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RICORDO DI ALDO DUCCI PARTIGIANO E SINDACO DI AREZZO

di ENZO DROANDI

Gli piaceva fare il Sindaco, e lo « sapeva fare», ha scritto di recente Filippo Nibbi del nostro Aldo; lo ha scritto con ragione. Aggiungerei, senza storie, che non nascondeva quel piacere, tanto che lo si sapeva tutti, noi aretini.

Sindaco di Arezzo: sindaco della città e del Comune dal 1963 al 1966 e dal 1970 al 1990. Non si tratta di contare ventisette anni o di considerarne ventitré oppure ventiquattro. No, no. Si tratta di un'epoca, dell'epoca del sindaco Ducci, di un lunghissimo momento che non è la sommatoria di tanti e singoli episodi, di alquante (verrebbe da dire parecchie) vicende, e neppure di epopee.

 Non è azzardato o sconveniente o esagerato parlare di epoca, perché gli anni che son corsi (o, tanto son lontani, corsero?) fra i primi '60 e l'ultimo degli '80 (che è il 1990, appunto), segnano il tempo nel quale, finita la ricostruzione, Arezzo passò dalla condizione di città murata contrapposta ad una campagna estranea, dal benessere (sovente relativo perché mal goduto per avarizia arida od incultura) di poca gente e di non mol­ ti privilegiati contrastante con più o me­ no violenza con tanti strati di disagio e di inquietudini nascoste aventi differenziati pesi specifici, da un individualismo esa­ sperato nella vita dei singoli e nella soluzione dei problemi della senilità, della sanità e delle emarginazioni, ad un mo­ do di esistere diverso. Non perfetto, ma migliore ed, appunto, diverso. Negli ultimi anni di governo, Ducci ebbe anche a vedere e ad affrontare il problema della multirazzialità; considerava i singoli extracomunitari nella prospettiva collettiva, in una ventura società multirazziale, considerando illiberale o, più specificamente, fascista, oltre che illuso, pericolosamente illuso, chi rifiutava a priori la discussione sulle immigrazioni, divenute migrazioni di massa.

 Ducci Aldo

 Si dirà: ma tutti questi fenomeni sono stati comuni a tante città italiane, fra il '60 ed il '90. E questo è vero. Ma Arezzo sentì e dové risolvere questi problemi in un modo più intenso, più deciso, rispetto ad altre comunità. Poche città, come Arezzo, si affacciarono agli anni '60 con il connotato di capoluogo distrutto dalla guerra e rimesso in piedi con risorse locali e senza aziende a partecipazione statale o sovvenzionate. Poche città, nessuna, forse, aveva avuto quel pauroso vuoto di vite, e, perciò, di intelligenze e di braccia creato dai bombardamenti, ma, più che altro, dalle stragi naziste.

Ad Arezzo le cose andarono in un altro senso: la città distrutta ed insanguinata, esclusivamente agricola, che di industriale aveva soltanto i suoni mattutino e serotino delle sirene del "Fabbricane» obsoleto e della piccola "Fonderia Bastanzetti», conobbe l'industria, non profonda, ma differenziata e diffusa, un artigianato dal connotato industriale e dalla dimensione poco più che familiare, senza che fra ambienti urbano e rurale si creasse il vuoto, anche quello abitativo. Se ad Arezzo la popolazione attiva nelle produzioni del capoluogo dovesse abitare nella periferia, quell'ambiente rurale urbanizzato che è nei dintorni si trasformerebbe, regredendo, in una peri­ feria campagnola, campagnola in senso deteriore, villico. Si avrebbe una periferia campagnola lastricata di fabbrichette di monili aurei, ma sempre villica. È vero che Arezzo, come tante, se non tutte le consorelle, da città è divenuta un agglomerato urbano.

Senza Aldo Ducci sarebbe divenuta uno scatafascio.

