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Andare dal Gere

di Enzo Droandi - 1966Filippo Corduri - disegno di Attilio Droandi

 

"Andar dal Gere" voleva dire "Andar dal sarto", così come "Andar da Grottino" significava che chi si muoveva si recava a far risuolare le scarpe; c'era, in paese, un secondo calzolaio, Ferrero, il nome del quale evocava antiche anarchiche credenze e le predicazioni di Francisco Ferrer fucilato a Barcellona nel 1909, oppure l'impeto dei bersaglieri di Ferrero della Marmora; ma Ferrero, più che altro, costruiva scarpe nuove, mentre nella botteghina di Grottino, che aveva i capelli candidi, stivaletti ed altre calzature erano sottoposte a sapienti cure restaurative proprie di un mondo nel quale i ragazzi andavano a piedi scalzi nei giorni di lavoro e con le scarpe qualche ora della domenica, di un mondo nel quale il paio assegnato dal governo ad ogni militare di leva durava per tutta la vita, di un mondo nel quale solo Achille ed io, fra i ragazzi, andavamo sempre calzati perché non sapevamo camminare con la pianta a diretto contatto con brecciolino o con sassi o con vetri rotti o con la mota, di una epoca nella quale i montanari entravano nell'abitato a dorso di mulo, ma con le estremità protette da possenti scarponi a pianta chiodata dai quali, di tanto in tanto, cadevano semenze puntute e sfaccettate che facevano strage di gomme di biciclette e di camere d'aria delle poche automobili vaganti.

"Andar dal Gere" voleva dire "Andar dal sarto" perché il Gere era l'unico lavorante del paese e dintorni capace di tagliare e cucire per l'uomo, di metter pezze ai pantaloni, di riadattare per il giovanotto il vestito da sposo del babbo, di trasformare in camicia una vecchia tenda di casa, di rimettere a nuovo con benzine, ferro da stiro ed un pò d'amido anche la giacca appartenuta al nonno del padrone del podere e regalata al giovane colono in vena di prender moglie davanti a Don Pietro.

Oddio! Un altro lavorante c'era, ed era bravo: il mutino della Pietraia, che sapeva lavorare sul nuovo e sul vecchio, e che era bravissimo, ma con il quale era difficile comunicare. Perciò il Gere era ritenuto il sarto del paese.


Gere: stava per Geremia e sembrava uno dei tanti soprannomi ereditati, come Grottino, Moscino venuto da un antico nonno al quale era piaciuto il vinsanto, Gastigo, Sassolino, Doddo, mentre in realtà Gere era un nome proprio, di persona, preso dalla bibbia ed un pò scorciato. Ce ne eran diversi di questi casi di nomi ridotti o storpiati; c'era Salonne, lo Assalonne che aveva fatto il muratore a Broccolino, nelle Americhe, c'era Giacco, che era Giacobbe barrocciaio che per il venerdì santo si incappucciava e guidava la Compagnia del Gesù Morto, c'erano Nando e Nandino, ambedue battezzati Fernando, c'era il pigionante Cappelletti del Molino, di nome Riccardo, che veniva chiamato Ricco; perfino un cognome, quello dei grandi finanzieri Bastogi, dei ricchissimi costruttori di strade ferrate, era usato per appellare un contadino della chiesa e pastore in proprio di qualche pecorella abituata alla stoppia, pecorella che, se avesse trovato un campo di trifoglio, si sarebbe smarrita. E, poi, c'era lo strano caso di un nome di uomo, Edmondo, andato al femminile con sapore di aggettivo qualificativo, per individuare la moglie di Edmondo, la Monda, quella vecchietta attiva e pulita, monda, appunto, che campava lavorando un orto ben grasso, un campo di grano, bacchiando il robusto nocio che è a tre passi dalla casa della Maestà e rallevando galline muggellesi, ognuna delle quali ha sempre avuto trent’anni e sempre mostrato un mese, quelle gallinelle che davano poca carne, ma tante e tante uova e che sanno chiocciare in modo insuperabile perfino le covate delle fagiane uccise.

Il Gere era, si può dire, l'unico sarto della plaga, ma il guadagno era poco in relazione alla famiglia, che era grossa, e, per di più, l'utile non era costituito da lire, da fogli da dieci lire o da aquilotti d'argento, ma da grasso, da qualche litro d'olio, da nane e galline; alle epoche della battitura del grano, della sfogliatura dei granturchi, della frangitura delle olive, della salatura dei maiali e della maturazione dei formaggi marzolini o dei maggenghi, il Gere sarto, con Grottino calzolaio, con Doddo fabbro-ferraio, e con l'aggiunta di fra' Paolo zoccolante (che era l'unico che non aveva da avere, ma prometteva preghiere) dovevan frequentare aie e vigne, frantoi e cucine, rimesse e stalle, presentando conti appena abbozzati e trattando le mercedi di un anno, e, poi, lavorare ancora in cantina o nel ripostiglio per sistemare in modo conveniente grani mischiati ed olio, strutto e gota e rigatino affumicato, vini buoni ed asprigni, caci salati od insipidi.

