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Come entrammo a San Giustino

 di Enzo Droandi  

Nota: il racconto sotto riportato, che narra i fatti del 19 luglio 1944 e dei giorni seguenti, è stato ritrovato in una serie di scritti ed è stato fedelmente riportato nella versione integrale. Appare incompleto e frammentato nella parte finale, in quanto probabilmente doveva far parte di una serie di testimonianze riferite al passaggio del fronte nel nostro territorio e vissute in prima persona dall’autore.

San Giustino Valdarno 

 

         Eravamo finiti. La sera del 19 luglio 1944 eravamo proprio finiti. Non stanchi, ma finiti dalla fame, dalla disperazione, dall’inedia.

         Eravamo tutti finiti. L’unico di noi che ancora riusciva a sorridere era Giovanni, che aveva quattordici mesi, e che riusciva ancora a mangiare, col latte di capra e col malto buttato coi paracadute dagli inglesi.

         Ricordo che presi il viottolo della “Motta”, disperato, per non vedere già l’ornella stremata, la Giovanna affamata, la Lina esausta, la Mamma disperata come me.

         Presi il viottolo della “Motta” tanto per far qualcosa, forse, chi sa?, per andare a cercare le ciliegie selvatiche ormai immangiabili, ormai fermentate.

         In quel punto nel quale appare, tutto lì disteso, il Valdarno, c’era Tonino, a sedere su un sasso. Gli domandai qualcosa, e lui disse che ne poteva più, per la fame e per la voglia di fumare.

         Io non avevo niente da dargli, se non tre dei miei dieci colpi di pistola, che, infatti, gli passai, perché lui ne aveva due soli.

         Io infatti avevo sia la “Steyer”, con cinque colpi del nove lungo, sia la “Beretta”, con cinque colpi corti. E gliene detti tre di questi.

         Poi si decise di calare a valle, verso Sercognano, per cercar qualcosa da mangiare e qualche notizia buona, perché di quelle cattive ne avevamo abbastanza.

         Son ritornato più volte in quel luogo, dove il viottolo piega si Roveraia, per ricercare quel tramonto netto, quel silenzio, quei quercioli innati, quelle falde di luce trasparente del tramonto, ma senza fortuna. Ho ritrovato solo la grande ombra di Monte Lori, ma non quel silenzio.

         Ci avvicinammo, evitando le rovine di Roveraia ed il loro fetore.

         E le prime ombre, più volte, ci fecero paura, indicendoci a puntar le pistole sempre pronte; ma erano solo ombre vane di quel tramonto di disperazione.

         A Sercognano deserta arrivammo sulla sera e la nostra montagna era diventata azzurra. Noi vedevamo i costoni, le faggete, il poggio di Vinca, perché li conoscevamo troppo bene. Un altro non li avrebbe veduti.

         Passammo oltre la Casa di melo, calammo sul fosso e poi andammo su, alla strada, e poi ancora oltre, fino alla cava della pietra serena.

         Ricordo che si vedeva bene, sulla strada, già verso la grotta, la auto anfibia bruciata il tre di luglio. Era lì, di traverso, ischeletrita.

         Aspettammo un po’, attenti ad ogni rumore, anche a quelli delle bestioline del bosco, decisi a passar l’Agna per andare a cercar pane e qualcosa di altro.

         Ma, ad un certo momento, sentimmo un passo sicuro sulla strada, un passo lento, un passo del tempo di pace.

         Calammo giù sul fosso della strada, alla cava di pietra serena, ed aspettammo che l’ombra che avevamo intuito si avvicinasse.

         Al momento giusto, compreso che chi veniva non poteva essere nemico, facemmo un fischio, anzi fu Tonino a farlo, un fischio che non turbò la pace del bosco.

         Come andò che ci avvicinammo non ricordo fatto è che ci trovammo davanti ed un uomo, un uomo che non ricordo chi sia.

         Ricordo solo che era un uomo tranquillo, che disse che la guerra era finita.

         Aveva incontrato gli Inglesi a Campogialli.

         Ci disse che erano forti, che ormai la guerra era vinta, che avevano carro armati e cannoni a non finire.

         Aveva con se pacchi di sigarette, e ce ne dette, pane bianco a blocchi dentro una sacca, e ce ne dette, prosciutto odoroso di fumo, e ce ne dette.

