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Agguerrite e sicure ordinate e ben condotte da Niccolò Piccinino

di Enzo Droandi

Agguerrite e sicure, ordinate e ben condotte da Niccolò Piccinino, le truppe dei Visconti avanzarono – il ventinove giugno millequattrocentoquaranta – dal Borgo Sansepolcro alle colline di Anghiari.

Avevano di fronte le poche ed incerte genti fiorentine e papali, l'esercito stanco e disarmato dell'Orsini, pronto più a fuggire che a reggere l'urto di un Piccinino.

L'urto – non cercato dai politici di Palazzo Vecchio – avvenne sulle camperie di Anghiari. Tralasciamo d'osservar fasi della battaglia, errori, accorgimenti di capi, perizia di militanti: la solida schiera viscontea fu rotta e la celebre diversione in Toscana condotta dal Piccinino terminò su quelle colline che cingono, da ponente, Sansepolcro.

Seppur non rilevante come fatto militare, questa giornata d'Anghiari non poteva esser presto dimenticata da Firenze trionfatrice, per il suo seguito politico: fine del pericolo milanese, rovina dell'influenza del Guidi in Casentino, affermarsi della potenza Medicea.

Più immediatamente, e fuori anche dai risultati politici, poteva questa battaglia esser dimenticata da chi la vide, dalla gente di Anghiari e di Sansepolcro?

Poteva la gente semplice di quella valle che va dalle fonti del Tevere a Monterchi dimenticare il terrore incusso dalla presenza del Piccinino in Perugia, dal passaggio della sua armata, dallo svolgersi dello scontro?

Per queste due strade giunse a due grandi artisti la battaglia d'Anghiari: a Leonardo per commissione del Soderini e – forse – per narrazione di un Machiavelli, ed a Piero della Francesca –  prima che a Leonardo si intende – per bocca dei suoi concittadini e familiari, o – perché no? – per averla vista dagli spalti del Borgo e sofferta personalmente.

La battaglia di Piero, giunta immediatamente all'artista, si chiamerà "sconfitta di Cosroe, re di Persia" o – meglio ancora – in quanto cavalcata senza sangue sparso, "Vittoria di Costantino"; quella di Leonardo, giunta a lui mediatamente, attraverso il vaglio dell'esame politico, e dopo oltre cinquanta anni dall'evento, porterà il nome vero, quello di "Battaglia di Anghiari".

Prima di scendere al particolare: c'è effettivamente un legame fra la giornata d'Anghiari e le battaglie del ciclo aretino di Pier della Francesca?

Si è costretti a vedere questo legame. Piero "vide" – con i suoi occhi o per racconto – le milizie del Piccinino lottare quelle dell'Orsini e non poté non ricordare le immagini di quel giugno, quando affrescò la cappella di San Francesco in Arezzo.

Accettata la tesi, oppure accertata almeno l'identità del soggetto – battaglia – vediamo le immagini di Piero, mago dell'immotilità fissata dalla luce meridiana in volumi di geometria, e quelle di Leonardo da Vinci, artista quanto scienziato, pittore quanto anatomista, genio del movimento e vivificatore delle masse.

Siamo di fronte alle opere di due genii universali nati sotto il medesimo segno – rinascita – in due prossimi angoli di Toscana, vissuti nella medesima Italia nella quale l'uomo medioevale è morto e le istituzioni si sono diluite in una società moderna di uomini moderni nella quale, però, non si è ancora formata la nazione italiana, vissuti nei tempi dei Medici in ascesa e poi in decadenza, di fra' Savonarola e del Valentino, ma tanto diversi fra di loro, sia per la loro arte che per le loro vite, iniziate, del resto con almeno trenta anni di differenza.

Piero fu il "pittore eccellente" dalla vita ordinata e tranquilla, sulla quale l'abile Vasari non riesce a costruire alcun aneddoto, l'uomo che non leticò con committenti, che pagò imposte e sedette in pubblici consigli, fu il vecchio cieco del quale Marco di Longaro, il fabbricante di lanterne di Borgo Sansepolcro, altro non trovò da ricordare, se non di averlo condotto per strada, menandolo per mano.

Leonardo, invece, nato da una "relazione" vissuto in un ambiente nel quale era tollerato, fu l'artista discontinuo che vagò dalla Firenze del Magnifico che non lo comprese, alla corte del Moro, da Arezzo insorta, alle rocche del Valentino, alla Firenze repubblicana del Soderini, fu colui che non terminò "L'adorazione dei Magi", che sognò un vallo d'acqua a difesa del Veneto, l'uomo alato, un ponte per il Sultano, che disegnò bombarde le quali solo quattro secoli più tardi avrebbero falciato eserciti, colossali macchine idrauliche, che non valutò le proprie qualità di artista, che nella pagina successiva a quella nella quale disegnò un istrumento meraviglioso, tracciò timidi appunti dei primi esercizi di lingua latina, eseguiti durante ore di fame e di scoraggiamento.

Piero della Francesca è l'uomo che lasciò un piccolo, seppur meraviglioso, ciclo di opere, giunte in massima parte a noi; Leonardo è il titano enciclopedico che tutto ha descritto, l'uomo contro le opere del quale si accanirono le frecce dei soldati di Luigi XII, gli uomini che non compresero, ed il tempo.