Questa è l'epoca di Aldo Ducci, l'epoca del cambiamento, nella quale tutti, nessuno escluso, hanno visto mutare la propria vita, nel modo e nella qualità, come in tutta Italia, del resto, ma, qui, con intensità più qualificata rispetto ai livelli di partenza ed attraverso traumi e modalità differenti. Ci fu ovunque una serie di uomini che amministrarono in questi frangenti oppure guidarono le cose il più possibile; dappertutto ci furono avvicendamenti. Qui, da noi, ci fu un politico, un amministratore che in continuità, guidò oppure favorì o contrastò da protagonista i mutamenti di un trentennio nel quale, compiendo esperienze notevoli in una democrazia giovane, il mondo locale, con quello planetario, cambiò più profondamente di quanto era accaduto in un millennio.

Quest'uomo, questo politico ed amministratore, è Aldo Ducci.

Si era affacciato alla vita pubblica nel 1944, come segretario del Comitato di Liberazione Nazionale. Una volta mi ricordò di esser nato il 16 luglio 1923 esattamente 21 anni prima della liberazione di Arezzo; allora si era considerati maggiorenni a 21 anni e, perciò, Aldo raggiunse la maggior età all'atto della liberazione, lo stesso giorno. E fu in grado di comprendere il valore della libertà, non solo per l'educazione ricevuta in famiglia e negli studi classici, ma anche per una attiva militanza nel mitico Partito d'Azione ed, ancor più intensamente, nella Resistenza e nella cospirazione, con il solo intervallo di una pericolosa parentesi di un mese trascorso nel carcere aretino di San Benedetto. Uomo di scuola impegnato nella vita politica, maturò nelle varie vicende del socialismo aretino e nazionale esperienze importanti, essendo anche, a lungo, segretario della federazione del partito. Ricordo che nel breve periodo nel quale presiedé la "Ferroviaria Italiana», un giorno mi parlò di una soluzione del trasporto nelle aree interessate attraverso la trasformazione delle strutture di trasporto esistenti in quelle di una metropolitana leggera e di superficie, il che mi attestò, oltretutto, che coltivava interessi ritenuti ancora prematuri, e che guardava lontano. Non comunista (ma non «anti») governò Arezzo insieme ai comunisti con sempre maggior impegno e peso personale, peso che cresceva proprio mentre il grosso plotone dei consiglieri comunali socialisti si diluiva, fino a diventar pattuglia eterogenea e poi piccolo «commando».

Naturalmente non sfuggì alla logica (terribilmente illogica) della maldicenza; e, poi, alla calunnia. Ne fu circondato, sempre, a frotte. Nel ricordo di rapporti che ho avuto con Ducci c'è anche qualche fatterello che sembra aneddoto: quando la Repubblica, superate certe prevenzioni, lo insignì della commenda, gli inviai un biglietto congratulativo. Tempestivamente mi rispose: «Grazie. Stai tranquillo - toccherà anche a Te - firmato: Aldo Ducci».

