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 Achille fucilato

di Enzo Droandi

Cento e cento volte, insieme, quando sui campi di Piandinova c'e­ra il grano o quando sulle tre vette immote a Monte Lori era scesa la neve, o quando il vento batteva la Galluzza, eravamo passati su quel ponte. Cento volte, a sedere sui rami di una quercia distrutta, ave­vamo, insieme, guardato la valle con il binocolo che, di nascosto al nonno Ernesto, prendeva da un cassetto di casa.

Perché non mi caddero le lacrime in quel giorno secco di sole? Sulla polvere della strada arata dai cingo­li, intrisi di sangue e di rena i capelli ed il petto sconvolto dai colpi, inerte il braccio sospeso sul fosso sul qua­le d'inverno scorrono le acque pio­vane, giaceva Achille fucilato.

Da un groviglio di povere carni stra­ziate dal piombo, sotto il quale metà del corpo di Achille era scomparso, usciva una gamba. La riconobbi perché la vestivano la lunga calza da montagna che sempre portava e lo stiva letto da caccia che gli cinge­va la caviglia quando, dalla città, con me veniva alla nostra valle.

 

 Alzai gli occhi da Achille fucilato. Appoggiato, come seduto sul ciglio della strada, c'era anche Remo di Bobi. Più a sinistra il giovane ignoto dalla gola squarciata aveva appog­giato la testa sull'erba: i suoi occhi morti fissavano i campi del grano incendiato.

A destra c'era tutta la nostra gente. Adino giaceva su Achille, abbraccia­to, con il volto contratto in un rab­bioso addio alle bambine che, lassù sul monte, lo attendevano ancora. Perché non mi caddero le lacrime in quel giorno secco di sole?

Quelle gocce bollenti di sangue, aggrumate con la rena sulla strada, stringevano la mia gola fino allo spasimo. Alzare gli occhi era incon­trare quelli sbarrati del Gere fucila­to, abbassarli era vedere il volto candido e sorridente di Achille macchiato da un fiotto sulla fronte e la sua mano esangue sospesa sul fosso, inerte.

Chiuderli era udire ancora i colpi dei fucili ed il rosario rabbioso delle mi­traglie di von Wiegand. Voltarsi, fuggire, era pestare il grano arso, macchiato di sangue.

Volgere gli occhi al cielo, era vede­re le nuvole accavallarsi, nere, mi­nacciose contro il sole rovente, agi­tate dal vento alto al quale, con Achille, avevamo donato mille aqui­loni di cartavelina. Il calore di quella estate faceva diventare insopporta­bile l'afrore di quel sangue che dalla gola squarciata dell'ignoto ancora grondava e che dal polso del vec­chio guardiano della giostra cadeva fra la rena e filtrava fra sassi e pol­vere. Tutta la terra sembrava ferma e, mentre, alte, le nuvole disegna­vano orribili crepacci e montagne, la valle era silenziosa ed un alito di vento non disturbava le cime dei ci­pressi.

Quando eravamo al ginnasio, con Achille, mai avevamo pensato che una palla di piombo ci avrebbe divi­so.

Una volta, mentre, rumorosamente, con gli amici, scendevamo la scala (batteva i tacchi dei buffi stivaletti da campagna), si fermò davanti al mo­numento agli studenti morti in guer­ra. Di fronte c'era una lapide gialla dove erano scritti i loro nomi. "Perché hanno lasciato spazio in fondo?" disse.

"Per aggiungere quelli futuri. Forse anche il tuo" gli rispose, ridendo, Elvio.

Enrico dette ad Achille una pesante manata sul petto (dove le palle dei fucili aprirono la caverna) ed urlò:

"II tuo no; tu non hai il volto da eroe".

Su quella lapide che ancora esiste, al ginnasio, non hanno scritto il no­me di Achille.

Forse quel marmo è riservato agli eroi. Achille non aveva il volto da eroe.

Il giorno prima che lo prendesse Wiegand mi era venuto incontro, correndo, sul prato della Galluzza. "Non scendere" mi disse.

Prese la cavezza della tranquilla ca­vallina e mi accompagnò verso la mulattiera.

"Qui si sentono spesso le mitraglie che miagolano. Mi danno un senso di terrore, di notte".

Già i cannoni rodevano i limiti della nostra valle.

Mi disse che un colpo era arrivato sul bosco.

"Mi sono scavato una buca sotto la roccia "

Mi tornavano in mente le sue paro­le, mentre guardavo il suo volto tranquillo, giallo. Forse pensava alla mamma quando i colpi gli troncaro­no il respiro.

Più guardavo quei capelli intrisi di sangue e di rena, la fronte macchia­ta, le labbra bianche e quella mano esangue e più mi convincevo che Achille non aveva un volto da eroe. Aveva passato l'infanzia e l'adole­scenza badando più a guardare la valle con i binocoli del nonno Erne­sto ed a pescare al torrente che a prepararsi una vita. Ma merita non bruciare gli anni verdi, se ci devono squarciare il petto?

Perché non mi caddero le lacrime in quel giorno secco di sole? Mi senti­vo smarrito in quel silenzio che pesava sulla valle inerte.

Quasi avevo terrore degli occhi in­fossati di Beppe campanaro. Fissa­vano il cielo. Erano divenuti secchi e sulle belle pupille azzurre aveva­no smesso di correre le nuvole alte. Mi voltai verso le montagne, quan­do giunse un rumore a rompere il terrore dell'immobilità. Era la moglie del povero Lilli che portava un car­retto per trasportare i fucilati.

Da lontano la vecchia mi disse:

"Ci sono ancora i soldati?". Accennai di no.

Achille fu fra i primi ad essere cari­cato sul carretto dei fucilati. Prima ci mettevano l'uva colta nei campi.

Achille era stretto ad Adino, che lo aveva abbracciato.

Quando fu caricato Gianni di Gu­scio la vecchia disse:

"Chi suonerà l'armonica ed il clarino per le nostre feste?".

Si era legata sulla bocca un fazzo­letto da testa e le sue parole mi ar­rivavano deboli. Faceva piano a par­tire, come per non svegliare i fucila­ti o per non richiamare i soldati di Wiegand. La mano esangue di Achille, immobile, rigida, era fuori del pianale del carretto. La vecchia si avvicinò e, con uno straccio, pulì il sangue secco che macchiava la pallida fronte di Achille fucilato.

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