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AREZZO 1943: TRE BOMBARDAMENTI AEREI LETTI SUI DOCUMENTI

di Enzo Droandi

ATTI E MEMORIE DELLA ACCADEMIA PETRARCA DI LETTERE, ARTI E SCIENZE NUOVA SERIE - VOL. LV ANNO 1993 - ESTRATTO DI LETTERE ART! E SCIENZE 

AREZZO MCMXCIV

 

Comunicazione del Socio Enzo Droandi del 17 novembre 1993

 

Il 12 novembre 1943, venerdì, alle ore 19 circa, il rumore di uno o due aerei non destò preoccupazione perché in assenza di allarme, e ciò anche perché si sapeva che la «Luftwaffe» volava di notte per rifornire il fronte sud di uomini qualificati e di materiali ed armi di alto valore. Del resto lo stesso campo di aviazione di Arezzo era usato dai tedeschi per scali tecnici o per atterraggi di fortuna. Già prima dell'armistizio di settembre, per esempio, un enorme esamotore «ME - 323 - Giganti assolutamente inadatto all'impianto atterrò, il 5 aprile 1943, e poté ripartire dopo circa un mese, dopo riparazioni e dopo la costruzione di marchingegni di trattenuta, previo abbattimento di vitigni ed alberi sul piano e con laboriose manovre (1).

Alle 19,10 un boato, uno «schianto» scrisse il cronista de «La Nazione», richiamò alla realtà (2).

Quello di «Giovinezza», organo del neonato Partito Fascista Repubblicano, così descrisse quei momenti: «rintronò cupo un boato. Poi un altro. Uno schianto in ogni casa. Il terrore. [ ... ]. Dopo il secondo boato un terzo, poi un quarto. E nello spazio echeggiò, finalmente, l'ululato triste della sirena ad avvertire il pericolo, il quale era già in atto [ ... ]. Venti minuti, mezzora è durata l'infernale incertezza. Poi nel silenzio si è atteso il segnale liberatore. E questo venne un'ora e venti minuti dopo l'inizio del bombardamento» (3),

Sembra la cronaca dei bombardamenti di Padova o di Venezia nella guerra del 1915/1918, quando uno o due aerei con bombe di confezione artigianale gettavano il terrore.

Il quotidiano «La Nazione», in verità, minimizzò l'evento, con un titolino su di una sola colonna, in «cronaca». Sottolineate l'assenza di obiettivi militari e la limitatezza di quelli ferroviari ed il fatto che «ad Arezzo si era scettici in fatto di incursioni», l'articolista si dette ad elencare non le vittime od i danni, ma le personalità giunte sui luoghi colpiti, a cose fatte: il Capo della Provincia, il Comandante Militare Tedesco, il Comandante della inesistente e burocratica «protezione antiaerea», e così via.

Sembra di poter dire che la prima bomba caduta sia stata quella che semidistrusse la cosiddetta «Distilleria», che occupava la vasta area in fondo a via Isonzo, angolo con via Trasimeno, costeggiante la ferrovia.

Le bombe furono poche, ma tutte, per la verità, sganciate con impressionante precisione.

La spiegazione della precisione dei tiri è da riferirsi, indubbia­ mente, ad un fatto che fra i documenti solo «Giovinezza» testimonia: «Si sentiva un aeroplano girare con lo spazio che si faceva sempre più chiaro per il brillare di una lucentissima luna piena in un cielo terso». La luna rendeva chiaro ogni obiettivo, se di obiettivi si può parlare.

Sempre particolarmente attento tanto al senso dei grandi eventi quanto alla micro-cronaca, Virginio Semino, che 'dirigeva «Giovinezza», fece dedicare molte righe all'elenco degli edifici colpiti. E fece elencare i dodici feriti, tutti non gravi (4).

Quella sera ci furono anche bombe che non esplosero; furono fatte saltare il giorno dopo. Le cronache ne parlarono solo per riferire che due persone rimasero ferite durante l'operazione di brillamento (5).

«Giovinezza», pur iniziando con frasi apocalittiche sulla «bestiale ferocia del nemico» e sull' «ululato triste della sirena», scende su di un terreno ben più rilevante: «perché la sirena di allarme ha dato il segnale di pericolo solo dopo che la quarta bomba era già caduta?».

Si poterono contare le bombe mentre cadevano, il che significa che si era di fronte ad una micro-azione, ben lontana dal far immaginare i successivi bombardamenti aerei.

Uno degli aspetti documentali di questo primo bombardamen­to si presenta come anomalo: nessun atto o rapporto della «M.A.A.F.», o della «M.A.S.A.F.» o della «M.A.T.A.F.» o della «D.A.F.» (6) parla di questo (piccolo) attacco ad Arezzo.

Il rapporto del 12 novembre 1943 della «M.A.S.A.F.», che concerne le operazioni compiute dalle 24 dell' 11 novembre alle 24 del 12, non porta alcuna notizia di un «raid» su Arezzo. Il «Si­trep» ignora questa azione. Sembrerà strano, ma è così.

Però alla ,voce n. 2 del «Sitrep» è leggibile una frase che descri­ve «2. Nichelling operations» specificando che un «Wellington» della R.A.F. «dropped 200,000 italian nickels [ ... ] on Genoa». Inoltre un altro «Wellington» «dropped 300.000 german nickels over the battle area between 19,20 e 21,04» (7).