Si dice che il povero Panzieri, affilacoltelli e ciabattino ambulante che veniva dalla lontana Chiana, esponesse sempre i suoi conti dicendo: "Va bene, capoccia. Dunque: sette coltelle, un paio di zoccoli, ventidue coltelli ed una forchetta nuova. Tre per otto, quarantadue e porto sei e quattro che portavo: quattro lire. Datemi un fiasco d'olio ed un coniglio. E, se c'è da cenare, resto".

Ma al Gere mancava un po’ di contante per gestire la sartoria, per pagare il fitto e la luce elettrica, per comprare una gugliata di fili e gli spilli nella bottega della zia Carola, per avere un pò di carbone per il ferro da stiro; ed, allora, il Gere trovò il suo secondo mestiere, quello di barbiere, che esercitava la sera, dopo il tramonto, e la domenica mattina, con l'aiuto di Gigi di Doddo, nella bottega che era accanto alla sartoria, facendo concorrenza al vero barbiere della comunità, che si chiamava Celso, e che serviva clienti tutto il giorno nel suo saloncino che era in piazza della Chiesa.

Il Gere faceva come tutti, in paese, e cioè si arrangiava, lavorava e, perfino, coltivava un orto che aveva creato portando terra sopra i grandi macigni dell'Agna, terra che ogni tanto la piena torrentizia portava a valle. E tutto l'anno scorreva così: vestiti da fare, giubbe da accomodare, tende da trasformare in camicie, barbe da radere, olio e grano da raccogliere e conservare, vini da riporre e mezzi-vini da bere alla svelta, carbone da comprare, insalata e pomodori da coltivare.

La vita era faticosa, ma tranquilla, e la famiglia cresceva bene, ben governata, nella serenità. I mezzi erano pochi, ma le esigenze erano relative, e lo svago era costituito da una partita a carte nella bottega del Quercioli e da un bicchiere, meglio due se era buono, di vino rosso.

"Andar dal Gere" non voleva solo dire che si andava dal sarto; per noi ragazzi voleva anche dire che si andava a perdere il tempo, seduti su di una seggiolina o su di una panchetta, a chiaccherare, verso il tramonto, all'ombra. Si parlava di tante cose, ma non della guerra.

Dalla finestra aperta dell'ospizio francescano si sentiva la voce di fra Paolo che insegnava ai ragazzi la cantilena del Kirie eléison, Christe eléison. Una volta, dalla finestra, frà Paolo domandò a don Pietro che passava davanti alla croce dei lanzichenecchi (quelle con i segni della passione, con le tenaglie la lancia, il martello, la scala ed il gallo che canta) cosa volesse dire eléison; l'Arciprete scosse la testa e biascicò: “ ….abbi pietà di noi….”

Un'altra volta don Pietro, che si era seduto con noi, chiamò il frate, che stava recitando il verso Virgo predicanda, spiegandogli che quelle parole volevano significare Vergine onorabile e non "da predicare", e che non si diceva fedelisarca, ma foederis arca e cioè "arca dell'alleanza"; ma frà Paolo seguitava a dire fedelisarca, e noi, dalla bottega del Gere, rispondevamo in gran coro "tutti una barca".

Della guerra nessuno parlava.

Non so se il Gere era stato al fronte, o se riuscì a sgabellare la grande guerra; certo è che, per l'età, sgabellò la seconda. Ma capiva tutto.

Non leggeva il giornale, ma capiva che non era finito niente, che il turbinoso ritorno a casa di un pò di richiamati non era niente di buono. Ma della guerra, anche lui, non parlava.

Poi arrivarono i soldatacci ed il Gere, fuggito con i suoi per le campagne, una mattina ritrovò la botteguccia saccheggiata, l'uscio di casa sfondato e lo specchio della barberia infranto.

La notizia terribile arrivò la sera del tre di luglio: Ghigo, battezzato Federigo, fratello del Gere, di condizione pensionato, era stato fucilato, con gli altri, alla Grotta, fra la Grotta e Sercognano. Ghigo fucilato, Ghigo che aveva gli occhiali grossi come culi di bicchiere, che camminava lento per il paese con la giannetta e con la pratolina in bocca, era stato fucilato davanti alle Casedagna.

Ghigo, che non so quale mai mestiere avesse praticato da giovane e che io credo fosse nato pensionato, Ghigo che non faceva male neppure alle formiche tanto era attento nel camminare, Ghigo che teneva la testa alta per via della vista menomata, era stato fucilato. Era caduto sotto la raffica, con la giannetta in mano e la pratolina in bocca, con il cappello di feltro nero in testa, con gli occhiali infranti. Dissero i superstiti che Ghigo crollò mentre stava recitando Mater intemerata, Mater amabilis.

