospizio francescano, simpaticissimo zoccolante, di dar fondo alle poche riserve a favore di prigionieri, di evasi, di sfollati, di disgraziati.

E frà Paolo gli dette le chiavi della cantina e del ricovero dove era la roba raccolta, destinata a San Lorenzo di Bibbiena ed al Sacro Monte della Verna.

Nella camera del Vescovo, quella con il lettino bianco con i festoncini di rose dipinti a smalto, ospitò la gente più strana, gente mandata da monsignor Carlo, ribelli, fuggiaschi, gente di passaggio che non sapeva che il biancolacca ed i festoncini del letto nascondevano licenziose boccaccesche figurine dipinte da un pittore burlone dell'ottocento.

Operò anche, e più volte, la moltiplicazione dei pani, e questo con l'aiuto di Oreste del Mulino e del mugnaio mezzo muto di Bozzolone; non tentò di moltiplicare le lasche ed i ghiozzi dell'Agna e del Pelago buio perché i miracoli non li sapeva fare. Smise di urlare a chi faceva pascolare o brucare le capre dal morso dannoso sui campi o sui boschetti della chiesa, perché sapeva che quelle capre producevano latte per gli anziani e da ammannire, annacquato, alle creature. Prestò a tanti la ingegnosa macchinetta di legno e tela fine, fatta a cassettina, che aveva costruito per produrre potenti sigarette con il barallo dei campi seccato e triturato e con la carta velina; in aprile dette fondo alle già stremate scorte casalinghe di olio, di strutto, di rigatino e di fagioli. Non regalò patate perché erano finite, anche quelle da seme.

Smise di preparare la cena per i gatti, di segnare nel quaderno temperature e millimetri di acque piovane, e di osservare la banderuola.

Smise anche di preoccuparsi di bassa genealogia.

Sì: perché don Pietro era noto a tutti come quello che trovava parentele lontanissime tra le famiglie, parentele che se uno lo lasciava parlare potevano ricondurre ad Adamo ed Eva, ma che, di regola, si fermavano tutte ad una pro-zia di Vitiano, suo paese natale, pro-zia maestra di scuola, che, per di più, era morta nubile.

Una volta don Pietro riuscì perfino a stabilire una sorta di parentela fra una schiatta di zingari di passo e la famosa maestra pro-zia.

Cessò anche di fare questo e si dedicò tutto al suo popolo ed ai viandanti, chiunque essi fossero, fuggiaschi per una ragione o per l'altra.

Perché l'arciprete era contro tutte le violenze e contro le discriminazioni.

Aiutò, con l'assenso silenzioso dei carabinieri, la fuga a Firenze della signora Babithcef, moglie del gassato ras Nassiboù, e delle figlie dal domicilio coatto che le aveva costrette nella rossa casa della Beppina di Tito; diede ricetto per diversi giorni ad un ebreo e gli fece, anche lui infedele, una fede di battesimo; rifocillò, aiutò e rincuorò due soldatacci che si erano sperduti.

Quando i ribelli uccisero don Emilio di Campogialli pianse in pubblico ed in chiesa il confratello perduto; quando fucilarono il fattore del Borro, che morì pensando al figlio che era per nascere, emise la propria protesta e la riprovazione per la violenza. Quando soppressero la giovane Leda sbranata dalle inutili raffiche, il vecchio farmacista vestito dalla gabbanella bianca che si arrossò, ed il Budierotto che aveva meritato un fucile e qualche soldo ma non l'uniforme della Guardia, vacillò. Poi, però, tuonò dall'altare la propria riprovazione, non con voce nasale, ma con forza: “Non uccidere!”.

Quando la Guardia ammazzò il combattente spagnolo che si diceva argentino suonò anche le campane, a protesta.

Quando seppe che al confine con la parrocchia di Castiglioni la Guardia aveva abbattuto un contadinello febbricitante, corse da don Quirino e, durante la funzione funebre, urlò il proprio dolore.

Quando in Cabiano fu trovato uno sconosciuto ucciso non si sa da chi, uno sconosciuto morto per un motivo ignoto, si chiuse in sacrestia per pregare in silenzio.

Quando alla curva di Baccano un mulo impazzito per due colpi di fucile portò il carretto che trascinava contro un albero e poi nello strapiombo, fuggì a vedere se si poteva salvare qualcuno dei tre zingari morenti.

Urlò e pianse quando i soldatacci, al Mulino, accopparono Carlino del Gavazzi che tentava di sfuggire alla retata calandosi dalla finestra, a buio.