         E noi sbocconcellammo poco pane, poco odor di prosciutto, e poi fuggimmo, fuggimmo contenti, fuggimmo senza più badare né ad ombre né a rumori del bosco.

         Fuggimmo fino alla Motta, di corsa, a portare la notizia, il pane ed il prosciutto. Le sigarette, però le nascondemmo. O se ne portarono due o tre sole; non ricordo bene.

         La mamma ci richiamò alla realtà, ed allora ci riscuotemmo.

         Andammo ad avvertire lo zio Ivo e tutti i suoi, poi decidemmo che, stante il pericolo prossimo di veder passare l’ultima retroguardia tedesca, Tonino avrebbe dormito sopra la baita, con le armi pronte.

         Io, però decisi di andare ad avvertire quegli sciagurati che erano alle carbonaie.

         Fu una notte d’incanto, l’ultima notte, quella durante la quale l’incubo si trasformò in gioia.

         Io non so a quale ora sia giunto alle carbonaie. So solo che, se fossi stato tedesco, avrei preso trenta e più partigiani nel sonno più profondo.

         Avverti qualcuno, parlai in capannello di gente stordita poi tornai via, fino alla Motta, in quella notte d’incanto, piena di stelle e di luce.

         Dormii accanto a Tonino, con la pistola Steyer pronta, trattenuto sul declino del poggio, da un robusto querciolo.

         Ci svegliò il sole.

         Ci lavammo sul torrentello ghiaccio, forse cantammo qualcosa, e poi andammo alla baita decisi a calare a valle, a toccare con mano.

         Venne lo zio Ivo e disse che eravamo pazzi, ma la mamma non ci scoraggiò, e noi andammo.

         Passammo per Sercognano e vi trovammo solo quella donna che ricordo solo visivamente, la moglie del Capitano di lungo corso, che ci fece il caffè. Poi scendemmo sulla grotta bruciata, dove lasciammo la strada.

         Prendemmo per i viottoli che costeggiano l’Agna. Quando fummo a quello che una volta era il “tuffo del mariani”, drizzammo le pistole e proseguimmo sulla sponda del Berignolo, fino alle rovine del ponte di San Giustino, che erano lì, fresche, drammatiche.

         Quando fummo sul bel costone che unisce le due sponde del Berignolo, proprio sotto il ponte distrutto, dal lato del paese, ci fermammo ad ascoltare.

          Sul murello della farmacia vedemmo la sagoma di un soldato tedesco. Col binocolo, Tonino osservò a lungo.

         Infine ci decidemmo: non ci interessava quel che c’era di là dall’Agna, col ponte rotto come era, ma quel che c’era in paese.

         Eravamo decisi a vedere la casa nostra, a vedere come era, se c’era.

         Ricordo che trattenni Tonino sul costine e che salii, piano, sulla strada, facendo a passi lenti la salitina, con le pistole in mano e la tasca della bomba a mano aperta.

         Avevo la camicia militare col tricolore sul petto, senza altri orpelli. Avevo i calzoni lunghi di tela da tuta azzurra.

         Avevo le scarpe sfondate, con la sinistra spaccata al mezzo della tomaia, che mi segava la pelle, pian piano. Ed ero a testa nuda.

         Quando Tonino mi raggiunse io giungevo per la commozione. Piangevo, piangevo intensamente: la notra casa era lì, spalancata, saccheggiata, violata, ma in piedi.

         Quando Tonino mi raggiunse ero davanti al murello della casa della povera Monda, alla Maestà, davanti a casa nostra, alla nostra casa che era in piedi.

         Ormai non pensavamo più ad alcun pericolo.

         Ci dilungammo a guardare, a guardare tanto intensamente che tutti e due, se lo sapessimo fare, potremmo fare un fotogramma pittorico della scena.

         Il sole era già alto ed i due cipressi della Maestà disegnavano ombre grosse. Quel campo, ora pieno di case, che era fra il Berignolo ed il muro di Villa Orlandi, era bianco di polvere sull’erba medica e sui filari.

         La stada cominciava, laggiù al ponte rotto, su un ammasso di detriti ed il piano sterrato era coperto, su fino al paese, di polvere, densa, impalpabile.

         Io non la so descrivere bene. ma posso dire che, camminando, si sentiva il piede leggero, che, camminando, si alzava un leggera polvere. Posso dire che, fu la Maestà e le rovine del paese, delle case Grati e Chiericoni distrutte, c’erano cinque o sei conigli che vagavano, sollevando polvere.