Il Gere ebbe una stretta al cuore: il suo Ghigo, battezzato Federigo, era morto il tre di luglio, fucilato alla Grotta, vicino a Sercognano. Non riusciva a crederci.

Passarono tre giorni e fu possibile andare a prendere i poveri morti.

Ma, verso le dieci, quando, ormai, il carretto dei corpi di quel tremendo funerale estivo senza bare e senza sacri canti e senza tantumergo e senza incenso bruciato nella carbonella del turi bolo era giunto al cimitero, ricomparvero i soldatacci.

Presero anche Burino, che aveva organizzato il pietoso viaggio, e presero anche don Pietro, che non ebbe tempo per recitare il quando cae1i movendi sunt o per intonare il dies irae, dies illa, come aveva sempre fatto per ogni mortorio. (Don Pietro diceva cantando dies irae, dies illa, e noi ragazzacci dal fondo della pieve rispondevamo: sette pecore e un'agnella. Nel nostro mondo quel canto si chiamava diusilla. Dice la leggenda che quando la cicala, sotto il solleone, iniziò il monotono e lungo mottetto, una formicuzza nata dalle nostre parti intervenne: ma ci smetti con codesta diusilla, disse la più piccina e le andò accanto ... ). Ne presero trentatre, di uomini, e fra questi il Gere. Ne morirono trentuno, e fra questi il Gere. Dicono che quando fu colpito il Gere stesse bisbigliando Virgo potens, Virgo clemens, Virgo fidelis.

Ghigo, battezzato Federigo, pensionato, era stato fucilato alla curva della Grotta, vicino all'acqua dell'Agna, davanti alle Casedagna; il Gere, battezzato Geremia, sarto, fratello di Ghigo, fu fucilato alla curva dell'Orenaccio, vicino all'acqua ferma e silenziosa di quel torrente, a quell'acqua che, in inverno, fresca ed argentina, si getta sull'Agna.

Quando l'elenco dei trentuno, fatto quasi tutto di sopranomi e di qualche cognome, cominciò a formarsi, il figliolo del Gere era seduto sul camino; aveva appoggiato il suo moschetto partigiano e stava mangiando lesso appena bollito con poco sale, ed un pezzetto di pane raffermo. Era la sera del sei di luglio, a buio fatto di quel lunghissimo caldo giorno, e faceva freddo.

L'elenco si allungava: Beppe dell'Ortolano, il Granchia falegname, i due stagnini babbo e figliolo, i tre Sottani di Casa al Coltro perché uno si era salvato, Remo di Bobi ed il suo babbo, il signori no Achille del sor Domenico, il signor Adino, il mugnaio che ora vendeva ferramenta nella via di sopra, Aspasio l'apolide (no! il sor' Aspasio no, non c'era, perché quello col cappello marrone, molto anziano, non era Aspasio ma il padrone della giostra dei cavallini, sfollato da Arezzo), Burino della Grotta. "Si", disse uno, "si: anche il Corduri, Filippo della Grotta ed il Gere, sarto, il fratello di Ghigo ... "

Il figliolo del Gere si accasciò sul camino; sembrava morto anche lui.

La notizia arrivò anche alle Casedagna, dove c'era la vecchia Amelia, ora fuggiasca nella campagna. Era vecchia? Non mi pare, perché aveva poco più di sessanta anni, ma era vecchia. Il tre di luglio aveva visto, da cento metri di distanza, da di là d'Agna, la fine di Ghigo, il fratello maggiore; aveva visto il brillare degli occhiali che si frantumavano, ma il rumore dell'acqua del torrente gli aveva risparmiato quello degli spari. Ora, la sera del sei di luglio, gli arrivò la notizia che anche il Gere, il suo fratello più giovane, era morto fucilato.

Anche lei si accasciò, e fu presa da febbre e da tremiti.

La febbre crebbe e la broncopolmonite si impadronì dell'Amelia e non c'erano mezzi per curarla, se non qualche aspirina e pezzette d'acqua fresca del pozzo o dell'Agna. Cercarono di dargli qualche brodo di coniglio ed un pò d'erba bollita. Una sera arrivò una squadra di soldatacci che la videro lì, sofferente e tremante, distesa in un angolo dove era difficile che arrivasse qualche cannonata.

Tre o quattro di quei soldatacci, che non sapevano del Gere e di Ghigo fucilati, ebbero compassione della sorella di Ghigo, della sorella del Gere, della Amelia e le somministrarono qualche medicamento e qualche lenitivo.

Sembravano soldatacci, ma dei soldatacci avevano solo i panni verdi e gli elmetti di acciaio.

