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ANDO' ALL'ASSALTO E NON  TORNO’

di Enzo Droandi

Si chiamava Papini, di cognome; il nome non lo ricordo. Era magro, allampanato, ed i larghi calzoni alla zuava, che allora erano imposti ai ragazzi della nostra età e che si concludevano, di qualsiasi colore fossero, sui calzettoni bianchi alla bavarese che ci erano altrettanto imposti per moda germanofila bianchi di un bianco creato dalle fumiggini dello zolfo bruciato che appestavano tutte le case dove viveva un giovane, lo facevano apparire ancor più alto del reale.

Sul suo volto non c'era sorriso a nascondere il pallore, ad attenuare la spigolosità delle ossa e delle cartilagini; anche quando scambiava con vantaggio qualche francobollo di San Marino con altri di Francia con il Basagni, ed era difficile scambiare con vantaggio con il Basagni, non sorrideva.

Tre mezze estati passammo in piazza Guido Monaco a giocare con povere parvenze di macchinine da corsa tutte uguali se non nel colore stampato alla meglio, povere macchinine di fragile lamierino con ruotine che eran poco più di bottoni tenuti insieme da steccucci di fil di ferro zincato; tre mezze estati ci trascorremmo, su quelle panchine che, a distanze precise, ben piazzate sulla terra, tozze e robuste, fatte di pietra serena ed azzurrina, contornavano quella piazza rotonda creata in un lontano passato (pochi decenni prima) ad immagine debole e somiglianza molto vaga dei grandi spazi stellari di Parigi.

Su quei lastroni di pietra concia attondata da schiere di scalpellini incidevamo col gesso bianco rubacchiato a scuola o che ci regalava il vecchio Parigi di Sant'Agostino i percorsi per le automobiline. Incidevamo: perché il gesso passò e ripassò tante volte su quelle pietre, che vinse la scarsa durezza di quei sassi gentili.

Cominciavamo la mattina e finivamo la sera, ed il motore dell'automobilina era la nostra mano, o, nei momenti difficili o nelle curve a tondo, lo spizzico dato dal pollice liberato dalla serra dell'indice.

C'erano tutti, i fratelli Panèro, i Bertini, i tre Papini, Enio Bacconi, il De Stefano più grande, un paio dei tanti fratelli Basagni, il Lilli Nucci, il Nanni Giuliani che era tornato da Venezia, il De Rogatis tutto elegantino e con la erre moscia e che era arrivato da Livorno, e tutti, insomma.

Quello delle corse delle sgangherate automobiline fu il nostro divertimento di tre mezze estati, in un mondo nel quale chi aveva una cariella di palline di terracotta era un fortunato e chi possedeva una, dico una, biglia di vetro policromo era un potente, e chi possedeva una sfera di acciaio, di quelle che venivano dei cuscinetti delle automobili vere, era intoccabile, perché, sicuramente, aveva in tasca anche una fionda, che della sfera poteva fare un proiettile temibile. Ma, per la verità, la passione nostra eran le biglie di vetro; ricordo che il Lisi, fratello della bella Lisiana, il quali poi morì sedicenne a Ponte Chiani mentre maneggiava un ordigno di guerra per ricavarne polveri piriche, ne aveva molte. Le ricavava rompendo i colli delle bottiglie da birra e da bibita, che allora, nella strozzatura del collo, appunto, portavano una pallina vitrea che, in posizione di fermo, impediva ai gas di uscire dal vano che racchiudeva il liquido.

Il Papini aveva due fratelli; erano in tre, e lui era quello di mezzo.

Mentre il più grande dei suoi fratelli aveva i pantaloni lunghi e si intendeva di guerra e di politica, e lui portava i calzoni alla zuava e giocava con le automobiline, il terzo vestiva i calzoncini corti e ci dava noia di continuo perché voleva unirsi a noi nei giochi. Voleva le palline le biglie, le automobiline.

E lui, il Papini, senza inquietarsi, senza abbuiare il volto che non conosceva il sorriso, conduceva via il piccolo che ci disturbava e lo obbligava a tornare a casa.

La casa non era proprio una casa in senso stretto, ma l'osteria del Cavallo, gestita dai genitori Papini, osteria che, prima dei bombardamenti, era in via della Madonna del Prato, all'angolo di quello che tutti chiamavano borgo dei Diavoli e che ora è appellato ufficialmente come vicolo dei Cavallanti, perché nessuno vuole abitare dove albergano satana ed i suoi.