         Correvano, si fermavano, poi riprendevano la corsa, spauriti, e noi ci fermammo a guardare uno nero e bianco che, dal cancello della villa Orlandi, ci osservava, nascosto fra la polvere.

         Sulla prospettiva creata dal muro della villa Orlandi e da quello del giardino Fabbri, si scorgevano le rovine che chiudevano la strada, rovine, rovine immense, sulle quali si ergeva una specie di colonna altissima, che altro non era se non lo spigolo di bozze di pietra della casa Grati.

         Polvere ce ne era anche sulla via di sotto, ma meno spessa.

         Notammo una casa bruciata e le saracinesche del Patacchi sventrate.

         Uno dei due colonnini della maestà era a terra, spezzato, ma la Maestà era inviolata, seppur coperta di polvere impalpabile.

         Anche sulla via del molino non c’era ombra d’uomo.

         Il cancello di casa nostra era divelto, la porta di casa nostra forzata, le finestre spalancate in disordine, qualche tenda di casa ciondolava fuori, libri di casa nostra erano sparsi sulla strada, carte sparpagliate, piatti rotti, San Giustino - casa Droandilenzuola tranciate ed imbevute di sangue, roba, nostra, tutto era sulla strada.

         Entrammo sull’aia dove avevamo passato tanti giorni felici: per terra c’era tutta la nostra roba violata, c’erano libri, lettere, carte, pentole, qualche coperta stracciata, fotografie di casa.

         Là, vicino al muro, fra le acacie piantate dal povero babbo, là dove il babbo aveva messo un po’ di eden, là dove noi ragazzi tenevamo il riccio di casa e la tartaruga, c’erano le statuine gentili del nostro presepe, del nostro presepe di ceramica di Meissen, le statuine di ceramica dipinte in rosa e celeste chiaro, tutte rotte a colpi di pistola, tutte rotte, una per una.

         Entrammo in casa passando per la porta dell’aia, quella accanto al pozzo.

         A destra, in sala, c’erano i resti di una cena di guerra: sedie mosse, rottami di piatti e bicchieri a terra, un caratello di vinsanto aperto di sopra da barbari ignoti delle gentilezza del vinsanto, ed un orrido caprone arrostito, appena avviato, sopra la tavola.

         La grande fotografia del Nonno Antonio era trinciata da una coltellata.

         Il era appena toccato, ed i bicchieri erano pieni: segno di una fuga recente.

         La cucina bassa era in pieno disordine, ed il sottoscala, nel quale avevano riposto la roba di casa ed il corredo dell’Ornella, che avevamo nascosto con un muro, era violato: era vuoto.

         Avevamo perduto tutto.

         Salimmo di sopra.

         Avevano bevuto anche gli estratti da liquore della mamma, quelli con i quali faceva i suoi famosi liquori!

         Nella camera del caminetto c’erano tracce di sangue, fin sulla finestra.

         Guardammo, con le lacrime agli occhi, la nostra povera casa.

         Poi Tonino mi disse di andar sul tetto, a guardare.

         Ed io andai.

         Il tetto era sfondato in più punti da pietre del ponte, ma reggeva.

         Guardai la assolata campagna, il nostro paese rovinato.

         Mi tolsi di tasca lo stendardino tricolore di seta e lo alzai sul bastone dell’abbaino, lo alzai al sole, per affermare che eravamo tornati, che eravamo a casa, nostra.

         Lo legai stretto, e poi tornai da Tonino.

         Lo trovai in terrazza, in quella terrazza dalla quale i tedeschi, pochi giorni prima, avevano sparato ad Alberto ed i suoi.

         Lo trovai che stava alzando il vecchio tricolore di casa nostra, là, sull’angolo.

         Stava alzando il vecchio tricolore sul goffo bastone giallo che il povero babbo aveva fatto fare dal Granchia.

         Sperai che la Mamma, dalla svolta della Motta, potesse vedere quel tricolore di casa nostra, o almeno quello stendardino che era sul tetto: due povere bandiere che sventolavano pigramente sul cielo incantato di un povero paese distrutto, di un paese che era rovinato, ma che non era finito. perché era libero.

San GiustinoLIBERTA’: giorno uno

         La casa era diventata un disastro e tutto, intorno, era silenzio e desolazione, sotto il sole rovente, un sole bianco che accecava i miei occhi abituati al verde dei boschi, un sole che batteva forte sul polverone della strada e delle rovine.