Soffrì e si sdegnò quando pestarono a sangue, sempre al Mulino, il figliolo di Grottino calzolaio, che morì pochi mesi dopo.

Lui, don Pietro, che non era mai stato capace di governare i quattro poderi della Chiesa e lo sterzo dei boschi, insegnò a contadini e proprietari a nascondere i bovi e le vacche. “Salvare la casa è importante, salvare il raccolto è importante; ma, prima di tutto, bisogna salvare le bestie per le semine autunnali, altrimenti siamo perduti!”. Ma, più che altro, predicava a tutti un comandamento: “Non uccidere!”. E lo diceva facendo sentire il punto esclamativo.

Quando il paese rimase deserto don Pietro restò a guardia del Santissimo, con Beppe dell'ortolano, che, anche in quei giorni, gli preparava piatti che eran cose da mamma.

Il sei di luglio, al mattino, lo presero, e presero anche Beppe.

Li caricarono su di un camion targato “W.H.”.

In tutto erano trentatre prigionieri e sul camion, scortato da altri automezzi, c'erano tre soldatacci.

Alla curva di Pian di Nova un soldato (si disse che era un cattolico austriaco perché, allora, l'occupante più buono degli altri veniva subito battezzato per austriaco) rifilò a don Pietro un pedatone e lo fece ruzzolare sul breccino della strada.

“Che maniere!” disse don Pietro.

Gli altri trentadue capirono che quel pedatone aveva un terribile significato.

Al ponte dell'Orenaccio, a cento metri dalle tombe di tre soldati morti in tre date diverse, furono fucilati: trentuno morti ed un ferito, il Sottani, che si salvò perché coperto dai corpi di tre fratelli maggiori anche loro contadini di Casa al Coltro come lui.

I più rimasero in piedi, appoggiati al greppo.

Lungo la strada c'eran diverse carcasse di automezzi bruciati da partigiani o centrati da aerei; ed ogni giorno le carcasse aumentavano.

Dopo qualche giorno i soldati ripresero don Pietro che era tutto polveroso ed aveva fame perché non c'era più Beppe dell'ortolano a fargli cose da mamma.

Lo portarono con un motociclettone nella villa di Castiglion Fibocchi, costringendolo a stare in piedi sul sidecar, in modo che chi fosse stato in agguato sul poggio della Galluzza vedesse don Pietro trattato da ostaggio.

Quando furono alla villa, lo portarono davanti al generale Rodt della trecentotrentaquattresima divisione appiedata. Questi gli disse: “Prete! Devo organizzare la difesa della strada e l'unica difesa son gli ostaggi, due ogni cento metri, giorno e notte. Ho quelli dei paesi vicini, ma non i tuoi. Dov'è il tuo popolo, prete?”.

Dicono, e ci furono testimoni, che don Pietro abbia alzato la testa ed abbia detto: “Più di quaranta me li avete ammazzati e gli altri uomini son tutti in montagna. Quel che resta del mio popolo, uomini, donne e ragazzi, è lassù”.

Il generale Rodt sorrise e gli offrì del vinsanto prelevato dalla cantina del Cassi ed una sigaretta forte, che don Pietro fumò senza usare il bocchino d'osso di lepre.

Poi Rodt ordinò che don Pietro fosse rimesso sul motociclettone, in piedi sul sidecar, e fatto scorrazzare in su ed in giù. Aveva la tonaca sporca, aperta, dalla quale sortiva una camicia bianca che pareva essere stata fra le cosce del diavolo.

Poi lo lasciarono. Lo lasciarono quando fecero scoppiare le mine sul ponte dell'Agna e nelle case del centro; ad altre case dettero fuoco.

Don Pietro tornò in paese.

La mattina del venti di luglio vide un tricolore issato sulla terrazza della casa della Maestà ed andò a bere un vinsantino, passando per la via di sotto per precauzione.

Il paese era semideserto, anche se la bandiera nostra era anche un invito a rientrare. Aveva la tonaca tutta sporca ed il tricorno polveroso.

E la polvere caduta dal cielo per via delle mine aveva creato uno strato opaco e morbido di qualche millimetro sulle strade.

I ciabattoni dell'arciprete sollevavano buffetti di quella polvere che rendeva ovattato ogni rumore. Tanto sulla via di sopra che su quella di sotto, dei conigli fuggiaschi, trotterellando a scatti, sollevavano nuvolette.

Da una parte una gallina beccava il calcio degli intonaci caduti per rinforzare il guscio dell'uovo che stava preparando.