Quando nel 1986, dal mio nuovo luogo di lavoro, che era a Novara, gli inviai le fotocopie delle pagine 692/695 del volume Toscana, della eccelsa Storia d'Italia Einaudi nella quale, in un documento citato come esempio di falsi creati dai servizi segreti, si veniva a sapere che Aldo, nel 1948, sarebbe stato individuato dalle «autorità» come uno dei capi fondamentali di formazioni armate comuniste pronte all'insurrezione, le sue (incredule e preoccupate) risate si incontrarono con le mie. Pensate: Aldo Ducci, pacifista quasi capitiniano, mentalmente rispettoso di Gandhi e della resistenza senz'armi, secondo tanti sciocchi amplificatori di notizie infondate giunte da più informatori, sarebbe stato il capo di una architettata rivolta aretina comunista, armata e destinata al sangue! Comunque, l'avversario «relatore» o «spione» di cose infondate gli aveva procurato un grosso onore: quello di comparire all'infinito, con nome e cognome, con presunte gesta, parole ed opere, nella preziosa e gloriosa Storia d'Italia Einaudi. Quando contrattavamo qualsiasi cosa, lui Sindaco ed io direttore generale della Banca, l'amicizia, la cordialità, la fraternità partigiana, i ricordi della guerra e della sofferenza passavano in quarto, se non in quinto ordine. Raggiungere un'intesa era laborioso, non difficile. Era un uomo intelligente. Quando saltarono le intese da noi raggiunte in un certo senso per far annettere alla Banca un fatiscente edificio scolastico, contro la costruzione di un centro scolastico e ginnico, con sacrifici economici ragionevoli, scosse la testa e mi disse: «Non capiscono». Lo disse senza il punto esclamativo finale, con rassegnazione. La mattina nella quale Pertini appuntò al Gonfalone della Provincia di Arezzo la medaglia d'oro al valor militare era raggiante. Qualche mese dopo, nella trattoria di Memmo in piazza Grande, presenti il nostro presidente nazionale Arrigo Boldrini, medaglia d'oro al valor militare, il nostro segretario provinciale Amedeo Sereni ed altri, mi disse: «Non ho mai avuto in mano un'arma. Ma avrei voluto esserci anch'io». Eppure era stato un buon partigiano, e se ne rendeva conto. I suoi giudizi, le decisioni, ed anche le asprezze, erano derivati da intelligente indagine, da documentazione, da travaglio. Gli riconoscevo una superiorità, ad un livello consueto in lui. Una sola volta ci trovammo in rotta di collisione: quando si oppose, perseverando poi nel dissenso, in quello che personalmente considero uno degli errori della sinistra aretina, si oppose, dicevo, alla istituzione di un ramo aretino dell'Università di Siena. Aveva ragione lui sul giudizio negativo sulla facoltà di magistero; ma non doveva fermarsi a veder solo quel­ la, nel lungo periodo. Ripeto che lo considero un suo (ragionato e documentato e involontario) errore; e, poi, se si vuole che perfino San Bernardo abbia compiuto un breve passaggio in purgatorio, si deve considerare che quello di Aldo fu un errore, non un peccato.

Ci ha lasciato qualche strada con buche ed uno o più problemi non risolti? Ne ha sistemate tante, di buche, che di quelle residue lo si può assolvere. Di libera muratoria non mi parlò mai; mi sapeva estraneo alle problematiche relative ed a quelle strutture, e rispettò sempre la mia posizione. Come io la sua. Sul filone netto e pulito della sua attività di resistente (odiava le armi, lo sappia­ mo, anche il coltello) accettò, nel 1973, la funzione di presidente dei partigiani aretini riuniti nell'ANPI e, poi, nel 1975, quella prestigiosa ed onerosa di segretario nazionale dell'ANPI, compiti che conservò fino alla sua scomparsa, avvenuta il 22 novembre 1995. Nel nuovo corso che annunciava (diciamolo chiaramente e senza rispetti inutili) il vero –social-fascismo, Aldo era stato escluso dal novero dei dirigenti legittimi del partito e della città. Un giorno, verso il 1990 o poco dopo, chiesi a lui, ancora Sindaco, di dare il patrocinio ad una piccola iniziativa: portare, a nostre spese, una medaglia in oro ad Italia Fabbri, all'Italia della Fonte Cavallari, già novantenne, abitante, sola, a Pontenano, in Pratomagno. Italia della Fonte Cavallari: tanti anni or sono, a quarant'anni, aveva dimostrato la forza adatta a sfamare 50 se non 100 partigiani al giorno, con patate, erbe e conigli; magari senza sale. Venne personalmente a Pontenano, lui, il Sindaco di Arezzo, raggiante, con la consorte, con altri sette od otto partigiani. Abbracciò l'Italia e la trattenne, anzianissima e logorata nella vista, ma non nei ricordi, a pranzo in casa di Orfeo Ferrini, una casa di una montagna che vibra di italianità.

Fu l'ultima volta che lo vidi, prima del male. Mi salutò ripetendomi: «Avrei voluto esserci anch'io». Nel ricordarlo riprendo in mano la recensione del Nibbi che ho rammentato nell'incipit, in tempo per leggere una frase amarissima di Aldo, dove c'è tutto di lui: «i poeti, così teneri con gli uccellini, quanto feroci con gli uomini». Grazie, Nibbi, per avermi ricordato così Aldo Ducci.

 

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