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Ci sono due versioni. Anzi: tre.

di Enzo Droandi

La prima, la più diffusa, che viene dai vecchi del posto ora sparsi per la valle (il robusto villaggio ha ora quattro abitanti e non ha panni stesi alle finestre) recita che fu preso giù, in basso, al cimitero nuovo, dove era come sentinella solitaria a guardare la mulattiera dell'alpe.

Dice che lo presero mentre dormicchiava, lui unico e solo guardiano di quel sentiero, lui, «giovanottone di diciotto anni», dice una testimonianza scritta, lui, intento a «fare la guardia nei pressi del campo­ santo, allegro e pieno di vita». Lo bordarono di santa ragione con i calci dei fucili e lo ridussero un ecce homo; poi lo spinsero su, fino al villaggio, sempre bastonandolo e deridendolo, tanto i soldatacci quanto quei brutti ceffi nostrani vestiti da soldatacci ed anche da donne, tutti assatanati e largamente quanto oscenamente blasfemi.

Lo finirono come fosse stato un cagnaccio tignoso, a bastonate, vicino ad un castagno, mentre il villaggio ardeva; fu alle prime luci di quell'alba tesa e fragile.

La seconda versione muta la prima solo per quanto concerne l'incipit.

Non dormicchiava: era sveglio, eccome, con il fucile in mano ed il colpo in canna, a «fare la guardia nei pressi del camposanto, ... allegro e pieno di vita». Era ancora notte.

Sentì qualche rumore, qualche scalpiccio sulla mulattiera ed ordinò un marcato e convinto altolà; lo scalpiccio cessò e si sentì una voce che sembrava donnesca. Vennero avanti tre o quattro versipelle aggeggiati a donne anche gravide oppure vecchie, in panni neri e pezzuole in capo, postulanti, come a chiedere aiuto e protezione.

Ci cascò.

Forse non fece neppure in tempo a sentire il breve pesticcio dei soldati che lo presero alle spalle, ma certamente capì subito che quelli agghindati come donne erano abominevoli vigliacchi con la coda. Fu qui che i bestemmioni cominciarono l'«orditura rabbiosa che si prolungò anche oltre la morte, quando da offendere col randello c'erano rimaste carni martoriate ed ossa infrante e capelli strappati».

Ma ce n'è un'altra di versione, la terza, quella che lo vede preso dai crucchi e dai loro assoldati in mezzo ad un bosco, a tre ore di cammino dal luogo nel quale fu sacrificato sull'altare della violenza. Dice qualcuno che quegli avvinazzati travestiti ed ingiurianti e bastardi lo riunirono ad altri otto prigionieri, al marò che si chiamava Carnicci, ai due ribelli di Laterina, al sergente marinaro Camillo, al soldato di Trapani, al valdarnese, al glorioso maggiore greco malato e sofferente, all'ottavo rimasto ignoto; lo bastonarono a più non posso con gli altri e, poi, mentre mangiando salsiccia e ridendo ne impiccavano quattro alla trave esterna di una capanna e ne finivano altri quattro in una terribile sarabanda fatta a suon di scudisciate e fucilate (sarabanda che durò oltre un'ora, prima in una cantina e poi all'aperto), lo caricarono come un somaro con i loro zaini e con le munizioni. Forse lo scelsero perché era il più giovane, il più robusto.

Chi porta questa terza versione dice che il martire sanguinante e sofferente era terribilmente bello; dice che era splendido quel ragazzone diciottenne alto e robusto, e chiaro di volto e di occhi, che sembrava portare la croce della sofferenza in quel calvario fatto di tre ore di cammino, di tre ore di frustate e di percosse, di tre ore di bocca arsita, di tre ore di cocenti dileggi. Gli imposero anche sulla testa martoriata e sanguinolenta un elmettone d'acciaio al quale avevano tolto la fodera ma non i puntali di aggancio.

In quella fredda notte di mezzo luglio gli usignoli non cantarono, anche se le viti vinacee volpeggiavano con i loro tralcetti avvincenti. Perché, anche quando si lotta a viso aperto per la vita c'è sempre il vigliacco che tende a vivacchiare, salvo poi affermare che codardo era chi lottava per tutti e per assicurare agli usignoli il diritto di cantare. Dice che intorno alla testa insanguinata, toltogli l'elmettaccio, gli imposero un filo rosso da telefono che, riunito sulla nuca a se stesso e ad uno zipolo, permetteva di torturargli e di serrargli penosamente il cranio in una morsa insopportabile e continua, destinata solo a farsi sempre più stretta e massacrante.

Certo è che quel filo rosso da telefono non assomigliava ad una corona d'alloro; ma lo era.

Questa è la terza versione, la più attendibile, la più vera della terribile vicenda del giovane martirizzato sulla mulattiera che è fra la Trappola e la Rocca Ricciarda e quasi maciullato da carnefici immondi travestiti da soldatacci, anche se, forse, quella veramente vera è la seconda; se non la prima.

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