Il tricolore alzato dall'avvocato sulla terrazza della casa della Maestà e quella gallina erano il segno della vita che riprendeva. Ma non tutto era finito. I soldatacci erano ancora a cento metri dal paese.

Si sentì lo scoppio del ponte a Bozzolone; e più di trenta parrocchiani erano ancora prigionieri alla casa alle Palmoline, ostaggi ben esibiti a difesa di due o tre mitraglie.

Poi tutto finì, salvo lo scoppio di qualche mina occultata.

E don Pietro poté risuonare le campane di messa, di mezzogiorno, delle ventiquattro, che segnavano il tramonto e non la mezzanotte, e l'unora che si suona una ora dopo il calar del sole.

Contò i morti, ma lasciò il brogliaccio aperto, perché arrivavano, ogni tanto, le notizie di quelli che eran caduti in Balcania, in Corsica, in Germania, in Polonia, in India, in Inghilterra, in Sardegna, di quelli che erano spariti fra le nevi dell'Ucraina, di quelli che eran morti al fronte, da Cassino alla Gotica.

Don Pietro non chiuse mai quel brogliaccio, per non scriverci il nome di Alfredo dell'ortolano, il nipote di Beppe campanaro, di Alfredo che era figlio di Giulio dell'ortolano e della povera Lilla che allevava i billi e gli oci più belli del paese, di Alfredo del Bacciarini, che non tornò dall'Ucraina.

La pace era ristabilita.

Ma ebbe ancora da fare, quando, uno ad uno, riportarono a valle i partigiani morti. Lo avvertirono che passava il feretro del Fantino piemontese morto in Pratomagno sulla mitragliatrice, e don Pietro si mise i paramenti e seguì il piccolo corteo fino al confine della parrocchia; e così fece per Renato che era nato a Cavriglia e per Beppe di Bucine, morti combattendo nella terribile notte di temporale della Gubbiana, per Mario caduto a Pratovalle, per Alfredo di Montevarchi, per Camillo marinaio di Terranova, per Pasquale, per Giustino, tutti impiccati e poi fucilati alla Trappola, insieme al colonnello greco Mavricakhis, vecchio e malato alle gambe, ma sempre combattente e coraggioso, ed insieme a Danilo. (Danilo era stato marò ed aveva avuto in mare una medaglia d'argento al valore; la seconda la ebbe alla memoria e se la guadagnò sul monte quando, mentre lo strozzavano, urlò: viva l'Italia, viva Badoglio).

Per Ottorino, cantore in ottava rima, morto alla presa di Firenze, don Pietro andò fino al cimitero del Borro, fuori parrocchia.

Un dubbio, don Pietro, lo ebbe quando da Pontenano riportarono la salma di John caduto in combattimento in Pian di Nova, perché sapeva che John era protestante; ma, poi, ritrovò se stesso, rimise i paramenti viola e pregò anche per lui.

Ce lo avrebbe fatto anche per i soldati dell'altra parte, luterani o cattolici che fossero; ma le loro salme furono riportate a valle molti anni dopo, quando don Pietro non c'era più).

La pace era ristabilita e don Pietro cercò di fare qualcosa per aiutare chi ricostruiva; ma non ce la fece. Ricominciò a far chiacchiere.

Si rimise a collezionare scatoline, bottoni, spille, cartine, francobolli usati ed a rigirare le mani come per far polpette od il polpettone.

Ricominciò a camminare storto e gobbo, a bucare tibie di lepre per ricavarne bocchini da sigaretta, a trafficare sull'orologio del prete spicciolo Barabao, quello del moto perpetuo, ed a ricercare parentele fra vivi e morti, tra zingari e gentili, tra un passante e la pro-zia maestra di Vitiano.

Ricominciò anche ad essere una frana, e la gente lo sfuggiva perché, sennò, attaccava bottoni senza fine. Ogni tanto riparlava anche della causa civile che voleva intentare nei confronti del terzo Reich.

L'avvocato era uno dei pochi che si sottoponevano al martirio dei suoi soliloqui biascicati senza fine, perché sapeva che dentro quel debole c'era la fibra di un coraggioso, di un prete che meritava di essere arciprete, di avere il diritto di battezzare, di governare il piviere, di dare ricetto ai fuggiaschi, di difendere il suo popolo, ma anche quello di essere noioso e di migliorare il moto perpetuo del prete-spicciolo Barabao e di urlare contro i proprietari delle dannosissime capre. Ed anch'io facevo come l'avvocato, che era Tonino, mio fratello. Mi facevo raccontare le genealogie, nelle parti anteriori alla nascita della sua antica pro-zia, la maestra di Vitiano.

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