Pensiamoci bene: un angolo fra via della Madonna ed il borgo dei Diavoli.

E lì c'era 1'osteria del Cavallo, gestita dai genitori dal Papini, La via della Madonna portava al Prato della giustizia, dove in antico erano custoditi gli strumenti, forca per impiccare, ascia per decapitare, coltelli per mutilare o castrare, legni con catene o con corregge per squartare, e, solo per i colpevoli di reati veniali, bolli di ferro da infuocare per marcare volti o braccia, atti ad eseguire sentenze; ed il borgo de' Diavoli, invece, menava ad un luogo di culto e di preghiera, alla diruta chiesa di Santagnolo, di San Michele arcangelo, dove, fin dal trecento, una Compagnia di fedeli si radunava per accrescere la gloria del Signore, dell'Arcangelo trionfante e degli angeli fedeli, proprio sotto l'affrescata immagine di lucifero, il demone principe che provocò, si dice, la morte del vecchio Spinello pittore tardo gotico, che una notte risognò, e ne fu terrorizzato, il diavolo divenuto drago terribile e nero e gli angeli apostati creati dal suo pennello.

La Mamma del Papini, fatemi scrivere Mamma con la maiuscola iniziale, era alta, robusta, bella anche se invecchiata nel lavoro. Il bianco dei capelli non riusciva a cancellare un non molto antico biondo rossastro, richiamato anche dal colore vario del volto: un volto rosato con tracce di cruscato.

Aveva braccia robuste e sembrava una colonna ingentilita da un capitello.

Un giorno lessi la riflessione di non so qual letterato che afferma che Iddio ha creato la donna più bella dell'uomo perché lui, Iddio, non ha conosciuto la Mamma che non ha avuto: mi venne in mente la Papini, dopo la mia Mamma.

Il Papini mezzano, quello con i calzoni alla zuava, conduceva, e, qualche volta, portava di peso, il più piccolo Papini all'osteria del Cavallo, alla sua Mamma, la quale, seppur affaccendata a preparare cibi poveri quanto gustosi, a riempire quartini di vino ed a tagliar poco e brutto pane razionato per gli avventori che potevan spendere poco per il companatico e volevan riservare qualche centesimo di lira per la bevanda, accoglieva i figli con lo splendido sorriso di ogni Mamma.

Ed il Papini, quello con i calzoni alla zuava, quello che non aveva sorriso sul volto, alto e sdinoccolato, tornava da noi per giocare a palline o con le automobiline di lamierino leggero.

Era bravo e spesso vinceva carielle di palline e molte automobiline sgangherate; perché chi vinceva prendeva tutto quel che era in gioco. E chi perdeva si faceva da parte, essendo rimasto privo dei beni appetibili sul mercato del gioco: palline, automobiline e qualche figurina, perché i

francobolli non erano ammessi, nemmeno come pegno per prestiti onerosi o graziosi tra membri di quella fauna infantile di piazza Guido Monaco, detta anche piazza-padella per la sua rigida forma circolare.

Alla fine della terza estate ci accorgemmo che il mondo che circondava la nostra piazza cambiava; c'erano ronde armate, manifesti marziali e gente cupa; e fame.

Molto vino c'era all'osteria del Cavallo, poco companatico e pochissimo pane, e quel pochissimo fatto con granoturco macinato e molta acqua che il caldo del forno non riusciva a far uscire dall'impasto poco lievitato.

E noi ragazzi ci si accorse che un fenomeno minaccioso incombeva: per cinquanta centesimi di lira non ci davano più un bel gelato, ma un gelatino.

Poi, anche per il gelatino, ci vollero due pezzi da cinquanta centesimi, e, perciò una lira, magari di quelle del regno d’Albania, con il Re Imperatore e le scritte che sembravano ostrogote.

Per un e gelato, grosso e misto di gusti versi, Ci voleva un cavourino, e cioè una moneta da due lire, quello col fascio littorio e la scritta "Buono da due Lire Due".

