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 COME NASCE UNA LEGGENDA

 di Enzo Droandi  

 

Posso testimoniare come nasce una leggenda.

Un uomo che allora era giovane racconta ora ai suoi ragazzi che son cresciuti fra l'alpe ed il fiume di un fantino che venne da lassù, dal Piemonte lontano, in quell'estate bruciante, quando cenere, quando le case di pietra sabbia del torrente fu intrisa di ponti furon rotti.

Il coro delle donne spargeva altissimo il lamento in quell'abside fatta di cielo e di fiamme.

L'uomo che allora era giovane racconta ora di averlo visto, il Fantino, quando, in piedi sul sasso, col fazzoletto bianco stretto al collo, la bustina con i gradi di caporale e le stellette sul bavero, dava ordini ai suoi sette uomini, ai sette che eran fuggiti con lui portando fucili e coperte.

E l'uomo e tanti altri dicono di averlo visto, quella notte, e raccontano di cosa fece, da solo. Ma la verità è che pochi, due o forse tre, lo videro.

In verità pochi, pochissimi, lo videro in quella notte che sembrava una somma di sette sortilegi, in quella notte fatta di luna bianca e di nuvoloni corposi e gonfi, di venticello dal profumo zolfino che viaggiava raso terra, di silenzio degli usignoli irretiti da un ignoto timore, da brontolii lontani che percuotevano le cime dei cipressi, dal breccino insanguinato e dal lamento ininterrotto di quel ferito che, sdraiato sulla strada, celebrava il miserere.

Sul nastro bianco della stradella, sul breccino e sulla polvere, c'erano i corpi dei fucilati della Grotta; sul ponte, in curva, c'eran due o tre soldatacci, come di guardia.

Eravamo dietro una scomoda siepe di rovi con le more rosse e nere, ed il fantino guardava su, guardava la luna ed i nuvoloni enormi e veloci, ed ascoltava il pianto del ferito. Lo avevamo a non più di trenta metri, forse a venti, quel ferito che di tanto in tanto chiamava la Mamma.

            "Sono almeno due…..” disse il Fantino carezzando una fiasca di anice che aveva nel tasca ne e guardando sempre in alto.

Forse per distrarmi da quei lamenti e dal miserere che veniva dalla strada piluccavo fra i rovi qualche mora.

Ad un certo punto mi dette il suo fucilane e prese la mia pistola, che aveva il colpo in canna, e mi disse di non muovermi. Dietro di noi, un po' sopra, un po' sopra noi, si senti un rumore breve; era il carabiniere che, a fucile spianato, cercava di coprirci le spalle e la via di ritorno. Allora decise diversamente e mi disse di andare avanti anche io, quando la luna fosse stata coperta dal nuvolone, ma solo fino al fossettina della strada.

Attese ancora un po' e, non appena la luna restò coperta, si mosse; ed io lo seguii verso la strada.

Prima che la luna, che era terribilmente bianca e faceva apparire spettrale anche l'argento degli olivi ed i covoni bruciacchiati del grano e la carcassa della camionetta contorta,prima che la luna, dicevo, riapparisse, il Fantino era sdraiato sul breccino bianco, fra morti e feriti, ed io sul fossatello.

Poi sentii un rumore di coserelle spezzate, come quando la massaia frange il pane avanzato tostato e fatto in briciole, nel marmo, con una boccia di vetro. E vidi l'anisetta luccicare, cadere un po' sulla bocca del ferito e un po' sulla polvere della strada.

Dalla curva del ponticello della Grotta si senti un urlo secco e, poi, uno sparo.

Vidi la fiammata e son convinto che sparò in aria od a caso quella sentinella.

Il Fantino rimase immobile e solo quando la luna fu coperta dal nuvolone ritornò verso il fossetta.

"E' impossibile muoverlo" , bisbigliò. "Deve avere le gambe troncate….”

Poi aggiunse che non aveva dato anisetta al secondo perché aveva fori addosso, in pancia.

Il lamento riprese; era uno dei due feriti che celebrava il miserere.

L'uomo che allora era giovane racconta ai suoi ragazzi di aver visto il Fantino quella notte e tanti altri lo dicono, ma, in verità, pochi, due o forse tre, lo videro.

Alla prima alba, in diversi, ritornammo giù, ma i feriti non c'erano più, e neppure la sentinella; li avevano caricati su un qualcosa e li avevano portati allo spedalino di Castelfranco.

L'uomo che allora era giovane racconta queste cose e di quando il Fantino disperse una colonna di cavalli rubati dai soldatacci chissà dove, di cavalli che passavano con i nuovi padroni, giù, alla strada grande.