Per «nickels» non si intende, come sembrerebbe logico, «lan­cio di spezzoni», ma la diffusione di volantini propagandistici nelle due lingue, italiano e tedesco. Perciò: un aereo lanciò volantini in lingua italiana su Genova ed un altro foglietti in tedesco in una località imprecisata dell'Italia occupata (8).

Al riguardo ogni dubbio cade quando si constata che, al di là di quanto dicono i documenti inglesi, ad Arezzo, quella sera, caddero tanto piccole bombe quanto volantini in tedesco. Ce lo atte­sta una annotazione contenuta nel «Diario di guerra» di Almo Fanciullini, il quale, quindicenne, annotava fatti ed impressioni di quei giorni terribili. Un preciso appunto afferma: «Durante l'azione venivano lanciati bigliettini scritti in tedesco» (9).

Accertati così i fatti di quel 12 novembre, restano da dire diverse cose; anzitutto che le poche piccole bombe colpirono, oltre alla vecchia «Distilleria», un po' il «Fabbricane», il modestissimo stadio o «Campo di Marte», e diverse case di abitazione in via Isonzo e dintorni.

Un cratere non troppo profondo, ma lesivo, segnava il centro di quello che era il «passaggio a livello» di via Trasimeno. I binari erano rotti e contorti.

Un ricordo a parte deve concernere via Isonzo, Trasimeno e Piave sbarrate da Milizia e Carabinieri per le bombe inesplose; si diceva che se ne era accorto un tale che, nell'orto di casa sua, in via Trasimeno, al mattino, aveva notato un cerchio di terra mossa, e, poi, un altro. Una gravissima scoperta fatta per caso, insomma.

Non si possono sottacere certi altri aspetti locali della vicenda del 12 novembre. Racconta Antonio Curina nel suo libro un po' affastellato, ma degno della migliore attenzione come «fonte» storica di primaria importanza per la storia di Arezzo nella guerra di liberazione, che la confusione seguita al bombardamento fu notevole (10).

Il Comitato di Concentrazione Antifascista, dice il Curina, fece diffondere la notizia che il «raid» era stato compiuto per rappresa­ glia per l'uccisione di Pio Borri, avvenuta nella notte fra il 10 e 1'11 novembre. Questa argomentazione, in realtà, si diffuse, ed era fondata sul presupposto (non vero e mai realizzato) di un collegamento fra «ribelli» aretini e comandi alleati, attraverso radio rice-trasmittenti, collegamento che Curina faceva vantare.

Un altro fatto di pubblica diceria è quello per il quale si «italianizzo» il bombardamento del 12 novembre 1943.

L'alta precisione dei lanci sembrava far trasparire nel pilota-puntatore una nozione personale dei luoghi.

Si sussurrava, in sostanza, che la «Regia Aeronautica» aveva colpito (e con precisione) la Stazione Ferroviaria di Arezzo (II). Taluno sussurrava perfino il cognome di un distinto ufficiale di una nota famiglia aretina il quale, prigioniero di guerra in Siria, sarebbe subito ritornato nel Regno del sud per combattere ancora; come se all'atto dell'armistizio i prigionieri di guerra italiani fossero stati accolti con entusiasmi nei reparti «alleati».

La popolazione rimase ferma, salvo molte famiglie dell'area della Stazione Ferroviaria e della zona di Saione, allora abitata solo nelle direttrici di via Vittorio Veneto e di via Trasimeno. Queste, più che migrare verso le campagne, affluirono verso la città alta.

Ancora non si sapeva cosa era un bombardamento ed, anzi, quello del 12 novembre confuse ed annebbiò le idee.

Prima che il sanguinoso disastro del 2 dicembre 1943, ore 11,22, avvenisse, ci fu un solenne involontario avvertimento che rimase volontariamente inascoltato. Sabato 27 novembre alle 12,30 suonò ad Arezzo l'allarme aereo e circa un centinaio di quadrimotori comparvero in più formazioni sulla linea che da Lignano porta a nord (12).

Per la prima volta la gente vide allo zenith di piazza Guido Monaco uno schieramento tanto allarmante; eppure si rimase tutti fermi, a guardare. «Si rimase», perché anche chi scrive queste no­ te era lì, in Piazzola, in Piazza San Michele che si chiama Piazzola da sette secoli, a guardare, con il capo in su.

Era uno di quei sabati enormi non ripeti bili di Arezzo agricola, con il mercato al minuto in Piazza Grande che in tempo di guerra era più importante di sempre, con il Corso e Sant'Agostino pieni di ambulanti e con il quasi inesistente traffico automobilistico bloccato da cinquantine di paia di bovi, vacche e vitelli transitanti nella parte a valle della città, da e per il «Foro Boario».

La gente rimase sbalordita, ma non si mosse.

Se avessero sganciato bombe quel sabato, ci sarebbe stata una strage inaudita. Forse, ma non si può dir certo, ci sarebbero state migliaia di morti, più di campagna che di città.

Poi arrivò il 2 dicembre.

Il tutto durò una manciata di secondi, dalle 11,25 alle 11,26. La flotta avrebbe dovuto essere di 101 aeroplani, ma 3 bombardieri ed un caccia rientrarono subito per guasti (13).