         Le porte erano divelte, le finestre spalancate, le tende stracciate, i libri a terra.

         Nell’ingresso dell’aia, quello dove c’erano, tutti sfondati, i grandi quadri con le fotografie delle opere dello zio dante (ricordo l’enorme facciata del Duomo d’orvieto ed alcuni disegni originali), c’era, da una parte, un caratello appena aperto. Un altro caratello, bello bello.

         Ci avvicinammo, Tonino ed io, consultandoci, furbescamente, su quel vinsanto, che ci appariva essere una ricchezza, la vendetta su tante privazioni, L’Eldorado inatteso.

         Ci consultammo. Poi io mi decisi ad assaggiare una goccia, versata in una mano, richiudendo il caratello. Poi presi altre gocce, finché ne bevvi un sorso. Tonino mi seguì, finché ne bevemmo con un ramaiolo di metallo.

         Uscimmo, con le armi pronte, e ci avviammo verso il paese per la via di sotto.

         Tutto era deserto. Ma, ad un certo punto, vedemmo qualcosa muoversi all’angolo di casa Fabbri, in piazza della chiesa.

         Ci fermammo sul vano della porta (la casa era bruciata) sul lato destro della via di sotto, e spianammo le pistole.

         Ma vedemmo venir fuori dall’angolo don Pietro, il nostro vecchio don Pietro Viviani, sporco, sudicio come non mai,

con la tonaca strappata e tutta bianca di polvere, con chiazze di polvere imbevute di grasso.

         Aveva la barba di diversi giorni, spinosa bianca, e gli occhi infossati, e la spalla più storta che mail, ed un berretto militare tedesco in testa.

         Gli fuggimmo incontro e lui ci abbracciò, commosso.

         Ci disse che i tedeschi erano stati in paese tutta la notte, ma all’alba erano fuggiti. Così avemmo una spiegazione della cena interrotta. Però una pattuglia di sette od otto era tornata verso le sette.

         Don Pietro, nascosto dietro le rovine annerite di casa Michelini, li aveva visti andare in su, verso le rovine di casa Marini, e poi scomparire sulla via di sopra.

         Ora, quando lo avevamo visto noi, stava spiando per vedere se c’erano ancora.

         Don Pietro piangeva, poi rideva, diceva che era tutto finito, poi farneticava sul ricostruire, poi disse che voleva suonare a festa perché il paese era libero, per far tornare la gente; ma noi, su questo punto, lo sconsigliammo.

         Don Pietro ci aspettò sul sagrato e noi andammo, armi in mano, a vedere il paese, procedendo con cautela fra le rovine e tappandoci il naso per il fetore di un bove abbattuto, della carogna di un cane e così via.

         Poi, sulle nove, decidemmo di andare ancora avanti, in questa specie di terra di nessuno sulla quale circolavano pattuglie di tutte e due le parti.

         Ci muovemmo, più che altro, perché avevamo fame, una gran fame, di pane, di formaggio, di una colazione toscana che fosse anche il pranzo di molti giorni.

         Don Pietro ci aveva avvertito che la via dal paese al Borro, era tutta minata, ma che anche sui campi c’erano mine anti-uomo, di legno, fatte a scatoletta.

         Prendemmo la viottola che da casa Michelini va fino alla Casella, per campi, e poi fino al cimitero del Borro. Il sole batteva sempre più forte, era sempre più bianco.

         Ricordo che notammo gente in movimento sul colle del Paretaio, che andava verso Corsacci. Forse erano i tedeschi che avevano visto il nostro passaggio del ponte.

         Anche la Casella era deserta, abbandonata e così arrivammo al ponte del Borro, che era crollato, sprofondato giù sul greto d’Agna.

         Finalmente sentimmo voci umane, in quel silenzio rotto solo dalle prime cicale. Girammo attorno al molino del Borro, stando alti sul costone, e vedemmo un oasi di pace, gente che parlava, che rideva, che faceva colazione, una piccola folla variopinta, con colori veri; forti, che contrastava su quel verde diverso dal monotono giallastro del piano arso.

         Ci facemmo sentire e calammo.

         Il Mugnaio ci abbracciò. Ci abbracciarono tutti. Cecchino era ferito ad una gamba, da una scheggia di cannone tedesco. I tedeschi, la sera prima, erano passati, e avevano piazzato il cannone in mezzo all’aia, ed avevano sparato un colpo.