E racconta di quando col Fantino (e quando cominciammo mancavan precisi tre giorni alla sua morte, mancavan settantadue ore) andammo su per i pratoni d'erba cavallina del Pratomagno, per due giorni ed una notte, fra verde vergine e sole e stelle, fra vènti morbidi ed acquazzoni, fra pecore ignare e pecorai e fuggiaschi impazziti, a riprendere quei cavalli ed a radunarli.

Racconta anche di quando, con una raffica sparata dall'alto in basso, freddò a mezz'aria il canelupo che aveva sul petto la placca della gendarmeria, quel cane che stava aggredendo il suo cavallino baio.

Racconta che era sempre l'ultimo a ripiegare, l'ultimo dopo i suoi sette, dopo gli uomini che aveva portato con sé per la pianura, quando si era buttato al bosco con le armi e le coperte, quando aveva rimesso le stellette sul bavero.

Queste cose le sanno gli uomini che allora erano giovani e che ora le raccontano ai ragazzi che son cresciuti fra l'alpe ed il fiume.

Raccontano che di cognome faceva Mazzotti, che era stato cavallaio al Valentino, che era fantino, e che, perciò, si chiamava Fantino; e che era stato caporale, e che, perciò, comandava i suoi sette che eran fuggiti con lui; che era sempre l'ultimo a ripiegare. E fu l'ultimo anche nella terribile notte della Gubbiana, sopra le Ancioline, quando fra le nuvolone nere squarciate comparvero i soldatacci e Renato Fabbrini e Beppe dell'Ontelli restaron fulminati in mezzo a cinque o sei sciagurati nemici, compagni di sventura, fulminati anche loro nel turbine.

Poi, dicono, il Fantino partì.

Andò sui prati più alti, dove le nuvole toccano i prati d'erba cavallina e premono contro il monte per scavallare e precipitare sul versante levantino con quel perfido brontolio che sa di cascata, che travolge i bronconi secchi del faggio, respinge i colombacci quando tornano ai caldi, e tosa la macchia bassa, le ginestrine nane, lo zinepro ed i mirtilli con lame radenti.

Quando in quel buio mattinale sentì la vicinanza dei fanti brandeburghesi, ch'eran briganti anche lituani, scese dal baio e, proprio alle capanne de' pastori, fece piazzare la mitraglia ed ordinò a tutti il ripiegamento, affidando il cavallino a Pasquale di Laterina, a Danilo che era stato marinaio ed a Giustino.

Ordinò il ripiegamento fra gli squarci delle nuvole e fra il rumore dell'erba cavallina seccata e bruciata dai nuvoli scavallanti, restando lui sulla mitraglia.

Dopo tredici ore il trasmettitore dei soldatacci del tenente Pinkert, sesta compagnia di Brandeburgo, diffuse la notizia: “… pattuglia travestita d'avanscoperta da Anciolina a quota 1455, mitragliatrice inglese catturata, un mitra e cinque carabine prese - Perdite nemiche: un morto e cinque prigionieri impiccati ... “, perché i brandeburghesi consideravano bello impiccare i prigionieri, uno ad uno, con filo spinato; e per farne cinque ci volevano ore e fatiche.

Quando riportarono il Fantino a Laterina la gente si inginocchiò.

Era pesa quella cassetta fatta di sei quadrucci di legno di castagno, con dentro il corpo di un fantino piemontese leggero come una piuma, anche con le stellette e la bustina da caporale in testa.

Era pesa quella cassetta fatta a parallelepipedo, perché aveva dentro anche terra di Pratomagno umida di acqua di nuvola nera ed erba cavallina fradicia.

La cassetta è ancora lì, in una buca, con quella di Danilo medaglia d'argento, di Pasquale e di Danilo e di Camillo marinaio, perché loro quattro ebbero una cassetta sola per tutti, dove c'è anche un altro che non ricordo, e dove avrebbe dovuto essere messo anche il breve corpo rattrappito di Costantino Mavrikakis, che fu invece riportato in Atene con una nave da guerra in gran pavese, del maggiore Costantino impiccato, ricondotto al Pireo come meritava, come un bel dio di Grecia, con la scorta degli euzoni e con il re ad attenderlo.

Un uomo che allora era giovane racconta ora ai suoi ragazzi, che son cresciuti fra l'alpe ed il fiume, del Fantino e dei suoi.

Ed i ragazzi, domani, racconteranno queste stesse cose ai loro figli, ma abbelliranno i fatti;

e sul mento il Fantino avrà, al posto di un po' di peluria, una bella barba bionda.

Ecco perché posso testimoniare come nasce una leggenda; e quella del Fantino sarà la leggenda di un buon soldato morto sulla mitraglia fra il passare di un nuvolone nero sull’erba cavallina del Pratomagno ed il rumore del vento che spazza, ma con dolcezza, piane basse e greppe collinari e malghe ed aggredisce invece picchi e strapiombi e pratoni all'alpe di Santa Trinita.

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