Erano 67 aerei «B-26 Marauder», che in italiano significa «predone», ed erano seguiti e scortati da 30 caccia bimotori «B-39».

Per radunare questa imponente flotta furono mobilitati il 3190 ed il 3200 Gruppi Bombardieri U.S.A.A.F., e per i caccia il 1° Gruppo cacciatori.

La giornata era fredda, ma splendida di sole.

L'allarme suonò; alla terza ripresa della sirena gli aeroplani comparsi da dietro il massiccio di Lignano stavano sganciando.

I bombardieri portavano 97 tons di ordigni da 500 libbre e vo­ lavano fra 10.000 ed 11.000 piedi. Cioè: da circa 3.200 metri fu­rono lanciate 388 bombe che pesavano poco meno di 227 chili ciascuna. Novantasette tons corrispondono a 87.996 chili e 46 grammi, per la precisione.

I documenti parlano di ben 388 bombe che vennero giù, dirette ad un unico obiettivo: «Arezzo Marshalling Yards», gli Scali Merci di Arezzo.

Non c'erano altri obiettivi, se non gli Scali Merci. Ma oltre alla ferrovia ed agli scali furono colpiti i capannoni del «Fabbrico ne», stabilimento che, pur producendo per le ferrovie, era stato dagli «alleati» escluso dalla rosa dei «targets» in quanto di scarso inte­resse. Bombe, a grappoli, caddero anche in via Garibaldi (lato di San Clemente) all'interno delle Caserme dell'Esercito e del Distretto militare, vicino a quella della Milizia fascista, passate tutte alla «Guardia Nazionale Repubblicana», sul «Carcere di San Benedetto» e «Pia Casa», su fabbricati civili in via XX Settembre ed in via delle Paniere, nonché fuori delle mura, in via Dovizi.

Un documento ritrovato fra quelli del Comando strategico «M.A.S.A.F.» ora conservato alla Aerobase Maxwell, in Alabama, dice che l'osservazione ad occhio nudo enunciò subito una eccellente copertura distruttiva degli Scali Merci, «but not hits on the bridge», «ma nessun colpo sul ponte».

Quale ponte? In un microfilm si può consultare un curioso “Bomb fall plot” del «320 Bomb Group», una foto aerea rettificata in inchiostro bianco con le indicazioni delle bombe cadute, che chiarisce che il ponte era il complesso dei ponti ferroviari della Chiana (14).

Il 2 dicembre 1943 oltre che «Arezzo - M. Y» fu dunque bombardato quel ponte ferroviario che è prossimo alla «Chiusa dei Monaci», sul Canale della Chiana; ma le bombe caddero lontano dall'obiettivo, 500/600 metri a sud-ovest, vicino al paese di Chiani. Altre bombe andarono più a nord. Sempre nel microfilm, nella foto a destra, poi, c'è un'altra indicazione costituita da una freccia con la sigla «M. Y» diretta proprio su quello che era ed è il «sotto-passaggio» per Pescaiola, un micro-obiettivo che sarà più volte cercato, essendo stato giustamente individuato come «target» di rilievo.

Anche il 320° gruppo bombardieri fallì sostanzialmente l'obiettivo «ferrovia» e colpì il «Fabbrico ne» e zone interne ed esterne alla città, area Anfiteatro, via Garibaldi, Caserme, Carceri, etc.; invece il 3190 fu più preciso per gli «Scali Merci», ma diffuse troppe bombe nell'ansa fra ferrovia e via Vittorio Veneto (15).

Inoltre, lanciò almeno, «at least», 20 bombe 3.000 yarde ad ovest.

Il bombardamento, comunque, interruppe le comunicazioni fra nord e sud e disturbò molto le ferrovie secondarie costringendole ad uscire dalla «Stazione Ferroviaria» nella quale avevano i capolinea.

Ma l'impatto più pauroso fu sulla gente e sulla città.

Si parlò di 60 morti, e sembrò una fortuna. Ci furono anche moltissimi feriti.

Le più delle vittime si ebbero intorno alla ferrovia ed al «sotto­passaggio», ma ce ne furono anche lungo le mura, fra San Loren­tino e San Clemente.

Un uomo fu travolto dal crollo di un terrapieno al vicolo del Marcianello, dietro la chiesa di San Giuseppino (16).

La città cominciò a svuotarsi nel primo pomeriggio. Lunghe file di carretti, calessi e barocci e qualche camioncino furono usati per trasferire le masserizie; sulle strade che si allontanano dalla città facendola apparire una stella si verificò un primo esodo.

Del bombardamento diurno del 2 dicembre 1943 non si sono finora reperite fotografie scattate dallo zenith durante la caduta degli ordigni o durante gli scoppi; esistono però due immagini ben più significative, prodotte da un punto laterale, anomale rispetto alle regole delle foto di guerra aerea.

Sembra di poter affermare che furono scattate quando la formazione della quale l'aereo-fotografo faceva parte si venne a trovare a 3.000 - 3.500 metri sulla verticale di un punto localizzabile fra i villaggi di Ceciliano e di Puglia.