         Ma, nel buio, non avevano visto una pianta vicina, sulla quale il  proiettile era esploso, ferendo un ufficiale, una decina di soldati e Cecchino.

         Poi erano stati uditi rumori vicini di carri armati ed i tedeschi erano ripartiti, trainando il cannone con dei cavalli.

         Disse Cecchino che erano soldati stanchi, finiti, stracciati, con i nervi a pezzi, terrorizzati dalla paura dei carri armati e dei partigiani.

         Quando si erano fermati, si erano messi, distesi, in quadrato, come si quattro fronti.

         Cecchino ci fece sedere in cucina, e ci fece preparare il più gran pranzo della nostra vita, consumato alle ore dieci circa del 20 di luglio del 1944.

         Ricordo come fosse ora: un tegame di terracotta rossa invetriata, tondo, a bordo basso, con 8 uova fritte fra pezzi di prosciutto e rigatino, con sopra sale, pepe e pomodori a fette; ed un grande pane, un pane enorme, che divorammo in pochi minuti; ed un fiascone di vino rosso, buono, fresco di cantina.

         Però ci fermammo poco, nonostante fossimo trattenuti da una ventina di persone che volevano sapere dei loro parenti fuggiti in montagna, degli incendi, del rastrellamento, dei morti, dei vivi.

         Ci dissero che gli inglesi erano molto mobile ed erano armati in modo spaventoso.

         Avanzavano da Laterina fino a Vitereta, all’alba, con almeno venti carri armati, poi ancora fino alla tabaccaia del Borro, dove si arroccavano; ma a sera, si ritiravano e ricominciava il giro dei tedeschi.

         A noi sembrò ridicolo questo fatto,perché, fatti bene due conti, sapevamo che su tutto l’arco di Monte Lori, da Paterna al Pian di Chioni, i tedeschi erano non più di un centinaio, forse con un cannone ippotrainato, e senza l’ombra di un carro armato.

         Puntammo sulla Casa al Sorbo, dallo Zati e da Becone, dove sapemmo ancora, dal Lungo e dalle ragazze, che gli inglesi, quella mattina, non s’erano ancora visti.  Ma loro, ormai, vivevano tranquilli e la notte si barricavano in casa.

         Discutevano sull’aia, quando si sentì il rombo potente dei carri armati inglesi. Alla curva della strada che viene da Vitereta si vedeva un polverone altissimo.

         Ricordo che scattai, di corsa, seguito da Tonino.

         Avevo un bel nodo alla gola, correvo e piangevo, singhiozzavo, commosso di vivere quel momento atteso da dieci mesi.

         Proprio al bivio che porta alla tabaccaia (c’è una vecchia croce accanto) il carro di testa si fermò, chiuse il portello, e puntò una mitraglia.

         Rimasi interdetto. Anche Tonino si fermò.

         Alzammo le mani e ci avvicinammo, mentre il portello si riapriva e spuntava un ufficiale in basco nero, un giovane sudafricano di razza bianca, che venne fuori e subì il nostro abbraccio commosso.

         Ci qualificammo, Tonino come ufficiale d’artiglieria ed io come volontario. Arrivò un altro carro, un maggiore che ci domandò se potevamo dare notizie sui tedeschi e sulle loro forze, nonché sulla presenza di ex P.O.W. (prigionieri alleati) nel territorio oltre le linee.

         Eravamo sbalorditi di quello schieramento di forze, ma lo fummo ancor più quando vedemmo arrivare una jeep, quella macchina strana a noi ignota, carica di radio, che ci prelevò e ci portò lungo tutta la fila dei carri armati e delle cingolate, fino a Vitereta, dove un enorme trattore con una pala d’acciaio stava, sul fosso, creando un ponte di fortuna spostando masse di terra.

         C’erano otto cannoni, quasi affiancati su un campo.

         La prima proposta di Tonino fu quella di guidare quello schieramento di carri, in meno di due ore, sul Pratomagno, oppure a chiudere ai tedeschi la via di Talla, per  la quale, ancora, dalla via dei sette ponti, transitava qualche camion tedesco e qualche reparto che comunque rappresentava una minaccia.

         A noi importava insistere, perché c’era la probabilità di salvare una bella fila di ponti dalle mine già innestate, e perché una delle azioni voleva dire la fine dell’incubo su tutta la valle, per tutti.