Il vecchissimo e sempre allegro commissario De Stefano ci spiegò, una volta, che il gelato costava di più perché c'era l'inflazione e che il cavourino era un buono perché c'era il corso forzoso della lira. L'inflazione la comprendemmo, perchè il gelato costava di più, ma la storia del corso forzoso restò un enigma per noi, perché non riuscivamo ad afferrare il concetto di una mitica lira fatta d'oro o di un centesimo con il quale, quando era ragazzo, il commissario De Stefano comprava un panino gravido.

Arrivò il settembre. Ce ne accorgemmo perché i grandi alberoni della piazza cominciarono a fornirci le piccole palline mature, loro frutti naturali, che noi chiamavamo meline e che ci servivano come proiettili per le cerbottane fatte di canna bucata con le quali sparavamo alle ragazzine, mirando alle gambe.

Passò un carro armato e fuggimmo; in piazza della stazione un autoblinda restò ferma con i portelloni aperti. Le sirene cominciarono a diffondere gli allarmi.

Ci dividemmo. Papini ed io non ci vedemmo più. Dopo seppi che non lo avrei più rivisto. Era morto. Quel ragazzo dal volto senza sorriso, quel bravo e caro amico, era morto dalle parti delle romagne di pianura Forse verso Forlì. 

Era dalla parte opposta alla mia. Aveva diciassette anni ed andò all'assalto. Andò all'assalto e non tornò. Qualcuno mi disse che il governo nel quale credeva gli aveva decretato una medaglia d'oro per il valore dimostrato negli attimi che precedettero il sacrificio; di più non riuscii a sapere.

Gli avevano decretato una medaglia di quelle dimenticate.

L'osteria del Cavallo non c'era più e via della Madonna del Prato e il borgo dei Diavoli erano stati cancellati dal bombardamento e ridotti a cumuli di detriti polverosi.

La mamma Papini non era più sulla porta ad attendere figli ed avventori.

Anche se ci fosse stata, non avrebbe più avuto il sorriso della Maternità sul volto. Avrebbe avuto nel bel volto il segno della sofferenza, del pianto del figlio perduto, lo struggente sorriso della Pietà.

Cercai ancora di sapere di più; ma, ancora una volta non riuscii nell'intento.

Era stato dalla parte opposta. Era andato all'assalto e non era tornato.

Ma la nostra amicizia era intatta.

La nostra piazza martoriata fu trasformata in un petrol-point recintato di filo spinato e le pietre azzurrine e conce delle panchine erano state usate per riempire le buche. I vecchi alberi, quelli che ci avevano dato tante meline da cerbottana, si intristirono per le benzine che bagnavano le antiche radici; poi morirono, senza cadere, però.

Del Papini non riuscii a sapere altre notizie, se non la conferma che era morto, dalle parti di Forlì, vicino ad un fiume, in un qualche giorno di quel terribile inverno nel quale ghiaccio vento e fame furono i minori di tutti i mali, di quel terribile inverno nel quale le campane delle chiese di Romagna rimasero mute, nel quale anche la pietà fu uccisa.

E non riuscii a ricordare il suo nome di battesimo. Noi, in piazza-padella, quando giocavamo, lo chiamavamo Papini, e non per nome; i Panèro li chiamavamo Carlo e Giorgio, per non confonderli fra loro, ma il nostro Papini era lui solo, per noi. I suoi fratelli non giocavano con noi. Uno era troppo grande e l'altro troppo piccolo per far correre le automobiline.

Mi ero quasi dimenticato del Papini, quando, una sera, scorrendo un librone di guerra, lessi un qualcosa che mi colpì. Nella pagina duemiladuecentonovantadue di quel libraccio c'era scritto: "Battaglione Arditi Forlì - numero dieci - Ardito Papini ... - Caduto nel febbraio 1945, a Felisio".

E Felisio si dovrebbe trovare là, oltre Forlì, fra Faenza e Lugo, vicino alla sponda del Senio: è lui, è il Papini di via della Madonna del Prato di borgo dei  Diavoli, è il Papini che era dalla parte opposta alla mia, che andò all'assalto e non tornò.

Anche quel libro non mi ha detto quel suo nome che non ricordo, il nome di quel ragazzo alto e sdinoccolato che mi era amico, che giocava con noi in piazza Guido Monaco; e neppure mi ha detto in quale giorno di quel terribile inverno la Mamma Papini perse il caldo sorriso della Maternità e fu segnata da quello struggente della Pietà.

 

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