Si tratta di due immagini che non è azzardato definire storiche, anche perché fermano un drammatico momento, quello nel quale decine e decine di cittadini venivano travolti, uccisi o feriti; si sono individuate non per mero caso, ma in esito ad una puntuale paziente ricerca condotta fra il materiale dello «Air-Space Museum» di Washington, governato dalla famosa «Smithsonian Institution» (17).

Nella prima foto, che offre una panoramica inedita della città e dei dintorni, comprese le colline, e dalla camperie dall'Oriente fino ad Olmo, sono da notare gli scoppi nella zona «fabbricone”. «Zuccherificio» e dintorni, nell'area della «Stazione Ferroviaria», le nuvole delle esplosioni in via Venti Settembre, vicolo del Marcianello e quelle relative all'area fra le porte San Lorentino e San Clemente, dentro e fuori le mura; ma occorre anche aver presente che l'area del cosiddetto «sottopassaggio per Pescaiola», vicino al dismesso «Cimitero degli Ebrei», è totalmente libera da scoppi, tanto che si possono osservare tutti i particolari delle «Marshalling Yards», gli scali merci.

Ma le bombe stavano scendendo.

Ecco che nella allucinante seconda fotografia esplodono ordigni vicinissimi al «sottopassaggio» e sulle «Marshalling Yards», mentre le nuvole degli scoppi precedenti divengono più ampie e meno compatte (18).

In quello stesso giorno, il2 dicembre 1943, Arezzo subì un al­tro attacco aereo, ancor più terribile e terrorizzante del primo, anche se non sanguinoso come quello. Di questo secondo evento gli archivi militari conservano molti documenti.

Gli inglesi, seppur disponendo di basi molto lontane, in Tunisia, e di mezzi non eccessivi, intendevano metter fuori uso «Arezzo - Marshalling Yards» scaricando sul loro unico «target» bombe normali da 500 libbre, più due ordigni da 4.000 libbre, capaci di sbranare impianti e strutture, se ben indirizzati.

Nessuna bomba cadde sul «target», sull'obiettivo.

Fatto è che molti degli aretini che subirono quell'attacco ritennero che quegli aerei cercassero micro-obiettivi di carattere e contenuto politici. Non tutti, ma molti, acquisirono come cosa certa che si trattasse di un bombardamento di alta precisione, pienamente riuscito; ci fu chi pensò perfino che il lungo estenuante carosello di «Wellington» britannici attuato prima dei tiri fosse un umanitario avviso alla gente perché si salvasse, e chi lo ritenne in­ vece un diabolico strumento di guerra psicologica. Delle due posizioni fu testimone Virginio Semino, che propese per la seconda e che sentì un «tormento imposto con raffinata crudeltà» (19).

Moltissimi condivisero l'impressione di Semino, secondo il quale il primo «quarto d'ora ha servito agli aviatori [ ... ] per individuare i prestabiliti bersagli che sono stati, come tutti sanno, colpiti».

Molti credettero che l'obiettivo essenziale fosse il Palazzo della Federazione Fascista, il che non è vero; gli aviatori non sapevano dove era la «Federazione», lassù, vicino alla Torre Campanaria della Pieve, e non importava loro di saperlo. Dovevano colpire «Arezzo - Marshalling Yards» e basta.

Quello che gli aretini credettero essere stato il meglio studiato ed il più preciso dei bombardamenti subiti da Arezzo fu un'impresa che, ben studiata, per tanti inciampi diventò la marcia di brancaleone di 16 ottimi aerei della preparata ed efficiente «R.A.F.».

L'attacco iniziò attorno alle venti.

Gli inglesi lanciarono centinaia di «bengala» al fosforo che, appesi al paracadute, si accendevano in serie; c'erano anche razzi illuminanti di grande dimensione e potenza.

Tutto divenne allucinante, con le cose illuminate da tante parti, con le ombre delle torri e dei campanili che roteavano. Bombe da 500 libbre, 227 chilogrammi circa, caddero sul cinema Politeama poco prima pieno di gente, alla «Federazione», alla «Casa del Petrarca» e sul «Prato» affollato di fuggiaschi.

Ad un certo punto le persone si ritrovarono prive di ombra.

Fu una cosa terribile, in mezzo agli scoppi ed al fumo ed alla polvere.

Quel fallito bombardamento serale aveva, ovviamente, le stesse motivazioni strategiche di quello del mattino.

Era per gli «Alleati», in quei giorni, estremamente necessario fermare l'afflusso di uomini e di mezzi tedeschi al fronte. Si trattava non di masse macroscopiche, ma di plotoni elitari e di armi efficienti. Questo afflusso avveniva per ferrovia. Bisognava bloccare le ferrovie nell'Italia centrale, ed Arezzo appariva come obiettivo primario, e come tale fu qualificato.

Non si era ancora a programmi sistematici e selettivi del tipo «Strangle», ma si era già capito che il traffico stradale tedesco aveva un valore, ma secondario, anzitutto perché il parco autocarri della «Wehrmacht», nonostante il bottino di settembre e le requisizioni indiscriminate, era modesto, e poi perché la rete stradale «nazionale» e «provinciale» italiana godeva di un enorme potenziale di strade di arroccamento comunali, locali e perfino vicinali, che, in caso di distruzioni, permettevano rapide soluzioni di tutti i problemi. Un esempio di questa considerazione si ha in una fotografia dello «Air-Space Museum» di Washington, consultata dall'autore, nella quale è trattata la zona dei «Ponti del Palazzo ne» laddove la strada «nazionale» e la ferrovia Roma-Firenze si sovrapponevano l'una all'altra: la ricognizione elaborò questa foto (ricca di crateri di bombe esplose da sembrare un paesaggio lunare) evidenziando i particolari dei danni inferti al viadotto ed alla sede ferroviaria e trascurando tutti i rilevantissimi colpi subiti da un ponte e dalla strada, che era l'unica asfaltata che univa Roma a Firenze (20).