         Il maggiore inglese, un simpatico gentiluomo in calzoni corti larghissimi, baffi rossi e pipa fumante, ci ascoltò con interesse, poi disse di no.

         Io incalzai, aiutato da un interprete, che l’azione si poteva preparare nella notte, con un raduno delle bande che potevo racimolare, sui boschi della via di Talla e con colpi di mano fino al fosso del Mallogo e forse per tutti i ponti fino al passo della Crocina.

         Nuovo diniego; e poi cominciò l’interrogatorio: posizione dei tedeschi, loro forze, franchi tiratori fascisti, presenza di bande, loro localizzazione, notizie sui prigionieri sparsi sui monti.

         Questa prima delusione fu amara. Fra l’altro ci accorgemmo che le notizie sui tedeschi erano ritrasmesse per radio come non attendibili, perché parlavano di forze minime.

         Infine arrivò un ufficiale americano che ci domandò, poiché eravamo di Arezzo, chi volevamo indicare come candidato a Sindaco di Arezzo. Era una specie di “voto per campione”, ci disse.

         A me fece colpo quella qualifica di Sindaco, che ai giovani come me, vissuti in clima “Imperiale”, evocava una Italietta tanto vilipesa.

         Tonino votò “Avvocato Gatteschi”. Poi toccò a me. Mi domandò l’età, poi mi fece parlare, ed io indicai “Prof. Curina”, come capo della Resistenza di Arezzo.

         Poi ci accompagnarono a Laterina, dove, sul mezzogiorno, pranzammo con loro, in modo alquanto scialbo ma curioso, per noi, con larghe fette di pane candido, molle, insipido, ed una varietà enorme di cibi.

         Eravamo preoccupati, specie dopo la delusione subìta. E non riuscimmo a riportare il discorso sui civili sparsi lungo tutta la valle dell’Agna. Comprendemmo che chiedere il fermo alle batterie era inutile e che era già molto aver disorientato – con notizie vere, poi! – i loro comandi, evitando un altro bombardamento in Sarna o lungo la via di Sercognano, che poteva esser piena di profughi che tornavano a valle.

         Dopo pranzo ci decidemmo: la mamma, l’Ornella, la Lina;  Giovannino, la Giovanna, tutti i nostri che erano alla Motta.

         Chiesi delle scatolette al maggiore, ma lui, saggiamente, mi vietò di portare oltre le linee tedesche.

         A patto che mi occupassi di prigionieri evasi, mi fece portare fino alle linee del Borro da una jeep.

         Il Lungo mi dette un pollo pelato, un cartoccino di sale, un bel pane ed una carta di prosciutto, roba anonima, insomma; mo non seppi resistere alla tentazione e mi procurai un pacchetto di sigarette inglesi – erano Senior Service – da portare su.

         Una cingolata inglese mi portò fino ai “Leoni”, e cioè fino al limite della zona minata.

         Poi andai da solo, per i campi.

         Al tramonto ero, stanco morto ma entusiasta, alla Motta, dove tutti avevano passato un’altra giornata da incubo, avendo sentito spari vicini.

         Fui circondato da quella folla di parenti e amici profughi, d fuggitivi sperduti.

         Consegnai alla mamma la roba, accesi e detti sigarette, le notizie del piano, nascondendo la verità sulla lentezza della avanzata, ma proponendo con urgenza una veloce fuga verso le linee inglesi.

         Ormai, però, era notte e nessuno volle muoversi.

         Così, abbracciati i miei, tornai via, stanco più che mai, ma tenacemente decisoa tornare giù con qualche evaso inglese o americano, che mia sarebbe valso la fiducia del maggiore.

         E ne trovai due, con un po’ di fortuna, entusiasti dell’idea e del mia aiuto insperato.

         Li portai per la via dell’Agna e poi per il Berignolo e poi ancora giù per la Casella, con molta fortuna.

         Ma tutti e tre, quando fummo al cimitero del Borro, avemmo l’impressione – se non la certezza - di sentirci a non più di trenta metri, sulla strada, vicini ad un gruppetto tedesco, cosa che ci ritardò il viaggio di un’oretta.

         Arrivammo sulle linee inglesi, a Vitereta, a notte fonda, e dormimmo in una tenda posta in una piccola trincea.

         Tonino era rimasto a Laterina.