Ma l'Amelia non reagì alle pozioni ed alle pastiglie. Aveva voglia di morire. Biascicava il rosario, con la corona in mano, ed, ogni tanto, chiamava Federigo e Geremia, restituiti così alla dignità dei nomi di battesimo imposti dai comuni genitori e non più soverchiati da diminutivi che han sapore di nomignoli, simpatici e belli, ma sempre nomignoli.

Quei tre o quattro soldati, chissà per quale arcano affetto traslato, chissà per quale necessità di serenità dinanzi al mistero del trapasso, parteciparono alla veglia di quella anziana sconosciuta che non reagiva alle cure, che voleva morire.

La Amelia morì, e volle morire, il sedici di luglio, tredici giorni dopo Ghigo, e dieci giorni dopo il Gere, e si riunì a Federigo e a Geremia. Dicono che si spense dopo aver detto rosa mistica, turris davidica, turris eburnea.

Quei tre o quattro soldati, che avevano costruito un muretto e ci avevano piazzato un'arma, aiutarono a comporre il corpo non più divorato dal dolore, non più squassato dalla bronco-polmonite. Aiutarono a mettere fra le mani dell'Amelia la corona del rosario, con l'immagine della sancta Dei genitrix.

Poi, sull'aia, a pochi metri dall'arma, si misero a scegliere fili di paglia di grano, a fame mazzetti, e ad intrecciarli con la sapienza dei vecchi montanari.

Impiegarono diverse ore per creare la bara di paglia intrecciata, con i costoloni a rilievo e le murate lisce, con il coperchio bombato e rialzato; poi il più bravo dei soldati prese altri fili di paglia fresca e creò una croce sulla quale fissò un Cristo di paglia, al quale fece anche una aureola alla barocca, non rotonda, ma composta di dardi di lunghezza irregolare nascenti da dietro la testa del Salvatore, nei quali la paglia assumeva un valore di un segno trionfale, di un simbolo fiammeggiante della eternità, di un complesso di colpi di luce. E la legò al cofano di paglia, come segno della resurrezione, come una invocazione di Christe eleison.

Scelsero un campino al di là d'Agna per seppellire il feretro nella terra morbida e scura; e non sapevano, quei soldatacci, che la buca che avevano scavato era vicina quattro metri al posto dove il tre di luglio era stato fucilato Ghigo, il Federigo fratello dell'Amelia.

Prima di coprire la bara di paglia con la terra, uno di loro colse dei papaveri in fiore, belli e rossi, cinque o sei fiordalisi azzurri, un rametto di rovo fiorito in rosa ed un paio di spighe di grano. Ne fece un mazzetto e lo depose sopra la bara.

Non spararono colpi in aria, colpi d'onore, perché il fronte era proprio a ridosso delle Casedagna; ma, in diversi, presentarono le armi, presentarono quei lunghi mauseroni modello novantotto.

Queste cose dell'Amelia me le raccontò Pasquale Bazzechi, detto Doddo e conosciuto solo come Doddo.

Me le raccontò una volta che lo accompagnai a Segalari, che vuol dire casa Secolare, e poi a Pian di Nova, e poi in Comugni e poi a Polissena e poi al Pin di Chiocci, dove andava a riscuotere grano, conigli e qualche oca a saldo del suo avere di fabbro-ferraio.

Frà Paolo zoccolante, che era con noi e trascinava una bicicletta da donna carica di sacchetti e di pesi, frutto della questua, si fermò e disse: "Per me quelli erano austriaci. Come quello che buttò don Pietro giù dal camion ... ". La Menca della Pietraia annuì e confermò.

Doddo, poi, disse che quella era l'ultima volta che andava a Segalari a raccogliere uno staio di grano, perché i contadini se ne andavano dalla montagna. Se ne andavano tutti, o al piano o nelle città.

Dopo qualche anno frà Paolo vendette la bicicletta, il calesse e l'asina, le damigiane vuote ed i graticci di sambuco, fatti per seccare funghi e fichi al sole. Chiuse l'ospizio e si ritirò in San Lorenzo di Bibbiena; voleva ritornare, come pellegrino, a piedi, al Sacro Monte, ma non ce la fece mai.

Dovè tornare indietro tre volte; poi si addormentò.

Dicono che quando chiuse gli occhi stava biascicando confusamente Mater purissima, Virgo veneranda, stella matutina.

Si addormentò sognando il rumore dell'acqua dell'Agna, i campi di grano del piano, l'argento degli olivi della mezza collina, il verde dei boschi della Galluzza e di Corsucci, il sapore del pane, dell'olio, del vino, le cure fatte con le sanguisughe che vivono nella fonticina linda di Bozzolone ed il caldo del frantoio del Bramanti.

Borbottò ancora: stella matutina, refugium peccatorum ed, in ultimo, fedelisarca.

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