Questa era la situazione quando il 2 dicembre 1943 al Comando del «330 Wing» della R.A.F. (Wing = ala = stormo), che era ancora attardato all'aeroporto di Oudna, 15 chilometri a sud di Tunisi, giunse un «most secret» ordine «io destroy target discussed», disposizione da eseguire il giorno stesso.

Il «target» era «Arezzo M. Y» e l'ordine valeva per il massimo numero degli aerei disponibili.

Precisava che si dovevano tirare bombe da 500 libbre ed almeno due da 4.000 libbre, con illuminazione a discrezione e con 8.000 volantini in italiano per ogni aereo (21).

Bisognava sbranare i «Marshalling Yards» di Arezzo con due torpedini di oltre 1.800 chili ciascuna, e fare il vuoto intorno con le bombe da 227 chili (22).

Gli squadroni inglesi erano in trasferimento dal nord-Africa agli aerodromi di Cerignola, in Puglia. Perciò al «raid» su Arezzo furono assegnati (per fortuna) solo 16 apparecchi. Il «raid» fu compiuto da aerei «Wellinglon», 8 del «142°» Squadrone ed 8 del «150°» .

Il carico totale fu di 68.500 libbre. Oltre 31.000 chili! Più furono caricati 128.000 volantini in lingua italiana (23).

Non incontrarono né caccia, né contraerea, né tempo cattivo, salvo un po' di nebbia, ma non sopra Arezzo. Eppure non combinarono niente di serio, in senso strategico.

«Una bomba da 4.000 libbre fu vista esplodere a nord-ovest del "target". Un'altra da 4.000 è stata vista esplodere, ma in posizione incerta. La nebbia impedisce ovunque l'osservazione dei risultati», dice un rapporto ufficiale della R.A.F. (24).

Tutte le bombe che avrebbero dovuto cadere su «Arezzo - Marshalling Yards» scoppiarono nella parte alta della città, nella frazione di San Polo, agli Orti Redi, fra il torrente Castro e via Anconetana, «nella macchia del Pisini e una colossale che per fortuna non esplose, a Staggiano» (25).

Sappiamo così che uno dei due ordigni da 1.800 chili destinati a sconvolgere l'area ferroviaria finì a Staggiano senza esplodere.

La nebbia della quale parlano certi rapporti ufficiali non c'era.

Il cielo era limpido e stellato.

La nebbia fu creata dal primo grande «bengala» aperto sulla verticale di Piazza Grande e dalle centinaia che poi si incendiarono.

Molti «bengala» furono accesi troppo in basso, mentre altri, accesi troppo alti, dettero spessore al fumo dei primi.

Non esistono foto di questo tragico evento, ma, anche se fosse­ro state prodotte con i migliori dei mezzi di oggi, non avrebbero potuto trasmettere nel tempo la irreale realtà di quella sera decembrina fatta di cristalli gelidi e di bianca e tagliente luce albare.

«The target was Arezzo - Marshalling Yards», dicono i documenti, «l'obiettivo erano gli scali ferroviari di Arezzo» (26).

«Due aerei incapaci di localizzare l'obiettivo hanno scaricato per sicurezza le bombe in mare; un aereo ha lanciato le bombe, pretende, nella zona di obiettivo, ma non è sicuro» scrive il «leader» dell' «Intelligence».

Al rientro un aereo del «142°» atterrò a Montecorvino per ec­ cesso di consumo di carburante; uno del «150°» atterrò a La Marsa.

Un altro documento inglese ha una frase molto sottile: «Dieci aerei dicono di aver identificato e bombardato l'obiettivo, ma di questi non tutti sono stati in grado di osservare gli scoppi». Questa è la sintesi che emerge dai fogli di verbale degli interrogatori (27).

Furono lanciati 96.000 «ltalian Nickels», volantini in italiano. Negli aerei ne erano stati caricati, come già sappiamo, 128.000 (28).

L'impresa notturna su Arezzo fu liquidata nelle segnalazioni ai comandi superiori con tre righe che, in fondo, dicevano la verità: «5 - Arezzo Marshalling Yards - Notte 2/3 - 10 Wellington del 330 Wing ... (non dice che ne sono partiti 16) ... lanciarono 21 tons fra le 20 e le 20,30 da 4.000 a 5.000 piedi (non parla delle 34 e passa tons spedite). La nebbia impedì un'accurata osservazione dei colpi sul M. Y. nonostante uno squarcio. Non c'è stata Flak» (29). Ma c'è un'altra coppia di documenti che riguarda quella terribile pre-notte. Mentre tutti gli altri vengono dal «P.R.O.» di Londra, questi due sono arrivati a noi dalla Base della «United States Air Force - Maxwell - Alabama».