LIBERTA’: giorno due

         Verso l’alba fui chiamato da un ufficiale, che mi disse che ro cercato dal Maggiore, quello dei carri armati, che aveva fatto domandare se ero rientrato a molti posti lungo il fronte.

         Così, di prima ora, fui ricondotto a Laterina, con i due prigionieri. Il maggiore mi elogiò a lungo, poi mi domandò di riprendere le ricerche di altri. Mi raccomandò anche di favorire contatti sul passaggio delle linee da parte delle bande.

         Arrivò Tonino, che era un po’ eccitato, e parlò col Maggiore, e parlò col Maggore. Capii che era un discorso ripreso, forse della sera prima.

         Il Maggiore insisteva che in Sarna o verso Casamona c’era una batteria di cannoni tedeschi trainati da cavalli.

         Tonino lo escludeva, senza però essere creduto. Insomma, il bombardamento sarebbe riperso in mattinata.

         Tonino, allora, con una mossa abile che in un primo momento non compresi, propose che io andassi, durante la mia seconda missione oltre le linee, fino in Sarna, a vedere.

         Il Maggiore telefonò, poi, la radio parlò con qualcuno; ed io ebbi l’incarico.

         Nel frattempo Tonino mi ordinò di trovare per forza la batteria, collocandola in una zona sicuramente deserta.

         Mi dettero una camicia civile, un paio di calzoni corti, e poi diversamente, partii con u autocarro carico di gente che andava a prelevare una bestia ferita, da macellare per approvvigionare Laterina.

         Non ricordo se a Vitereta o poco più su, scesi dal pedalino destro al quale ero attaccato, perché il camion deviava a destra, in una stradetta di campagna.

         Mi avviai, a piedi, verso le linee.

         Avevo fatto qualche centinaio di metri che sentii un boato alle spalle e vidi una colonna di fumo. A sera seppi che il camion era saltato su una mina e che il giovane meridionale, un ex soldato, che stava sul predellino sinistro, era morto sul colpo.

         Dallo Zati presi altra roba da mangiare per i miei e mi avviai alla Motta, dove giunsi presto. Li i nervi erano molto tesi, per l’apparente – e purtroppo reale – staticità della situazione, che poteva, però precipitare di attimo in attimo.

         Poi era arrivata la notizia di altre uccisioni tedesche, poi c’erano partigiani sbandati affamati, e anche c’era il pericolo dell’artiglieria.

         Mi trattenni poco, e raggiunsi la banda – poco più di quindici armati – sotto l’Anciolina. Con Raul non potei parlare, perché era a cercare altri, ma con il capitano Torini – Mannozzi mi accordai per la calata sulla via di Campogialli per il giorno dopo.

         Di lì, scelsi il luogo della “batteria” famosa, una sassaia sconnessa oltre la Sarna, affatto deserta ed inospitale, poi tornai a valle, facendo i passi di Vinca a mezza costa, per trovar gente.

         Un partigiano isolato che scendeva mi indicò un fosso dove erano nascosti due americani evasi ed io li andai a trovare.

         Quei due disgraziati, dei quali conservo il foglietto coi nomi, erano impazziti per il terrore. Erano inebetiti e rappresentavano una sottospecie di quella che oggi conosciamo come la specie dell’americano fatto a macchina.

         Erano in un borrazzolo asciutto, poco sopra Sercognano, e stavano coperti di poche frasche. belli grassi, ben vestiti in kaki liscio, quasi stirati, ma sporchi ed ispidi, bianchi di terrore.

         Riguardo sempre a quella scena pietosa e riconfermo, ogni volta, quel pallido pensiero che abbozzai in quel giorno di luglio del quarantaquattro: io ero l’Italia vinta, derisa, pioveva, affamata, che viveva ancora, che aveva fiducia e loro erano un America forte, corazzata, nutrita, ben vestita, vittoriosa, osannata, che era affranta dal primo ostacolo.

         Io era l’Italia disperata che si fidava ormai di tutti e di tutto pur di riaversi, pur di riprendersi, e loro erano l’America trionfante, che non riusciva a capire come un governo ribelle italiano pretendesse di aiutarla.

         Se avessero rifiutato di seguirmi, quei due relitti umani, li avrei apprezzati; Invece mi dissero d tornare la sera, perché si sarebbero consigliati sul da fare.