Quel breve punto de "La vittoria di Costantino" di Pier della Francesca che, purtroppo, cadde dalla muraglia di San Francesco d'Arezzo, non ci rimane ignoto, avendocelo con cura illustrato un Vasari e copiato in colore, seppur con poca fedeltà, un Rambousc. Ma non è così per la "Battaglia d'Anghiari" di Leonardo: rovinata la parte eseguita in Palazzo Vecchio, abbandonata la Sala dei Cinquecento dall'autore, anche il "cartone" andò rovinato e solo qualche appunto, sparso fra Windsor, Venezia, Firenze e Budapest, resta a testimoniarne la potenza, assieme al cartone del Rubens ed alla descrizione dell'onnipresente biografo aretino.

Riunita ed affidata alle oggi ben salde muraglie di San Francesco d'Arezzo è la testimonianza di Piero sulla battaglia d'Anghiari, sui luoghi – la poetica narrazione delle pigre acque del Tevere, del noce che si riflette, della casa, la descrizione della corsa delle colline – su quel cielo dal quale nascono, in volumi descritti, i vessilli dell'armata e le figure geometriche degli elmi e delle armi lunghe; sparsa ed incompleta, tracciata su carta è l'evocazione di Leonardo, nata a gloria di Firenze per volere del Soderini, per quella Sala dei Cinquecento pensata dal Savonarola.

Due, si è detto, sono le immagini di Piero, la "Vittoria di Costantino a Ponte Milvio" e la "sconfitta di Cosroe", dipinte l'una a fronte dell'altra.

Acuto osservatore dei costumi del suo tempo e della natura, nato artisticamente nell'aria del Brunelleschi, dell'Alberti, di Donatello e del Masaccio, sotto la guida del veneziano, maestro della luce, del colore, della geometria, della armonia, Piero non poteva dare altro – in queste due opere – se non l'opera del genio della prospettiva e della luce meridiana.

Nella "Vittoria di Costantino" tutto è fermo; nel paesaggio di Sansepolcro e di Anghiari, ritratto in geometria, ma con l'aiuto della poesia, si giostra la grandiosa battaglia – anzi cavalcata di Costantino – e si svolge la bloccata fuga di Massenzio.

Il gesto del vincitore è centro dell'immobile massa.

Nel groviglio e nell'orrore della "sconfitta di Cosroe" ritroviamo questa immotilità fatta di luce e di colori, che creano, con l'ausilio possente della geometria, grandiose figure. L'urto tremendo è sempre bloccato e, seppur definiti e descritti anche per razza, i combattenti fanno parte di questa immotilità che è unita ad impersonalità.

È il contrario di quel che suggerisce la testa di giovane fatta da Leonardo per la sua "Anghiari" ed ora conservata a Budapest; quello che in "Cosroe" è impersonalità, in questo è partecipazione, dolore, forza.

La leonardesca testa di Budapest è quella di un combattente del '500, di un partitante che soffre, nel quale si potrebbe riconoscere un uomo solo, se potesse rinascere dal manoscritto di un notaro o dai libri di un archivio; invece la testa del giovane caduto della "Sconfitta di Cosroe", quella che è giù, a sinistra, adagiata su una terra che già ospita altro giovane morto, è l'idealizzazione della morte per ferro; potrebbe essere un monumento eterno ai morti in lotta di ogni epoca, di ogni civiltà.

I combattenti di Leonardo sono ondate di uomini, sono – ognuno – una piccola forza lanciata con violenza nella mischia, in quella mischia di forze scatenate nella quale tutto si confonde.

Par che la natura e perfino cavalli ed armi, catapultati nella lotta, partecipino. E, quando l'urto è avvenuto, l'elemento – uomo – arma – cavallo – pare rimbalzi nell'aria per viva forza, in modo che tutto è movimento, dal serrato gruppo "della bandiera" al groviglio degli altri disegni.

Questo si comprende, della "Battaglia di Leonardo" dai disegni di Parigi, di Windsor, da tutti: l'urto, la violenza grandiosa, la passione. Una enorme forza avrebbe creato, se avesse finito, Leonardo nella parete della "Sala dei Cinquecento" ad evocare la gloria di Firenze ed a combattere, anche il genio che, di fronte, andava preparando i nudi atletici de "La guerra di Pisa": Michelangelo Buonarroti da Caprese.

Ma Leonardo non compì che in piccola parte l'opera presto distrutta. Quella forza rimase affidata ai fogli sui quali era nata, nelle sale di Santa Maria Nova e durante le peregrinazioni dell'artista.

Due grandi ha trovato a narrarla o, almeno, ad evocarla, la giornata d'Anghiari: Piero, l'ordinato "pittore eccellente" che, preparati con accuratezza i cartoni, finirà, completerà, anche se dovrà ricorrere all'aiuto di allievi, e Leonardo, l'uomo che, lasciate incompiute cento opere ed irrealizzati mille magnifici sogni, traccerà, a Cloux, in pochi tratti di sanguigna, quel drammatico "autoritratto" che narra tutta una vita.

Sono i due grandi tanto lontani fra di loro che, esauritasi l'importanza politica della giornata di Anghiari e dissoltosi il ricordo delle armate in urto, hanno eternato quella battaglia in messaggi che, fuori del tempo, sono divenuti monumenti della civiltà e documenti di un gran tempo: la Rinascita.

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