Uno dei documenti è una foto ben poco intellegibile scattata da poco meno di 8.000 metri il 28 novembre 1943, ore 14 (30). Questa foto fu elaborata con cerchi concentrici con punto centra­ le sul vero obiettivo del bombardamento notturno, come per un tiro al bersaglio sulle «Marshalling Yards». Poi ci furono riportate le bombe cadute.

Nessun segno risulta nei «Marshalling Yards», tre sono entro mezzo miglio e fra questi quello sul cinema Politeama, mentre un colpo è nulla di meno che vicino al Santuario di Santa Maria delle Grazie; effettivamente ordigni caddero nella zona.

Questo documento, purtroppo poco leggibile e mal riproducibile, dimostra non solo che il bersaglio fu mancato, ma anche che i piloti ed i puntatori non si accorsero di aver colpito gli edifici che effettivamente avevano distrutto, quali la «Casa del Petrarca», la «Federazione Fascista» e la cosiddetta «Casa della Zecca».

Nella foto non si vede alcun segno di colpi nella città alta.

Se si legge il secondo documento, lo «Interpretation Report n. 135», del 3 dicembre, si ha che si interpretano come buoni i colpi 1, 2, 3, dei piloti Allum, Holmes e Barnett, come tirati sui «Mar­ shalling Yards»; ma in realtà erano molto lontani da quelle.

I piloti Small, Sussmann e Sedger tirarono bombe oltre mezzo miglio, il Sergente Morfit ed il Luogotenente Fieldhouse ad oltre due miglia e mezzo.

Come si vede, la «R.A.F.» non nascondeva a se stessa la realtà, anche se considerava buoni i colpi fino a mezzo miglio dall'obiettivo, lontanissimi dal «target». Chissà per quale motivo questo «Rapporto n. 135» proveniente dagli Stati Uniti reca in alto una etichetta, in inglese, ovviamente, che dice «Documento storico - Conservazione permanente» (31).

È un'etichetta che si trova molto e molto raramente nei documenti U.S.A.; nasce il dubbio che si sia voluto rimarcare una «summa» di errori commessi dalla «alleata» R.A.F.

I bagliori dei «bengala» ed il loro biancore impedirono ai bombardieri di vedere dove le bombe cadevano.

Ci sono pochissime fotografie di Arezzo colpita e sconvolta al mattino del 3 dicembre; ma è sufficiente guardare una immagine più tarda, quella che mostra la eloquente linearità delle rovine della «Casa del Petrarca», per indurre alla meditazione.

Alla uccisione di creature umane si affiancò la perdita di segni di cultura e della storia della civiltà.

Le violenze che segnarono le famiglie e le cose restarono e restano indelebili; anche le antiche case ricostruite non sono più loro. Sono l' ombra di come generazioni e generazioni le avevano costruite e plasmate. Al massimo sono come noi abbiamo pensato i monumenti che i nostri antichi ci hanno lasciato; loro, gli antichi, non riconoscerebbero né i complessi, né la loro funzione, e neppure i particolari.

I bombardamenti del 2 dicembre resero la città invivibile. Arezzo fu sgombrata; divenne una città deserta, e tale restò fino al 16 luglio 1944, sottoposta come fu ad altri terribili traumi. I più terribili e sconvolgenti furono il bombardamento aereo del 15 gennaio 1944 ed il massacro di San Polo, Pietramala, San Severo e Molin del Falchi (32).

Diversa gente arrivava di primo mattino dalle montagne e dal­ le campagne, faceva quel che poteva fare e, verso le 10,30, ritornava via. Gli uffici pubblici e privati e le botteghe e le officine era­ no decentrati, chi qui e chi là.

L'Ospedale, colpito in un successivo bombardamento, trasferì i reparti che si potevano adattare.

Le biciclette smarrite durante i «raids» divennero motivo di affannose ricerche, anche attraverso «La Nazione». E così un cappotto di castorino blu, un mazzo di chiavi e biglietti di banca ritrovati da un gentiluomo.

Gli ambienti più ortodossi del fascismo rinascente lanciarono strali su chi aveva abbandonato la città martoriata ed imprecarono contro tanti che «sfollando da Arezzo hanno ridotto la città del cavallo rampante simile a Tebe, a Ninive, Babilonia e Luxor, le città morte dell'antico Egitto» (33).

Non si trattava di un attacco ai cittadini sfollati, ma di una censura formulata dai fascisti intransigenti nei confronti delle autorità fasciste che avevano permesso ed attuato loro stesse lo sfollamento totale.

Ad Arezzo, si può dire emblematicamente, restò il vescovo Mignone con il suo maggiordomo Candido in camicia, cravatta e guanti tutti e sempre bianchi.

Della mattina del 3 dicembre non si può non ricordare il terrore che pervase tutti quando un grosso autocarro tedesco munito di campana di ottone passò per il Corso lanciando un allarme disperato.

Poi riattaccarono le sirene, che suonarono almeno quattro volte, provocando nuovo panico. Rimanere in città significava convivere con un incubo.

Alla prima alba del 3 dicembre 1'«Eccellenza Severi», così era da tutti chiamato «il signore torreggiante dei metodi matematici, il filosofo, il letterato insigne» (34), salì sulle pericolose calde rovine della «Casa del Petrarca» per constatare il disastro e per recuperare qualche libro dell'Accademia della quale era autorevole esemplare presidente; ne discese dolorante, sconvolto, piangente.