         Li disprezzai, forte del pensiero d tanti amici P.O.W. con i quali avevamo diviso tanti rischi. E non tornai da loro.

         Avvertii solo, al rientro, della loro presenza al F.S.S.

         E non so che fine abbiano fatto.

         Il rientro avvenne per la solita via, dopo il tramonto. Successe un fatto che ricorderò nelle prossime pagine, quello della casa di melo, a Sercognano.

         Qui segno solo che al ponte di Borralone, che era saltato in aria, mi successe un altro fatto.

         Ero sceso a quella bella fonte limpida incassata sul greppo – che è uno dei più bei ricordi della mia infanzia.

         Ero sdraiato a terra, a bocconi, e bevevo, con le labbra a pelo d’acqua, con la testa dentro la buca della fonte, quando sentii, sulla strada, un rumore di pochi soldati, delle voci di tedeschi ed uno sparo.

         Erano sopra di me non più, calcolo , di due o tre metri.

         Pian piano tolsi la testa dalla buca e guardai. sentii un altro colpo, sparato da sopra me, verso la casa di  Borralone, e vidi la fiammata.

         Rimasi immobile. Pochi istanti dopo se ne andarono. Non capii a chi sparassero, ma compresi che la caccia all’uomo continuava, senza soluzione.

         Ed io ero senza armi.

        

IL FATTO DELLA CASA DI MELO

 

         Il fatto della casa di Melo, a Sercognano, non ha importanza, se non come ricordo personale.

         Eppure è uno dei ricordi più drammatici di quelli che ritengo.

         S’era al tramonto, ed uno di quei tramonti fatati della mia gioventù.

         M’ero attardato nel poggio di Vinca ad osservare e, più che altri, per rientrare tardi, sia a causa dei tedeschi, sia con lo scopo di corroborare la narrazione di una scorreria a Sarna.

         Entrai a Sercognano alle prime ombre e notai che era deserta. però chiamai, alla casa della moglie di un capitano della marina mercantile, un ex fascista, ad una casa alta quanto un uomo, e mi rispose la moglie, gentile come al solito.

         Disse che non c’era niente di nuovo

         Disse che non c’era niente di nuovo, ma mi indicò la casa di un certo Melo che, mi disse, era un capo comunista molto importante che sapeva molte cose.

         Io, Melo, lo conoscevo già e non sapevo di lui altro che era un omone robusto, abbronzato, uso a girare i boschi a petto nudo. Comunque andai da lui, forse per sapere quello che sapeva, forse per i prigionieri, forse per saperne di più su di lui, forse per attardarmi ancora.

         La casa – che io non so in realtà come si chiami – è quella di Sercoganno che è più avanti di tutte, sullo sperone pietroso, staccata dal paesetto, dritta come un dito puntato sull’Agna.

         Mi avvicinai e vidi un uomo sul vano di una finestra, nel mezzo buoi.

         Si fece conoscere. Era Giovanni del Ponte, di san Giustino, il barocciaio biondastro che conoscevo fin da bambino; mi attardai a parlare con lui, lui alla finestra ed io proprio sotto.

         Mi invitò a cenare con lui e , perciò, a salire per la porta che era alla mia destra.

         Accettai.

         Entrai sul vano della porta, tanto da vedere Giovanni che, a sommo della scala, stava ritirandosi dal vano della finestra.

         In quell’istante udii un urlo, uno schianto, un rumore violento di vetri e sassi, un rovinio, e fui avvolto da una densa fumata e da polvere.

         Reagì e mi lanciai fuori, buttandomi a sinistra della casa, dietro un terrapieno.

         Attesi un po’; poi, non sentendo altro, ritornai alla casa.

         Giovanni gemeva, seduto sulla scala, con sangue sulla faccia, e con un occhio ferito. Lo sostenni, poi arrivò gente.

         Era quel Giovanni che dopo la guerra morì, per un incidente, mentre dormiva sopra il baroccio, per strada.

         Volli tornare a vedere il posto dove ero: la buca della granata era a non più di quaranta centimetri dal punto sul quale, pochi secondi prima che scoppiasse, io avevo i piedi.

         La buca e le schegge c’erano anche l’anno dopo la guerra.

         Il giorno dopo seppi che mi aveva sparato uno dei cannoni di Vitereta che, mi disse un ufficiale, avevano seguito un tedesco……… che si aggirava per Sercognano, osservato a lungo e con curiosità da più parti!

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