Non si voltò neppure a guardare una casa lì vicino, quella nella quale era nato (*)

 

note

(1) Una foto del «ME - 323 - Gigant» riveniente dal negativo originale è stata fornita a chi scrive questo note dal Socio dottor Siro Luzzi, all'epoca Ufficiale presso il campo di aviazione di Arezzo; per l'evento si veda: ENZO DROANDI, «L'aeroporto di Arezzo fra cronaca e storia», in «Notiziario Turistico/Alt», IX, 101, 1984, pp. 11-12; la data dell'atterraggio, sinora accennata genericamente, è qui precisata poiché documentalmente indicata all'autore da ALMO FANCIULLINI; l'aereo «ME - 323 - Gigant» ospitava cannoni a ruote, carri armati e cingolati per 15 tonn.; si veda: JOHN Kn.LEN, "Storia della Luftwaffe», Sugar­Orpheus, s.d.; peso di decollo: 42 tonnellate.

(2) LA NAZIONE, giovedì 19 novembre 1943.

(3) GIOVINEZZA, XXII, n. 46, 13 novembre 1943, p. 1. Ad Arezzo non si conosce­ vano ancora gli effetti dei bombardamenti distruttivi, e, perciò, si poté ben scrivere, sempre in «Giovinezza», che <<...10 strazio avvelenava gli animi, incatenava i cervelli. L'attesa dell'ignoto pareva che si fosse personificata, la paura aveva il volto di una delle Parche. Poteva essere la fine; ognuno paventava per sé, per i suoi cari».

(4) Bombe lanciate dall'aereo ferirono tra gli altri Giovanni Biagini, poi noto come «generale Biagini», uno dei piloti dei primordi della aviazione militare italiana, che negli anni trenta era stato scacciato dalla aviazione stessa per aver criticato l'eccesso di stanziamenti per le crociere di propaganda di Balbo e la carenza di quelli per l'aeronautica militare, quella vera.

(5) LA NAZIONE, 19 novembre 1943, Cronaca di Arezzo, V colonna.

(6) Rispettivamente: «Mediterranean Allied Air Force», «Mediterranean Allied Strategie Air Force», «Mediterranean Allied Tactical Air Force», «Desert Air Farce.

C) AIR FORCE BASE - MAXWELL U.S.A, da ora «Maxwell A.F.B.», Bob. A. 6116.

Foto 496, 497, 498.

(8) Con la paziente ricerca condotta con ANNA MARIA TRISn-DIAcCINI e con la collaborazione del Maggiore J. W. JEFFERSON, dell'Ambasciata del Regno Unito in Roma, si è accertato che nel gergo bellico «nickellingr significava lanciare volantini e che per «battle area» deve intendersi tutto il territorio occupato dai tedeschi.

(9) ALMO FANCIULLINI, «Diario di guerra», inedito, 1943/1944, C. Il; l'opera di ALMO FANCIULLINI costituisce un documento di rilievo per la storia della città di Arezzo durante la guerra di liberazione nazionale; individuata da chi scrive queste note, l'opera è destinata a prossima pubblicazione.

(10) ANTONIO CURINA, «Fuochi sui monti dell'Appennino Toscano», Badiali, 1957, pp. 70-71.

(11) L'Ufficio Storico del Ministero della Difesa-Aeronautica, interessato al caso, ha confermato che nessun reparto della «R.A.» compì azioni militari sul territorio nazionale dopo l'armistizio.

(12) ALMO FANCIULLINI, «Diario ... », carta 12.

(13) Maxwell - A.F.B. - Bob. A/6116, «Mediterranean Allied Strategical Air Force - ln­ tops summary n. 133» del 2 dicembre 1943, foto 537.

(14) /vi, Bob. 6311, foto 265. (15) /vi, foto 270.

(16) Arezzo, in quel giorno disgraziato, uno dei più sciagurati di una storia trimillenaria, ebbe solo una piccola fortuna finora ignorata: che delle 388 bombe previste, una non cadde. C'è, al riguardo, un documento, ritrovato isolato negli Archivi Nazionali degli Stati Uniti. L'aviere addetto allo sgancio non si accorse che l'ordigno da 500 libbre era rimasto impigliato alle griglie. Ci fu un'inchiesta. Vedi: NATIONAL ARCHIVES - WASHINGTON. Da ora: N.A.W., Box 771.

(17) AIR SPACE MUSEUM, Washington - B - 26289 - A.C. e 26741 - A.C.; chi ha individuato le due solenni immagini è orgoglioso di averle acquisite e di inserirle ora fra i documenti della storia di Arezzo. (Fig. l, 2).

(18) Troppo lungo sarebbe riferire come e perché ad Arezzo-città gli obiettivi, i «targets» iniziali, rilevati dalla ricognizione aerea il 15 aprile 1943 e sviluppati perfino su planimetrie italiane del 1936 (Ministero Aeronautica - Ufficio Centrale del Demanio - Divisione lavori - n. 7111. In: MaxweLl A.F.B. - Bob. A - 6316 - foto 1334/1337 per il campo di aviazione) e su foto della R.A.F. (idem, foto 1349/1350 per il «Fabbricone» e «Marshalling Yards») fabbriche, etc., si siano ridotti alle sole «Marshalling Yards». È bene, però, sapere che un possibile «target», il «Fabbricone» di Arezzo, fu eliminato dalle carte geografiche italiane, per l'intento di difenderlo dall'offesa aerea. Nella «tavoletta» dell'Istituto Geografico Militare del 1919 il «Fabbricone» compare in pieno con la sua massa di capannoni; nella splendida carta I.G.M. del 1943 - 1:100.000 stampata per la «Scuola Allievi Ufficiali» il centro produttivo non c'è più; nella carta al 100.000 del 1956, compilata su rilievi 1919/ 1942, è ancora assente. Gli inglesi caddero nel tranello e nel 1943 produssero una carta l:100.000 con il vuoto al posto del Fabbricone»; il «War office. di Londra si era basato su carte I.G.M. del 1927 e del 1935 e la «Generai Section of the General Staff” non si era accorta dell'omissione; ma la verità emerse con una mappa al  l:50.000, quella del «North Italian Gride» che era in mano ad aviatori e truppe avanzanti, prodotta dagli inglesi sulla base di una carta del 1897 (!) e puntigliosamente aggiornata sulla base di foto aeree del 1943. Però ai Comandi «alleati» nulla interessava del «Fabbricone»; gli aerei lo colpiranno solo per errore, mirando ad «Arezzo - Marshalling Yards».

(19) GIOVINEZZA, Settimanale della Federazione Fascista, 25 dicembre 1943. VIRGINIO SEMINO, protofascista, era un uomo al quale non faceva difetto l'intelligenza e che, anche quando sbagliava, scriveva solo quanto riteneva fondato e dimostrato. Quando il «Fabbricone» fu seriamente danneggiato, esprimendo ancora una volta la propria anima «diciannovista», usò espressioni che ricordano una componente «operaista», deviata, ma sempre presente in lui, antico socialista e, poi, sindacalista.

(20) AIR SPACE MUSEUM, Washington - A/51 122 - A.C.

(21) PUBLIC RECORD OFFICE, Londra. Da ora: P.R.O. - Air 25/825 - XC 624756 - B.300.

(22) P.R.O. - Air 25/817 -733 - «operations record book», p. 199.

(23) P.R.O. - Air 26/437 - XC 25225 - «operations record book», 330 Wing, p. I.

(24) P.R.O. - Air 25/825 - X 822 - D. 202, D. 204. È firmato dall'ufficiale dello «Intel­ ligence» del «205 Group-Royal Air Force».

(25) A. FANCIULLINI, «Diario ... », carte 18-19.

(26) P.R.O. - 27/874 - «operation record book» - 1420 Squadrone R.A.F., p. 81; 27/ IO 111 - n. 197; 27/974, p. 155. In alcuni documenti appaiono perfino i nomi e i cognomi dei comandanti e dei membri dei sedici equipaggi inviati su Arezzo.

(27) P.R.O .. Air . 27/974·27 11011 - p. 2; 25/825 - XC - 822 - C. 437; 27/974. (28) P.R.O .. Air - 25/825 . X - 822 - D. 202 . D. 204, citato.

(29) Maxwell A.F.B. - Bob. A/6116. «M.A.S.A.F.», foto 542.

(30) Maxwell A.F.B. - Bob. 20205 - 2/3 dicembre 1943. (Fig. 4).

(31) ivi - Bob. 20205 - 3 dicembre 1943; (Fig. 3).

(32) Al mattino del 2 dicembre furono lesionate ali del «Carcere di San Benedetto» e della «Caserma Piave»; nel primo erano chiusi i «politici» della resistenza e nella seconda i «militari». Si ricordano pochi nomi: Osvaldo Marana, Aldo Ducci, Alessandro Tangorra, Lorenzo Bernardi, Piero Guerrini, Osvaldo Diana e l'industriale Croci; degli altri, più «sequestrati» che prigionieri, si ricordano soltanto il tenente di artiglieria Pietro Bruni, il tenente paracadutista Alberto Droandi, il sottotenente Ferruccio Bartolini. Ma ce n'erano altri. I «militari» riuscirono ad evadere; uno di loro si dette ad aiutare vittime e feriti e, poi, si riconsegnò. Al mattino del 3 dicembre il «Capo della Provincia» Rao Torres, che nell'incursione diurna aveva perduto la moglie, ordinò la scarcerazione dei «politici» e poi anche dei «militari». Alcuni dei liberati avranno poi ruoli di rilievo nella lotta di liberazione. Taluno, in campo fascista, si ribellò al decreto del Capo della Provincia; in «Giovinezza» del 25 dicembre 1943 c'è un violento corsivo nel quale si dice: «Altro che liberarli dal carcere come di recente è stato fatto!», La lotta contro Rao Torres era già iniziata.

(33) GIOVINEZZA, 25 dicembre 1943.

(34) Banca Mutua Popolare Aretina . Assemblea ordinaria del 16 dicembre 1961 - Pubblicato nella «Relazione al bilancio dell'Esercizio 1961», Sinatti, 1962.

(*) L'autore si è avvalso della continua, competente e cordiale collaborazione di A. Maria Diaccini-Tristi e di Richard S. Robinson.

 

 

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